Recensioni di Piciocus. Storie di ex bambini dell’Isola che c’è

Autori: Francesco Abate, Gianni Zanata, Paolo Maccioni, Gianluca Floris, Silvia Sanna

(Caracò Editore, 2011)

Sinossi:
Ci sono suggestioni, dettagli, strati di colore e di sapore che appartengono all’infanzia e all’adolescenza di ognuno di noi.
Una vacanza leggendaria, un’amicizia perduta, un segreto inconfessabile, un’indimenticabile giornata di fine estate.
Sull’onda dei ricordi, con un approccio narrativo che spazia dalla gioiosa leggerezza alla tenera malinconia, cinque autori sardi si confrontano con storie di straordinaria gioventù.
Cinque racconti, cinque mondi, cinque avventure nel segno di temi forti e profondi, come la purezza dei sentimenti o l’ineludibile perdita dell’innocenza.
L’appartenenza degli scrittori alla stessa realtà territoriale, la Sardegna, rappresenta una sorta di spartiacque.
Perché se è vero che tutti siamo stati bambini e ragazzi, è altrettanto vero che pochi possono dire di essere stati «piciocus».

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Non lo so se un libro fatto di cinque racconti si possa definire un’antologia, però sono sicura che il testo in questione figurerebbe bene nei programmi delle scuole medie italiane, e che se avessi ancora tredici anni, mi farebbe proprio piacere ritrovarmelo al posto di una delle solite raccolte… ma, nostalgie a parte, si tratta di un libro da leggere e rileggere a qualsiasi età. Il suo titolo è “Piciocus. Storie di ex bambini dell’Isola che c’è” di Caracò Editore. Dentro ci sono delle storie, e fin qui effettivamente non si riesce a cogliere con esattezza la dimensione della cosa. Per di più sono vicende di ragazzi che per età dovremmo collocare al limite tra l’infanzia e l’adolescenza, solo che la situazione che vivono li sposta inevitabilmente verso l’età adulta. Sono piciocus: ex-bambini, ma solo in fondo.

Ce ne sono tanti tra queste pagine, potremmo pensare che si assomiglino in maniera impressionante, ed effettivamente credo non saremmo riusciti a distinguerli vedendoli giocare per strada, attaccati ad un tram o intenti a rubare un nido. Non li avremmo comunque sicuramente chiamati per nome, o almeno non con quello con il quale erano stati, forse, registrati all’anagrafe. I loro sono piuttosto pseudonimi, nomi di battaglia, denominazioni dai tratti arcaici che ne specificano immediatamente le caratteristiche, dividendoli in maniera abissale da quel mondo faccendiere e clientelare degli adulti, al quale appartengono solo in parte.

C’è il piccolo Buddinu uscito dalla penna di Silvia Sanna, che in realtà si chiamerebbe Ramòn, anche se pochi se lo ricordano. Biddìddi e le sue avventure estive d’altri tempi, nel ricordo di Francesco Abate. C’è l’immancabile garzone di bottega che aiuta il barbiere sognando un pallone nelle parole di Paolo Maccioni, uno strano pistolero coraggioso e poi ancora ragazzini, costretti a fare i conti con una realtà tutt’altro che tenera nei brani diGianni Zanata e Gianluca Floris.

[Sara Rania alias Kitsuné, booksblog.it]

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Piciocus, (ex) bambini si nasce

Per uno che racconta storie è vitale lo sguardo dell’infanzia» sostiene lo scrittore Bruno Tognolini, «significa vedere le cose come non sono, confrontarsi con la realtà con un occhio che inventa – condizione statutaria di un’età in cui ancora non sai quindi cerchi di capire facendo congetture: c’è un’immensa elasticità… un’incertezza creativa, qualità fondamentale per un narratore, e dimensione sapienziale se riesci a viverla e non farti vivere, se cioè conservi questa visione ma lei non ti possiede». Se l’autore di “Lunamoonda” e “Rime di rabbia” ha consegnato le memorie dei suoi primi anni a “DoppioBlu” (Topipittori) inizia oggi con gli incontri a Cagliari (ore 19) alla Libreria Murru e domani (alle 11) alla Libreria Piazza Repubblica Libri, con un piccolo tour (de force) nel segno di un’immancabile leggerezza fra brandelli di passato dal retrogusto vagamente cagliaritano (ma con digressioni “nordiche”) l’avventura di “Piciocus”: antologia di racconti, o meglio di “Storie di ex bambini dell’Isola che c’è”.

Fotografie – in un poetico bianco e nero – delle (vicine) giovinezze di scrittori e giornalisti, da Francesco Abate con “Il fantastico Biddìddi” tra le allora candide dune del Poetto a Gianni Zanata con le atmosfere di un tragico ‘78 con sguardo adolescente, per un viaggio “In nessun posto”, alla vita bruciata di “Ramón” nelle parole di Silvia Sanna. Ma ci sta pure “Su Piciocu de Buttega” di un affresco casteddaio nato per un’ipotetica svolta del destino dalla penna di Paolo Maccioni e ancora «un ricordo di quando ero bambino che mi ha accompagnato per tutta la vita: quando io giovincello delle elementari fui trasportato in un mondo di impegno politico e di indignazione civile» che diventa la favola vera di “Un bambino come gli altri” di Gianluca Floris. Sullo sfondo la Sardegna dei ricordi, in una pluralità di voci che si rincorre per le strade, tra giochi scatenati e riti di passaggio, verso l’inevitabile perdita dell’innocenza: allegria infantile e sottile malinconia colorano tranches de vie ricche delle emozioni e dei sogni, delle memorie e dei desideri di un gruppo di ragazzi, i “Piciocus” di ieri.

Sostiene Tognolini: «Guardando indietro all’infanzia sembra di guardare un mondo dorato, il dubbio è se tutta quella felicità che ci immaginiamo ci sia stata davvero: l’intuizione centrale di “Doppio Blu” è proprio che la distanza restuituisce quella tonalità d’azzurro, se guardi al passato attraverso il mare degli anni sembra tutto blu, mentre un bambino vede il blu perché guarda la vita coi suoi occhi puntati al futuro». Cambia l’orizzonte, la direzione, forse l’acutezza ma la magia è «se gli sguardi si incrociano: tu guardi indietro al passato e il bambino che eri davanti a sé, è una prova di fedeltà a se stessi (perché se sei in un altro futuro puoi guardare indietro ma non incontrerai il suo sguardo): per un attimo si crea un effetto doppler fra due specchi paralleli che riflettono all’infinito il tempo».

Il segreto è nel custodire l’infanzia, pur «con il senso di realtà necessario nello stare al mondo»: crescere senza soffocare quella parte bambina, così come all’inverso nel raccontare storie ai bambini, «ci si scopre imprevista una connaturata capacità di commisurare il linguaggio alle orecchie di chi ascolta; e la memoria diventa ancora preziosa, a meno di compiere l’atto vile di immiserire la realtà e il mondo mentre lo si racconta; invece si può non rinunciare alla complessità ma distillarla in gocce» spiega ancora Tognolini. Inventore di storie e filastrocche e rime per l’infanzia, che cita tra i suoi maestri Dante e Ariosto piuttosto che Pavese e appunto le filastrocche sarde: per lui «la vita intera è un romanzo di formazione, più che i riti di passaggio conta la capacità di apprendere e “crescere” a qualsiasi età».

Il progetto di “Piciocus” – «che avrà probabilmente un seguito – ma questo non lo sa ancora nessuno, nasce dal mio incontro con Mario Gelardi (regista teatrale, Premio Olimpici del Teatro per la mise en scène di “Gomorra” di Saviano) in quel di Napoli», spiega Francesco Abate «con l’idea di radunare scrittori che abbiano voglia di rivivere l’adolescenza, che è secondo me il periodo più fecondo, la sfida, la linea d’ombra, in cui lasci la ragione della giovinezza per quella dell’età adulta».

(Anna Brotzu, Sardegna24)

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Silvia SannaHo preso pezzetti di vita vissuta da me e da altre persone e pezzetti di vita immaginata basandomi su un prototipo di sassarese della middle class di Sassari vecciu su cui ovviamente ho calcato la mano (ma neanche troppo). In ogni caso, invito ad andare a Platamona a ferragosto, per confermare la veridicità dei miei racconti sugli epici pranzi di famiglia nella spiaggia dei sassaresi. Tutto basato su pietanze dietetiche come lumaconi al sugo, pasta al forno, polpi ‘soffocati’, frattaglie di ogni animale e cose così. E’ bellissimo, soprattutto, sentire i commenti delle mamme sassaresi davanti alla classica turista bergamasca che pranza con una mela. Se le va bene, passa per appestata. Per quanto riguarda i nomi assurdi che i genitori mettono ai bambini, invece, sono stata una maestra (prima delle falciate della Gelmini) e i registri di classe sono fonti inesauribili di titoli di coda delle peggiori telenovelas argentine. Confesso, però, che anche se non c’entra nulla con le telenovelas (semmai con i film horror) che l’unico bambino del quale mi sono sempre rifiutata di pronunciare il nome si chiamava Silvio (giuro). Piuttosto attraversavo tutta la classe schivando zainetti e banchi e gli toccavo la testolina per richiamare la sua attenzione. Ma non ho mai pronunciato il suo nome in un intero anno scolastico. Per quanto riguarda invece il linguaggio abbastanza “pesante” (grezzo, direi) che utilizza Ramon, ho voluto fare un esperimento pseudosociologico “di genere”. Ho notato spesso, infatti, che un racconto con parolacce scritto da un uomo scatena l’ilarità dei lettori/ascoltatori, se invece è scritto da una donna, provoca imbarazzo, quasi sdegno. Questo è un sondaggio personale fatto da me, è vero, ma non è truccato. Se non altro non l’hanno annunciato al tg1 quindi è credibile. Il risultato è che mio padre ha letto tre righe di “Ramon” e credo che sia uscito per togliermi dallo stato di famiglia o, quel che è peggio, a cambiarmi nome: da Silvia a Silvio.

(Veronica Matta, Mediterraneaonline)

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