“Il seno” di Philip Roth

Il professor David Kepesh, tra la mezzanotte e le quattro del mattino del 18 febbraio 1971, fa un’agghiacciante scoperta: il suo corpo ha subìto una metamorfosi. Niente scarafaggi di kafkiana memoria, semmai una trasformazione che più si accosta al “Naso” di Gogol.

Il professor Kepesh, infatti, si risveglia con le sembianze (per nulla discrete) di una ghiandola mammaria del peso di 70 kg.
Il sogno più o meno proibito di molti uomini, forse. Ma Kepesh – la tetta – è internato – carne ed ormoni – in una stanza d’ospedale: fenomeno da baraccone sotto costante controllo di medici e infermieri.
Riesce a comunicare con gli altri (la fidanzata, il padre, i medici), ma non riesce ad avere la percezione di sé. Allo stesso tempo, tutto il suo sistema ormonale è concentrato sul capezzolo, vero cuore pulsante del suo nuovo organismo.

Kepesh non riesce a capire, forse non vuole capire e, piuttosto che accettare una mutazione così irrazionale, preferirebbe avere la conferma di essere diventato pazzo. La conferma, però, non arriva da nessuno.
Nessuno riesce a dargli questa estrema consolazione. “Non sei pazzo, gli dicono, sei solo diventato un seno”. Il professor Kepesh non se ne capacità e attribuisce la colpa della sua follia alle letture effettuate in classe con i suoi studenti: Kafka e Gogol, quindi, sono i primi indiziati.

Philiph Roth, Premio Pulitzer nel 1997 (con l’opera “Pastorale americana”) porta avanti per 65 pagine un delirio narrativo che, seppur giocato sul filo del paradosso, riesce a trasmettere nel lettore inquietudine, specie se letto prima di andare a dormire, con il timore di scoprire, all’alba, un altro sé stesso.

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