Mia figlia follia contro l’omofobia

A ridosso delle varie manifestazioni in occasione della Giornata mondiale contro l’omofobia, voluta dall’Unione Europea, mi ritrovo con i quotidiani in una mano e un libro – un bel libro – nell’altra. E una smorfia di disgusto che poi va dritta fino allo stomaco. La Commissione Giustizia della Camera di questa nazione che – a parole – è libera, liberale, democratica e intrisa di cristianità, ha bocciato per la seconda volta di seguito un testo di legge contro l’omofobia. Trovo quasi più normale – visto che in questo paese ormai “lo schifo” sta diventando “la normalità” – che si approvino leggi ad personam. Che so, qualche ordinamento che tenga lontani dalle celle i delinquenti in base al curriculum, al patrimonio, allo status sociale e alle conoscenze che contano. Che so, impedire di ficcare il naso nei tabulati telefonici dei delinquenti e nei loro conti in banca fuori porta. Ma che si bocci – probabilmente a prescindere, senza neanche averla presa in considerazione – una legge contro l’omofobia, è quanto meno agghiacciante.

L’omofobia non è una semplice “paura dell’omosessuale”, casomai è “paura di sé stessi”, in quanto è ormai risaputo e comprovato che spesso le persone, che si riempiono la bocca di ingiurie nei confronti dei gay, possiedono un tasso di omosessualità repressa da guinnes dei primati.

L’omofobia, quindi, non è una semplice “paura”, ma un reato vero e proprio: lo è, perlomeno, in nazioni come Danimarca, Francia, Islanda, Norvegia, Paesi Bassi e Svezia. E’ agghiacciante anche, è vero, che ci sia una legge che “protegga” le persone che vengono attaccate, insultate, molestate e uccise per il solo motivo di amare una persona dello stesso sesso.
Chi ama non deve aver bisogno di essere protetto da una legge. Non in un paese normale, non in una società normale. Noi non vi apparteniamo, a quanto pare. Lo intuisco, per mantenerci alle notizie di questi giorni, dalle scritte filonaziste sui muri dell’Università Bocconi di Milano a pochi giorni dall’aggressione – verbale, ma altrettanto violenta – di uno studente. «I froci si curano a Zyklon B», che richiama il gas utilizzato nei campi di sterminio e «L’Hiv la vostra punizione» sono due delle scritte comparse alla Bocconi, a spiegare se ce ne fosse bisogno, che cultura non vuol dire necessariamente civiltà.

Ci si dovrebbe indignare – tutti – e compatti, reagire di conseguenza con qualcosa di costruttivo, propositivo, necessario, logico. Umano.

E la Commissione Giustizia della Camera della nostra nazione, cosa fa? Boccia la legge anti-omofobia. D’altronde siamo la nazione di chi va con le ragazzine e si giustifica dicendo che è meglio che essere gay. Siamo la nazione di chi pensa che il Gay Pride sia offensivo per il Papa, per la Chiesa, per i credenti. Siamo la nazione che pensa che chi mette le mani sui chierichetti sia omosessuale anziché pedofilo. Siamo la nazione in cui un politico viene attaccato per i gusti sessuali, per l’orecchino e l’anello al pollice da chi è ben vestito ma dovrebbe avere l’anello al naso – e non parlo di piercing – per le sue idee primitive. Siamo anche la nazione che si indigna, però. Possiamo esserlo. Saremo una minoranza, ma forte e compatta. E orgogliosa. Pridevuol dire orgoglio, non a caso. E nei prossimi giorni, saremo quella forte, colorata, indipendente e pulita minoranza che scenderà in piazza non a chiedere, ma ad imporre che ognuno sia libero di amare ed essere amato.

Il libro è rimasto nell’altra mano, quella sinistra, all’altezza del cuore: si intitola “Mia figlia follia” e, anche se indirettamente, ha a che fare con l’ignoranza e l’omofobia.

Qualche mese fa, infatti, l’autrice è stata inizialmente invitata ad una rassegna letteraria per poi essere, successivamente, pregata di restare a casa, con il suo bel libro tra le mani. Anzi, possibilmente dentro un cassetto, nascosto dagli occhi dei perbenisti che considerano la sua storia “oscena”, probabilmente per via delle due righe in cui si descrive un rapporto omosessuale o quelle altre due in cui si racconta che Maddalena ha un rapporto sessuale con un cero.

Deve essere sembrato troppo scandaloso, agli organizzatori della rassegna, questo pezzo di vita. Meglio nascondere e censurare, quindi. Perché l’omofobia non è scandalosa, quella no, almeno non in questa Italia. Ma per fortuna si sono levate immediatamente delle voci, alte e limpide, sicuramente più credibili di quella di qualunque censore: Marcello Fois e Michela Murgia, tra i tanti, hanno confermato che l’arte, la narrativa, la parola, non possono essere costrette al silenzio.

Ad essere stupidi si comanda il mondo e conto non se ne dà a nessuno, né di sbagli, né di meriti”.

Maddalenina è sola. Anche la sua ombra l’ha abbandonata a sé stessa. Unici compagni di vita – malevoli preavvisi di morte – la follia, una vecchia che non parla mai e un ventre “aridamente gonfio”. Le sue giornate sono scandite dai rintocchi dell’orologio a cucù che custodisce un uccellino imbalsamato – ma che sembra essere una delle rare forme di vita reale della vicenda – e dai dialoghi con Maria Carta, l’aggiustatrice di ossa che comunica con i pensieri assordanti di chi vuole essere lasciata in pace.

La sua vita di stenti, sostenuta dalla pensione ‘di matta’, subisce un lento ma preciso cambiamento: sopraggiunta al cinquantesimo anno d’età, Maddalenina decide di diventare madre. Lo decide per sé, per la bambina che fiorirà – tra sogno e delirio – nel suo grembo e per i padri che le daranno sembianze e cognomi.
Ne sceglie tre, la matta del villaggio che saprebbe stare accanto a tutti, se solo glielo concedessero. Il padre di sua figlia ha i volti di Graziano Lucente, Quirico Malannata e Rocco delle Spezie, tre uomini dai quali Maddalenina tira fuori il meglio, nonostante siano portatori di grevi tormenti: un allevatore evirato da un toro, un adolescente “condannato” a diventare centenario come i suoi predecessori e un professore che alle donne preferisce i marinai.

Ambientato in una Sardegna negli anni dell’immediato dopoguerra, con riferimenti ambientali riconducibili a qualunque paesino dell’isola, si intrecciano storie di emarginazione che non guardano in faccia nessuno: colpiscono le donne come gli uomini, senza distinzione di ceto o età.

La storia si aggroviglia e si sbroglia nell’incessante botta e risposta tra la prolissa Maddalenina e la taciturna Maria Carta, a voler forse simboleggiare l’onesta follia dell’una e la lucida saggezza dell’altra.

Ai piedi di un secco susino (“Non è secco”), inaridito come il ventre di Maddalenina, ci viene raccontata con “ruvida delicatezza” la storia di un manipolo di uomini e donne emarginati dalla famiglia e dalla comunità, che trovano riscatto solo nella morte.

Mia figlia follia
Savina Dolores Massa
Editore
 Il Maestrale
Collana Narrativa
Prezzo di copertina € 16,00
Data uscita 01/09/2010
Pagine 196, brossura
EAN/ISBN 9788864290133

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