I successi femminili salvano lo sport

Ho provato a non esprimermi in merito, perché per quanto riguarda il calcio giocato, il calcio vissuto e il calcio tifato, mi sento un po’ di parte.

Il tema scottante che riempie le pagine dei quotidiani nazionali di uno stato che, come diceva Churchill, perde le partite come se fossero guerre e viceversa, è il calcio. Non il calcio giocato, non quello vissuto e tanto meno quello amato. Non da me, se non altro.

Sono in buona compagnia, però: ultimamente vedo sempre più persone che, con equilibrio e realismo, guardano allo sport nazionale con un ghigno sempre più schifato. Partite pilotate, truffe, calciatori miliardari che non si accontentano di cifre vergognosamente alte che riempiono i loro conto in banca e, bramosi, puntano ad incassare sempre di più e con metodi non propriamente ortodossi.

Questo non è calcio, attenzione: credo sia anche sbagliato inserire queste notizie nella pagina sportiva dei quotidiani. Questa è truffa, cronaca: nera, nerissima, come il pozzo profondo più fondo del fondo degli occhi della notte del pianto, per dirla alla De André.
E c’è da piangere, guardando il pozzo profondo in cui stanno affogando i valori da sempre legati allo sport, come lealtà, sincerità, orgoglio e dignità. Tutti termini che sempre più spesso non possono essere accostati al calcio, a questo calcio: il calcio malato di questi ultimi mesi, di questi ultimi anni.

Sarebbe offensivo nei confronti degli altri sport, calcio compreso, giocati mettendo in campo, prima dei muscoli, il cervello unito a tutte le qualità su elencate.

Ci pensavo oggi, con rammarico e una punta di stizza, guardando due giovani donne, Sara Errani e Roberta Vinci, trionfare con i loro sorrisi puliti, su un campo da tennis che le porta in finale del torneo di doppio al Roland Garros.
Pensavo alla fatica, alla passione e ad un palcoscenico troppo striminzito per contenere tanta bravura. Se fossero state uomini e se avessero giocato a calcio, sarebbero eroi nazionali. Invece rimangono due giovani donne, campionesse, che si godono uno sprazzo di notorietà prima di venire probabilmente offuscate dall’inizio degli Europei di calcio.

E ci pensavo anche stamattina, quando ho assistito alla premiazione da parte della Figc, delle pluricampionesse d’Italia della Torres Femminile: diciassette ragazze (una, neomamma) che vincono da tre anni, ininterrottamente, lo scudetto. Molte di loro sono titolari in Nazionale, questo qualcuno lo sa. Molte di loro sono laureate o stanno per laurearsi, forse questo lo sanno meno persone.Molte di loro sono costrette a cercare un lavoro, un lavoro ben retribuito, perché se i loro colleghi uomini prendono miliardi ad ogni respiro, per loro la situazione è completamente diversa: loro col calcio non vivono. Al massimo, sopravvivono.

Quando oggi ho visto il capitano Elisabetta Tona alzare l’ennesima Coppa consegnata direttamente da un dirigente della Figc e ho sentito l’appello del sindaco di Sassari Gianfranco Ganau che invitava gli sponsor ad aiutare una squadra che rischia di non avere futuro, mi si è gelato il sangue. Una raffica di parole, casuali solo nella disposizione, mi sono venute in mente, pesanti come enormi blocchi di ghiaccio: scommesse, miliardi, sponsor, droghe, assegni, interrogatori, Europei.

E a queste ragazze, ai ragazzini che non possono permettersi più di una divisa, alle società che ogni giorno faticano per insegnare che lo sport è, prima di tutto, onestà…a tutte queste persone cosa diciamo, per spiegare la differenza di trattamento tra chi gioca scommettendo e chi gioca giocando?


Elisabetta Tona (Capitano della “Torres Femminile” e vincitrice del pallone d’oro 2012) e il Sindaco di Sassari Gianfranco Ganau. Foto di Silvia Sanna.

da Spaziodi Magazine Anno VIII n° 6 GIUGNO 2012    –   PRIMA PAGINA

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