Andiamo ad abbracciare Rossella Urru

Foto di Silvia Sanna

Il 7 gennaio scorso ero ferma davanti alla porta dello spogliatoio della Torres Femminile. Le ragazze erano dentro con il mister Arca, il silenzio meditativo del pre-partita era rotto solo dai suoi moduli di gioco declamati con tono sostenuto. Dieci passi accanto, le avversarie: la squadra contro la quale la Torres giocava la sfida al vertice, il Bardolino. Non una gara come tante, ovviamente: in palio c’era il primato, una manata pesante sullo scudetto (poi vinto dalla Torres, mentre quella partita, il 7 gennaio,la vinse il Bardolino), una sfida che riscaldava gli animi dei tifosi, una delle partite più interessanti, anche a livello tecnico. E’ un calcio pulito, il calcio femminile: si stringono le mani prima e dopo ogni sfida, si scherza rientrando negli spogliatoi, si beve il caffè con i dirigenti avversari, e “avversario” è un termine assolutamente pacifico.

Foto di Silvia Sanna

Fuori, nel corridoio dello Stadio Vanni Sanna di Sassari, aspettavo tutte e ventidue le giocatrici di entrambe le compagini, con ventidue fotografie in formato A4 da consegnare a ognuna di loro. Erano le foto di una nostra coetanea, Rossella Urru, da sei mesi nelle mani dei sequestratori, in Algeria. A bordo campo, appesi alle reti, striscioni inconsueti per uno stadio: non sfottò per gli avversari né frasi di incitamento per la propria squadra, ma scritte di incoraggiamento per Rossella e la sua famiglia. Sugli spalti, gremiti come non mai, un’unica foto, un solo nome, un viso ormai familiare: quello di Rossella. Un pullman di abitanti di Samugheo, concittadini di Rossella, era lì sugli spalti. Tantissimi anche i sassaresi, di solito restii a muoversi da casa il sabato per andare a tifare l’unica squadra di calcio che porta il nome di Sassari nella massima serie.
Ovunque mi girassi, non vedevo altro che il suo volto. Poi, mi si sono appannati gli occhi. Le ragazze, tutte, le torresine e le veronesi, sono scese in campo con la foto di Rossella in mano: a centrocampo si sono schierate, l’hanno sollevata verso il cielo come fanno con i trofei più importanti, lo sguardo rivolto verso la tribuna: dedicato ai parenti, agli amici e ai concittadini di Rossella. In sottofondo, un applauso che sembrava non finire più. Le ragazze hanno poi srotolato uno striscione che iniziava dal portiere per finire tra le mani dell’ultima calciatrice schierata in campo: “Rossella libera”, in lingua italiana e araba. Poi, lo scambio di magliette tra il Presidente della Torres Marras, il sindaco di Sassari Ganau e quello di Samugheo Antonello Demelas: una maglia della Torres e un gagliardetto di Sassari, per una maglia col viso di Rossella.

Circa cinque mesi dopo, a campionato finito, Rossella si trovava ancora tra le mani dei rapitori. Le ragazze della Torres le hanno dedicato lo scudetto, con la speranza di poterglielo consegnare al più presto, di persona, insieme all’abbraccio di quelle coetanee che sul campo e fuori, non hanno smesso di fare il tifo per lei. Le rossoblu sono comunque andate a Samugheo, hanno incontrato la famiglia di Rossella: i genitori Graziano e Marina. Voci rotte dall’emozione e occhi gonfi. Io non c’ero, e non è stato facile farmi raccontare quanto accaduto. “Un’emozione fortissima”, era l’unica risposta corale.

Il giorno in cui si è diffusa la notizia della sua liberazione – poi rivelatasi infondata – molte torresine erano dall’altra parte del mondo, impegnate con la Nazionale di calcio. Ho sentito Elisabetta, il capitano, mi ha detto che la notizia era arrivata fin là tramite i parenti delle ragazze: erano felici e non vedevano l’ora di poter conoscere e abbracciare Rossella di persona. Purtroppo, la notizia non era vera, e Rossella ha dovuto aspettare fino a Luglio, per tornare in libertà.

Le ragazze della Torres e la dirigenza non si sono dimenticati la promessa fatta a mamma Marina e papà Graziano: giovedì 6 settembre saliremo sul pullman con un’emozione incontenibile e andremo a portare il nostro abbraccio a Rossella. A nome di ogni tifoso, di ogni avversario, di ogni uomo o donna che in tutti questi mesi ha fatto il tifo per il trofeo più importante che si possa vincere: la libertà.

Foto di Gianfranco Carta

http://www.spaziodi.it/magazine/n0804/vd.asp?id=2841

http://www.spaziodi.it/magazine/n0801/vd.asp?id=2705

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