Chi sono

Sono nata nella ridente Sassari nel 1981, esattamente nel giorno in cui l’assassino di John Lennon fu arrestato. E Yoko Ono, invece, purtroppo no.

Ho avuto un’infanzia tranquilla, trascorsa a giocare a pallone sotto casa e nei campi di calcetto in cemento armato, che hanno forgiato le mie ginocchia e la mia proverbiale femminilità da camionista della Valsavarenche. Ovviamente ho giocato anche con le barbie, insieme alle rarissime femminucce del quartiere, alle quali staccavo la testa per battere il record mondiale di palleggio. Alle barbie, dico, non alle femminucce. Se si tralascia l’episodio dell’incendio avvenuto, per mano mia, nel palazzo in cui vivo, posso dire di essere stata una bambina modello. Un modello un po’ difettoso, ma senz’altro inimitabile. Infatti, dopo la mia nascita, i miei genitori hanno preferito non ripetere l’esperimento.

Mi sono diplomata al Liceo Sociopsicopedagogico ma non me la sono mai potuta tirare come avrei voluto, perché a quei tempi la mia scuola si chiamava ancora, banalmente, “le Magistrali”. Nei 6 anni di permanenza nell’istituto (uno in più per approfondire certe materie, come “Ricreazione”) ho creato un giornale scolastico (“Magistralcatraz”) nel quale sputtanavo amorevolmente i miei professori, ho ricevuto una diffida legale dal capo d’istituto (mi pare di averle detto qualcosa come: “Tra un po’ lei alza i tacchi e se ne va fuori dalla presidenza, ok?”), una minaccia di denuncia dalle professoresse di religione (per aver scambiato, nel presepe, la statuina di Gesù Bambino con quella di Alex Del Piero. Alla faccia dell’apertura verso le altre religioni), un’ammonizione per essere scappata dalla presentazione di un libro e innumerevoli cazziatoni. E’ stato uno dei periodi più complicati della mia vita, ma sicuramente il più formativo e se non altro posso dire di essere sopravvissuta al contatto quotidiano con una masnada di future donne che scatenavano guerre civili per il solo gusto di farlo (un saluto alle femministe e alle mie ex compagne che mi leggono!).

Mi sono laureata in Lettere Moderne (triennale) e appena prenderò coscienza del fatto che mi mancano solo 4 esami alla laurea, mi specializzerò in Filologia e culture della Modernità. Ovviamente sarà un pezzo di carta che si ricoprirà di muffa dentro una vecchia cassapanca di artigianato sardo.

Gioco a calcio a 5 in una squadra del dopolavoro comunale, con la particolarità di essere l’unica disoccupata della truppa.
Seguo con grande passione, da tifosa e dirigente, la Torres Femminile, l’unica squadra che è riuscita a riappacificarmi con il calcio dopo “moggiopoli” (ho trascorsi da juventina e stalker di Alex Del Piero).

Scrivo perché non riesco a concepire la mia vita senza la scrittura. Ma soprattutto perché il mio sogno è quello di entrare a far parte della Nazionale Italiana Scrittori: sarei la prima donna e avrei modo di rompere il coccige a Federico Moccia nel caso in cui dovesse scoprire di avere PERLOMENO delle doti calcistiche che giustifichino la sua presenza tra gli scrittori.

Negli ultimi tre anni ho vissuto per un mese in una tendopoli, a L’Aquila e per un bel po’ di mesi in una galera abbandonata e occupata da operai cassintegrati con famiglie a seguito e da una maestra disoccupata, sull’isola dell’Asinara. Sono state le esperienze più devastanti (emotivamente) della mia vita, ma anche le più formative. Nel primo caso ho imparato che dai diamanti non nasce niente e dalle macerie nascono i fior; nel secondo caso sono riuscita a cogliere dei bellissimi fiori in mezzo a quintalate di letame. Dall’esperienza dell’Asinara è nato un libro “Cento giorni sull’isola dei cassintegrati” (ed. Il Maestrale) che ho scritto in galera, con gli operai e le loro famiglie e il cui ricavato andrà all’Associazione “Sardegna Amaci” (Associazione Malattie Chirurgiche Infantili) per l’acquisto di un endoscopio pediatrico che serve per salvare tante piccole grandi vite.

Dall’esperienza a L’Aquila nascerà la mia futura tesi di laurea, unico omaggio scritto che per il momento riesco a fare alla gente di cui sono perdutamente innamorata, la gente di Villa Sant’Angelo, che mi ha terremotato il cuore.

Oltre a “100 giorni sull’isola dei cassintegrati” (con prefazione di Concita de Gregorio e Giommaria Bellu) ho scritto “Fabrizio De André: storie, memorie ed echi letterari” (Effepi Libri), libro nato dalla mia prima tesi di laurea e dalla passione assoluta per il mio “maestro”.

Di recente ho partecipato con un mio racconto, “Ramon”, all’antologia “Piciocus” uscita per Caracò editore: un’esperienza entusiasmante con scopi umanitari ben precisi, come l’avvicinamento di una sassarese, per giunta – torresina – ad un gruppo di autori cagliaritani. E’ andata talmente bene,che ora, mentre in molti sognano di andare a vivere negli States, io la mia America l’ho trovata a Cagliari.

Alcuni miei racconti sono stati pubblicati in varie antologie delle quali in questo momento mi sfugge il nome, ma in seguito sarò più precisa. Forse.

A settembre uscirà il mio primo romanzo (breve ma intenso e stronzo q.b.) sul calcio femminile. Prima che le mie compagne di squadra si preparino alla mia gambizzazione e la Dirigenza della Torres mi cacci dalla società, dichiaro di aver inventato tutto. O quasi. Il libro sarà edito da Caracò Editore.

Da un anno sono diventata mamma, insieme alla mia amica e compagna di disavventure Luana, di Voltalacarta Editrici: siamo indebitate ma felici. Odio le rime baciate ma non trovavo alternative.

Sono una lettrice quasi onnivora e se devo scegliere tre autori, ma soprattutto tre persone che amerei incondizionatamente anche se fossero tre dipendenti di Equitalia, questi sono Francesco Frisco AbateMichela Murgia e Paola Mastrocola.

Da grande, cioè un po’ prima dei settant’anni, vorrei fare la fotoreporter, la libraia, la bibliotecaria e quella che, qualunque cosa scriva, gliela pubblicano e gliela pagano pure.

Nel frattempo, sono una disoccupata logorroica che manda curricula a tappeto senza ottenere risposta. Neanche un misero Prrrrrrr.

Silvia Sanna

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