Dieci piccoli tzigani

Gagè, dicono, ridacchiando e nascondendosi uno dietro l’altro. Hanno dai tre ai dodici anni, i bambini che ci accolgono timidamente nel piazzale bucherellato dalle pozzanghere. Per venirci incontro abbandonano i loro giochi: una sedia arrugginita da usare come altalena e l’ultimo arrivato di una cucciolata che dorme cullato tra le braccia di Stella, tre anni, la mascotte del campo. Alle nostre spalle, un altro ‘cucciolo’, alto quanto me: ha denti aguzzi e non sembra affatto socievole. Anzi. Ci viene incontro, famelico, senza neanche darci il tempo di fare il rewind riassuntivo della nostra vita, che pare stia per volgere al termine. I bambini ci osservano pietosamente e provano a rassicurarci, a modo loro: “E’ cattivissimo, a volte morde”. A volte. Noi ci limitiamo a respirare quanto basta e a fingere serenità, pregando in un’idioma misto di sassarese e romanes. Ci viene in soccorso il più grande della banda, allontanando il cerbero con un una parola a noi incomprensibile: ma non ci pare il momento di fare ricerche linguistiche. Lentamente, il centro del campo si popola di adulti che vengono a fare gli onori di casa: gli uomini rientrano da una giornata di lavoro carichi di ferraglia e le donne escono dalle baracche, fasciate in abiti colorati. Azzardo un paragone con i sardi dell’interno: ad una iniziale diffidenza, segue un’accoglienza che ci farà trattenere nel campo per tutta la serata, pranzo compreso, a scoprire che la differenza è quel qualcosa di meraviglioso che ci unisce.
Il maestrale ci soffia addosso un’aria frizzantina e qualche goccia di pioggia e appena dico “Che freddo”, i bambini spariscono. Tornano dopo cinque minuti, trascinandosi rumorosamente dietro una panca sgangherata che mettono davanti al fuoco appena acceso. Per me. Su quella panchina, con la legna che scoppietta e il sole pallido che non riscalda, ci presentiamo. Hanno nomi buffi: qualcuno italiano, qualcun’altro preso da telenovelas americane ormai fuori moda. Io ho lo stesso nome della maestra di Trènita, nove anni, che quando parla ti chiedi come faccia un corpicino come il suo a contenere tutta quella saggezza. Mentre la mamma prepara il pranzo, i dieci piccoli tzigani ci coinvolgono nei loro giochi: scopro, così, che la commessa del loro negozietto immaginario è sassarese in ciabi e gli sta fregando otto centesimi di resto. Tutto il mondo è paese e i pregiudizi hanno davvero le gambe corte. Poi parte un girotondo frenetico, che se ci fosse una colonna sonora sarebbe senz’altro di Goran Bregovic: noi siamo in mezzo al cerchio, trent’anni a testa, fiato corto e occhi attenti a non perdere nessuno dei sorrisi che ci dedicano i piccoli rom. Le coronarie ci permettono un’ultima sfida a “Un due tre stella” e io sono in coppia, guardacaso, proprio con Stella che mi guarda sbigottita col ciuccio in bocca, come per dire: “Ce l’hanno con me?”. Lei è troppo piccola per correre da sola e io troppo goffa per correre con lei in braccio, perciò restiamo per tutto il tempo immobili nella nostra postazione: dentro una refrigerante pozza d’acqua piovana. La salvezza si presenta sotto forma di pizza: il pranzo è servito all’ingresso della baracca in cui vive la famiglia che ci ospita. Genitori, nonna e undici figli. I più piccoli si mettono in fila, ordinatamente, per avere un pezzo di pitta: il corteo di mani tese verso la tavola apparecchiata si spezza per dare la precedenza a noi, i gagè, gli ospiti della giornata. A noi, infatti, sono riservati il primo assaggio, il primo bicchiere di “acqua con le bolle”, la prima fetta del tortino che la primogenita ha preparato per noi. A noi vanno i grazie, i prego, i per favore e i gesti di cortesia di questi bambini che si distinguono, in positivo, da molti altri bambini italiani che ho incontrato.
La serata si conclude con la trasformazione del campo in un immenso set fotografico: questi dieci piccoli tzigani hanno un tale rispetto per le cose e le persone, che per la prima volta cedo la mia reflex con la massima fiducia. Il risultato è un bellissimo reportage del campo rom visto da 50 centimetri d’altezza. Dal basso della loro ingenuità fotografano la loro quotidianità, i capelli scompigliati, le facce curiose dei gagè, uno scorcio della baracca, le mie scarpe sporche, i loro sogni puliti di bambini. Noi adulti no, non abbiamo occhi puri e immuni dal pregiudizio per vedere ciò che vedono loro: noi “dobbiamo tirarci, allungarci, alzarci sulla punta dei piedi fino all’altezza dei loro sentimenti. Per non ferirli”.

[articolo per Sassari2.0]

I bambini preparano la panchina per farmi riscaldare davanti al fuoco.

Annunci

2 pensieri su “Dieci piccoli tzigani

  1. Pingback: Dieci piccoli tzigani | Associazione Sarda Contro l'Emarginazione

  2. Pingback: Pranziamo al campo rom? | A forza di essere vento

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...