A casa di Rossella Urru

Oggi ho conosciuto una ragazza: ha la mia età, vive a Samugheo e ha un sorriso dolcissimo.

Si chiama Rossella Urru.

“Non ho neanche più la carta d’identità”, racconta a me e alle ragazze della Torres, metafora di chi ha un pezzo di vita ancora disperso nel deserto del Mali. E’ tornata, almeno fisicamente, anche se un po’ acciaccata (“Devo fare ancora un bel po’ di visite mediche”). Con il pensiero, però, chissà dove sta vagando, questa nomade della solidarietà.

Non avrebbe bisogno di documenti di riconoscimento, a dire il vero, perché molti di noi per nove mesi hanno visto il suo viso ogni giorno, sulle facciate dei palazzi o tra le maglie della rete, sorridente. Ma dolorosamente lontana.
In qualche modo, in questi nove mesi ognuno di noi è stato Rossella, o un suo famigliare. E la sua liberazione è stata la liberazione della parte più bella di noi.

Le ragazze della Torres hanno aspettato il suo ritorno, hanno giocato per lei, hanno vinto per lei e come promesso ai suoi genitori, sono tornate a Samugheo per regalarle il trofeo dello scudetto e festeggiare la sua liberazione. Nel ricco Palmares della Torres, che ha vinto tutto, una gioia così grande mancava ancora.
“L’emozione più bella è vedere i suoi genitori distesi, sorridenti…finalmente”, dice Elisabetta, il capitano della squadra. Chiedeva informazioni su Rossella anche dal ritiro della Nazionale, Betta, quando si trovava dall’altra parte del mondo per le qualificazioni degli Europei. Niente domande sul calciomercato, sulla vita in città, sulla quotidianità: chiedeva “Notizie di Rossella?”. L’ennesima conferma, per me, che i grandi talenti devono essere persone, e non personaggi. E il calcio femminile è fatto di persone.

Quando vedo Rossella entrare nella sala del Museo del Tappeto di Samugheo, mi sembra di rivedere mia sorella: forse è l’ennesima frase retorica che scriverò in questo ‘resoconto’, ma è la sensazione che abbiamo provato tutti, l’ho scoperto chiacchierando con gli altri sulla via del ritorno.
Colgo il suo imbarazzo: si guarda attorno e non vede solo noi, ma un’infinità di altre persone. I flash che si infrangono sul suo viso bruciacchiato dal sole del deserto, con appena un filo di trucco, sono troppo ingombranti per quell’angolo di riservatezza che cerca di costruirle attorno suo fratello, premuroso come una chioccia. Non si allontana un attimo da lei: nove mesi di assenza sono troppi, per permettersi di perderla anche solo per qualche minuto.
Scatto un paio di foto da lontano, ho paura di spingermi in un’antipatica invasione di campo. E’ lei ad avvicinarsi prima dell’inizio dell’incontro pubblico, scambiamo due parole, provo a dirle un consolante “Vai tranquilla, è la tua festa” mentre la sala si riempie e la invitano a prendere posto dietro il tavolo dei relatori. Ha uno sguardo che fa tenerezza e confermo l’opinione che mi ero fatta di lei: è infinitamente dolce. Mi prende la mano e la tiene tra le sue per qualche minuto.
Mi siedo su un gradino, di fronte a lei, perché sono una che quando è imbarazzata cerca un contatto visivo rassicurante. Spero di esserlo anche io per lei. E forse ci riesco, perché mi regala dei sorrisi che mi accompagneranno per tutto il giorno, e chissà per quanto tempo.

Oggi si festeggia il ritorno di Rossella, ma si presenta anche la nuova Torres: due esempi di tenacia tipicamente femminile. Rossella si presenta a tutte le calciatrici, le bacia una per una e le ringrazia, poi fa lo stesso con la dirigenza e il resto dello staff tecnico. Sa bene che da subito siamo scesi in campo scandendo il suo nome, sa che gli spalti del nostro stadio hanno ospitato i suoi compaesani e le sue fotografie, sa che siamo andati già una volta a Samugheo a portare un abbraccio sincero ai suoi genitori quando lei si trovava ancora chissà dove.
“Le ragazze della Torres e il mondo delle associazioni sono state, al mio arrivo, una delle sorprese e dei regali più belli che ho ricevuto”. E’ incredula, Rossella: si chiede – e ci chiede – quale sia il motivo che abbia spinto noi – e milioni di altri sconosciuti – a fare il tifo per lei, nei nove mesi in cui nelle nostre case c’era “un’assenza apparecchiata per cena”, come diceva Fabrizio De André.
“Vorrei ringraziare tutti, se potessi farlo, uno per uno. Queste ragazze non so come ringraziarle, perchè mi sono state vicine anche quando ero in Mali, senza neanche conoscermi: non so se l’hanno fatto perché siamo donne, o perché facciamo un lavoro di squadra — seppur in modi diversi-, oppure perché sono una conterranea”.

Ha un’inflessione spagnola, i nove mesi trascorsi con i compagni di prigionia Enric Gonyalons e Ainhoa Fernandez si sentono tutti. E traspare, dal suo sguardo, anche qualcosa di ciò che ha vissuto, in quei lunghi nove mesi. Ma non aggiunge molto sulla prigionia, parla solo di quanto è accaduto in sua assenza nella sua isola e nel resto d’Italia.
“E’ successo qualcosa che io non capirò forse mai appieno, perché ci sono tante sensazioni, tante emozioni, tanti momenti che io non ho visto e che non posso recuperare facilmente, anche solo attraverso i racconti. Così come non è facile per tutti quelli che mi conoscono, ma anche per tutti quelli che mi hanno seguito, capire quelli che sono stati i miei nove mesi nel Mali. Queste due realtà non so se si incontreranno mai”.

Non c’è nessuna sfumatura di lamento, nelle sue parole. Non è una persona che cerca l’applauso o la lacrima facile. E’ sé stessa, Rossella: splendidamente sé stessa.
Cerca con lo sguardo i suoi genitori, sorride alle ragazze della Torres, che non smette di ringraziare per il sostegno dato alla sua famiglia e per aver tenuto sempre alta l’attenzione nei suoi confronti. Parla poco di sè e molto degli altri.

“Voglio che non si dimentichi il motivo per cui ero lì nel Mali e non vorrei che si dimenticassero quei popoli e come loro tutte le persone che arrivano a un punto di abbandono tale da parte degli altri, che li porta poi a compiere dei gesti disperati. E quindi in questo momento sicuramente mi ricorderò dei miei cari amici del popolo Saharawi, dei Tuareg e di altri mille. Ma vorrei anche che ci ricordassimo dei nostri compaesani che sono comunque delle persone che hanno famiglia e che con dignità cercano di sopravvivere esattamente come le persone con cui lavoravo in Algeria, e che adesso si trovano a dover superare un momento molto difficile e che probabilmente la loro vita a questo momento in poi cambierà. Credo che in questo momento abbiano bisogno dell’aiuto di tutti: sono i minatori del Sulcis, i lavoratori dell’Alcoa ma tanti altri che sono in pericolo, come quelli di Ottana. Vorrei che tutti loro si sentissero accompagnati dall’isola così come avete accompagnato i miei genitori”.

Rossella ci dice, poi, che in questi giorni non ha una gran voglia di festeggiare: due o tre giorni fa è arrivata la notizia (non ancora confermata) che uno dei ragazzi rapiti dallo stesso gruppo ha sequestrato anche lei, è stato giustiziato. Con voce spezzata ci chiede di ricordare e di parlare soprattutto di chi non ce l’ha fatta, come il suo amico Tahar.

Alla fine dell’intervento di Rossella, dopo aver presentato la Torres Femminile di questa nuova stagione, le ragazze come promesso le consegnano la Coppa. Gli occhi lucidi che ci hanno accompagnato per tutto il viaggio verso Samugheo, e in questi nove mesi, sono ancora più lucidi, e finalmente possiamo festeggiare come desideravamo: con e per Rossella. Si commuovono addirittura le ragazze straniere appena arrivate in squadra, che conoscono Rossella solo tramite i racconti delle loro compagne.

“Liberate Rossella…dai saluti”, dico ironicamente quando a fine mattinata un nugolo di persone le si affolla attorno per dare e ricevere baci, abbracci e fotografie. Il fratello di Rossella annuisce, mi rivela di essere poco diplomatico, gli rivelo che allora siamo in due. C’è una disperata voglia di riprendere una quotidianità interrotta, in questa famiglia che fa cerchio attorno a Rossella, e in lei vedo la necessità di tornare nell’anonimato al più presto. Quando si avvicina alle sue coetanee calciatrici, per ringraziarle ancora una volta, si ricorda di aver interrotto un discorso con me perché qualcuno l’ha portata via per scattare una foto ricordo. Le vorrei dire tante cose, ma so che ci sarà un’altra occasione: senza telecamere, senza giornalisti, con la serenità di due trentenni che s’incontrano e si raccontano pezzetti di vita. Allora cerco di ricacciare indietro le lacrime di emozione trattenute per tutta la mattinata e mi limito a ringraziarla per essersi distinta da tante altre persone balzate, volenti o nolenti, agli onori della cronaca. La ringrazio, soprattutto, per non essere andata da Barbara D’Urso:  finalmente la sento ridere. “Uno dei primi consigli che mi hanno dato”, mi risponde quasi sottovoce, “è di stare attenta che il sequestro non mi sequestri”.

(in realtà ci sarebbero tantissime altre cose da raccontare, ma mi piace pensare che rimangano solo tra me, lei, e le nostre rossoblu)

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