I miei libri, la mia famiglia e altri animali

Ho una casa editrice, non ricordo se l’ho scritto sulla biografia. Sono talmente impegnata a faticare per diventarlo sul serio, che non ricordo neanche di esserlo già.

Editrice è il titolo che viene esattamente dopo maestra disoccupata e non è seguìto da nient’altro. Quando mi chiamano ‘scrittrice’ solo perché mi è stato pubblicato qualche libro, mi imbarazzo. Perché non mi sento scrittrice, perché non amo le etichetta e perché spesso mi imbarazza far sapere che scrivo. A casa mia, sono gli ultimi a sapere quando scrivo qualcosa e quando esce un mio libro: lo scoprono dai giornali, quando qualche giornale scrive qualcosa su di me (e non sulla Silvia Sanna che canta in sardo né quella che insegna in Scienze Politiche né quella che scrive sulla Nuova né quella che fa l’avvocato e tanto meno quella che ha partecipato a Miss Italia).

Negli ultimi due anni ho fatto qualche passo avanti e ho provato ad abbandonare distrattamente i miei libri in casa: sul tavolo del soggiorno, in cucina, nello sgabuzzino, dentro scatoloni ingombranti che avrebbero cavato gli occhi anche ai coinquilini più disattenti. Ma questa sorta di bookcrossing casalingo non sempre dà buoni frutti.  Una volta, prendendo un mio libro tra le mani (mi pare fosse il primo, quello su De André) mio padre mi ha detto: “Questa si chiama come te, non poteva scegliere uno pseudonimo?”.  Inutile, poi, aggiungere che i miei libri non li leggono e se lo fanno, lo fanno in bagno. E vabbè, ognuno sceglie i propri luoghi dell’anima.

Quello su De André, comunque, non l’hanno letto. A casa mia quando ero piccola si ascoltavano Gianni Morandi (madre), Eros Ramazzotti (sorella), tutti i tg regionali e nazionali (padre), Gianna Nannini e Nicola di Bari (zio). Quando dico che ho avuto un’infanzia difficile, non dico balle.

Quindi: “De André parla, non canta. O parli, o canti! E i cantanti cantano”.

(perdonali, Faber)

Quello sull’Asinara, “100 giorni sull’isola dei cassintegrati”, credo che l’abbiano letto (magari non tutti tutti e forse solo gli stralci pubblicati dai giornali) per capire che fine avesse fatto la loro coinquilina (io) che un giorno è uscita di casa con il sacco a pelo sotto il braccio e ha detto: “Vado all’Asinara”, inseguita dalla domanda: “E cosa ci fai tu lì?”. Domanda che poi mi fecero, in tono diverso, tante altre persone. Ma non sempre la risposta “Credo sia un dovere morale” ha trovato orecchie pronte ad accogliere la mia spiegazione. E neanche cuori. E cervelli, soprattutto. Comunque credo che l’abbiano letto, quello, visto che un giorno mi ha telefonato, allarmata, la mia sorellona per chiedermi: “La storia del topo è inventata, vero? Non ci sono i topi all’Asinara? Non c’è un topo nella tua cella, vero?”. Ho dovuto mentire, e zittire il topo Pinzimonio che trotterellava allegramente sul pavimento della mia cella.
I racconti pubblicati sulle varie antologie (Nyx di Arkadia, I miei campioni di Bradipolibri, Nerolucido di Mediando e altri) non li hanno letti, perché per fortuna il mio nome era piccolo piccolo.

Poi è arrivato Piciocus, che per me ha un valore speciale: c’è un racconto che mi ha chiesto Francesco Abate – il fratello che non ho nello stato di famiglia ma nell’anima-, esattamente nel giorno in cui io e Luana, la mia socia-amica-sorella, festeggiavamo la nascita di Voltalacarta Editrici. C’è un piccolo editore, Caracò, nato anch’esso in quei giorni, e ci sono autori che ancora non conoscevo personalmente ma ai quali adesso mi lega un grande affetto. Piciocus l’hanno letto almeno in due, a casa mia. Giusto il tempo per dire, uno all’altra: “L’hai letto?” “L’ho iniziato” “Eh, vediamo se riesci ad andare avanti, il suo racconto è pieno di parolacce: l’ho lasciato a metà”. Ci sono puristi della lingua e altri puritani. “Ramon”, il mio racconto contenuto in “Piciocus”, effettivamente ha un linguaggio un po’ colorito. Non so se rispecchi il mio linguaggio dopo un paio di birre medie, ma sicuramente era il registro linguistico del protagonista del mio racconto: personaggio tipico sassarese che si può facilmente reperire nei peggiori tzilleri della città vecchia, in condizioni non del tutto ottimali. Ma “Ramon”, per me, è stato un esperimento sociologico, più che linguistico. Avevo la convinzione (e ce l’ho ancora), magari errata, chissà, che un racconto che contiene qualche parolaccia scritto da una donna, ha un effetto “esplosivo” (in senso negativo), mentre se è scritto da un uomo, passa quasi inosservato. A una donna, un linguaggio colorito, non è concesso dalla società, dalla morale. Se Mario dice vaffanculo è un duro, uno schietto, uno un po’ sopra le righe ma che vuoi che sia un vaffanculo.  Se lo dice Maria, però, non ha lo stesso effetto. Che grezza, Maria, com’è poco femminile. Perché le donne, noi donne, quando ci incazziamo emaniamo profumo di rose, dalla bocca, mica una sfilza di vaffanculo. Comunque, io quando è uscito Ramon, dopo questa reazione casalinga, temevo il peggio. Pensavo che le donne, quelle dalla cui bocca escono solo petali di rosa, avrebbero detto “Che grezza, Silvia, com’è poco femminile”. E magari c’è pure chi l’ha detto. E non ha tutti i torti, forse. Sta di fatto, però, che durante tutte le presentazioni, le donne mi si avvicinavano per dirmi che il mio racconto le aveva fatte ridere e alla mia domanda “Non l’ha trovato un po’ troppo colorito?” molte hanno risposto “E perché, io parolacce non ne dico?”. Non so se mi lasciava più sorpresa il fatto che trovassero divertente il mio racconto o che non avessero una minima traccia di moralismo linguistico. Mi vergogno per aver sottovalutato le lettrici, soprattutto quelle già avanti con l’età.

“Una bomber” è uscito da poco, e so per certo che almeno due miei famigliari l’hanno letto. Il primo (detto Catone il Censore) ovviamente ha trovato qualcosa da ridire: “Te la prendi troppo con questa Nicoletta”. La seconda, invece, ha apprezzato e questa dichiarazione mi ha lasciato senza fiato. Tanto da farmi pensare che mi stia lasciando godere il momento, per poi andare giù con la mannaia tra qualche tempo.

A casa mia non si legge molto, Nuova Sardegna a parte. Mia mamma è appassionata di libri su Graziano Mesina, la primula rossa, quello che Indro Montanelli definì “L’ultimo scampolo di un banditismo sardo che appartiene a un irripetibile passato”. Paradossalmente Il Maestrale ha una collana speciale di cui fanno parte solo due libri: uno su Mesina e il mio sull’Asinara. Di libri su Mesina credo ne siano stati scritti solo 3 o 4, quindi mia mamma è appassionata di quei 3 o 4. Mio padre ogni tanto si butta sui libri politici per indignarsi come tutti i pensionati e avere qualcosa di cui lamentarsi al circolo, tra una scala quaranta e l’altra. Tutta la famiglia, inoltre, si è appassionata a una collana pubblicata dal quotidiano locale sugli omicidi avvenuti in Sardegna. Una famiglia tranquilla, la mia, che legge cose spensierate. Il primo libro che ricordo di aver letto, non a caso, è stato “Sei piccole bare” di Alfred Hitchcock, di mia sorella.

Sta di fatto, che i libri che scrivo io, se posso a casa mia li nascondo. Con gli altri libri, però, quelli pubblicati da editrice, ho deciso di iniziare con un piede diverso, probabilmente quello giusto. Ho preso il primo libro, ho messo una dedica, e l’ho regalato alla mia famiglia. Due su quattro l’hanno letto. E anche il secondo, e pure il terzo e addirittura credo anche il quarto. Qualche libro l’hanno comprato e regalato. Mio padre è andato anche alla presentazione di “Evasioni d’inchiostro”: l’unica presentazione di un mio libro alla quale non ho partecipato. E’ andato e si è comprato il libro. “Pà, ne ho tre scatoloni a casa”. “E vabbè, anche i librai devono guadagnare”. Mio padre è davvero l’anima del commercio. Non del mio, ma va bene comunque, apprezzo il gesto. I libri della mia casa editrice, quindi, a casa mia vengono letti e io mi prendo solo i complimenti (non è vero, non me li fanno: ma me li faccio io da sola perché loro evidentemente sono troppo timidi). E mi imbarazzo meno, molto meno. Sia a casa che alle presentazioni: perché anche se io e Luana stiamo comunque al centro dell’attenzione perché accompagnamo i nostri autori alle presentazioni, e le coordiniamo noi, però il libro è loro, solo loro, e l’occhio di bue è su di loro, non su di noi, o su di me. Non sono io che devo rispondere alla domanda: “Quanto c’è di autobiografico in questo libro?”. Che forse adesso capisco perché mio   padre ha ‘rinnegato’ il mio racconto, Ramon: perché come molti, pensa che chi scrive, scriva di sé, quindi in pratica gli avrei dato del nullafacente alcolizzato, poveraccio. Per fortuna non è niente di tutto ciò: è stato un grande lavoratore, è un pensionato diabetico e un grandissimo rompipalle. Che fortunatamente non ha internet, non ancora, ma sento che sta per arrivarci.

Dire che sono editrice, quindi, non mi imbarazza, anche perché almeno il 75% delle persone alle quali dico: “Ho una casa editrice” spalanca la bocca e dice “Ah”, perché non sa cosa sia una casa editrice. Qualcuno azzarda un “Stampate libri?” scambiandoci per tipografi. Qualcun’altro “Vendete libri?”, prendendoci per librai. Altri, più sinceri, si lanciano su un: “Quindi, concretamente, cosa fate?”. Quando noi spieghiamo vagamente o anche dettagliatamente quello che facciamo, le bocche si spalancano ancor di più e viene fuori la fatidica frase: “E tutto questo lavoro, voi lo fate gratis?”.

La risposta, purtroppo, è: “No, paghiamo per lavorare”.

(Se non ci fossero le nostre famiglie e altri animali, però, noi saremmo diverse da come siamo. Forse migliori, forse no. Forse no.)

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