“Una bomber”: la donna, in Italia, qualunque cosa faccia (tranne i bambini) è considerata una dilettante.

Ero un po’ spaventata, per l’uscita di “Una bomber”: pensavo, in particolare, alla reazione delle calciatrici, e poi di altre persone che potessero in qualche modo sentirsi (s)coinvolte per le tematiche del libro.

(temevo soprattutto le domande: “E’ autobiografico?” e “Nicoletta esiste davvero?”, perché non riesco a mentire, e Nicoletta picchia forte)

Sì, perché questo libro è piccolo e scemo (chissà da chi ha preso!), ma segue un suo filo (il)logico e come Pollicino lascia lungo il cammino briciole di storie, di vita e di significati (o almeno credo).
E le briciole, si sa, possono nutrire ma anche risultare fastidiose per chi se le ritrova addosso. Come i panni sporchi che si dovrebbero lavare in casa, anche le tovaglie andrebbero sbattute con cura e in un angolino.
Bene: che io non sia una brava casalinga è un dato di fatto, perciò le briciole sono in ogni dove: sui pavimenti delle case dei protagonisti del libro (e nei luoghi che frequentano), dentro le loro mutande (che tanto, lo sport nazionale italiano sembra quello di capire cosa succede da quelle parti) e ovunque finirà “Una bomber” nel suo folle tour di presentazioni.

Invece, quando quel cosino rosa schock è arrivato nelle librerie e poi nelle biblioteche, nelle case dei lettori e nei campi di calcio, mi sono tranquillizzata. Nessuna gambizzazione da parte delle calciatrici che, anzi, hanno accolto bene il libro, hanno riso di gusto e lo stanno facendo girare sotterraneamente in quel fitto sottobosco che è il calcio femminile.
Prova superata, almeno per ora (finché non troverò Nicoletta, ignara protagonista del libro, che mi farà pagare anche gli arretrati).

Ci tenevo, però, che si capisse che “Una bomber” NON è un LIBRO SUL CALCIO e quindi, rivolto solamente agli appassionati di calcio. E’ un libro sulle persone, sulle donne in particolare e sulle (pericolosissime) dinamiche di gruppo. Se anche voi, come me, avete fatto parte di un gruppo di donne (a scuola, nello sport, nel lavoro, nella vita), è probabile che riconosciate alcune tipologie umane presenti in quel bestiario che è “Una bomber”.

Ovviamente,  il tutto è estremizzato con l’obbiettivo di colpire (forte, proprio come mi colpirà Nicoletta appena ne avrà l’occasione) il lettore, magari anche infastidirlo se è il caso e portarlo, però, a sviscerare e ridicolizzare i luoghi comuni di cui “Una bomber” è – volutamente o meno – intriso. Ridicolizzare gli stereotipi, significa ridicolizzare chi se ne nutre. E di stereotipi sulle donne in generale, e sulle donne che giocano a calcio in particolare, ce ne sono tanti da farne un’antologia da venti tomi.

“Una bomber” consigliato da Liberos! 🙂

Allego la scheda di Caracò, che sa meglio riassumere quello che io direi in un’antologia grande il doppio di quella su citata.

“Una bomber” è, apparentemente, un romanzo sul calcio femminile: un sottobosco sportivo molto popolato ma ancora poco conosciuto e valorizzato, soprattutto in Italia.

In realtà, il libro è un pretesto per sviscerare e ridicolizzare i luoghi comuni che ruotano attorno a questo sport (e alle donne in generale) da sempre considerato “maschio” e, assolutamente, non accettato come “sport per signorine”.

La protagonista, – Julia, una sorta di Giano Bifronte dalla lingua biforcuta -, sottolinea le debolezze delle sue compagne di squadra e della dirigenza, che sono poi le debolezze proprie del genere umano: senza distinzione di sesso o professione. Lo fa con ironia e con esagerazione, disseminando qua e là messaggi più o meno subliminali che strappano sì un sorriso, ma un sorriso amaro.
Julia riporta, così, le lamentele delle sue compagne di squadra circa l’abbigliamento calcistico modellato solo sulla corporatura maschile; le misure mignon delle sacche da calcio che non considerano tutto ciò di cui una donna, solitamente, ha bisogno dopo una doccia (“il phon, la piastra, l’arricciacapelli, la trousse, la crema all’ortica per gambe-braccia-viso-inguine, l’idropulsore, il depilatore, il pacco da trenta di assorbenti con apertura alare di dieci centimetri, non si sa mai che restiamo imprigionate nello spogliatoio per tre mesi”); fa una rivelazione anticonformista che viene taciuta dai più perché considerata inopportuna, cioè che anche alle donne puzzano i piedi; racconta di come Rosa, mamma calciatrice e libertina, sia costretta a portare in trasferta suo figlio, addestrato dal nonno per fotografare chiappe femminili negli spogliatoi in cambio di denaro.
E ancora, il romanzo affronta – senza mai perdere la sua ironia di fondo – tematiche più serie come il nonnismo all’interno degli spogliatoi, l’eccessiva scaramanzia che spesso danneggia i soggetti presi di mira, l’interesse dei tifosi maschi che non si concentra sulle doti sportive delle donne, ma sulla loro fisicità, e l’omosessualità ricercata con un’ossessione morbosa all’interno degli spogliatoi di calcio: come fare un’indagine per sapere quanti pescatori o periti chimici omosessuali ci sono in Italia.

Calcando la mano su ognuno di questi stereotipi e ridicolizzandoli, il romanzo delinea, tra il serio e faceto, lo specchio di una società in cui l’esigenza di inscatolare ed etichettare persone e passioni, è sempre più prepotente e inutile.

Il calcio femminile come quasi tutti gli sport femminili, viene snobbato, spesso deriso e ostacolato. Pensate a una partita dei mondiali di calcio maschile non trasmessa in diretta nazionale: sarebbe il caos, in Italia scoppierebbe chissà quale rivolta. «Gli italiani perdono le partite di calcio come se fossero guerre e perdono le guerre come se fossero partite di calcio», diceva Winston Churchill.
Bene, gli appassionati di calcio femminile (sono tantissimi, talvolta rimangono nascosti, non si sa bene perché) raramente possono godere di una partita in diretta. Anche volendo pagare, tramite abbonamento, non possono seguire le partite delle loro beneamine se non una ogni tanto, solitamente quella che vale lo scudetto, e sempre in differita, qualche giorno dopo.
Prendete Patrizia Panico: ha vinto tutto, è il capitano della Nazionale, capocannoniere da anni, bomber della squadra pluricampione d’Italia (la Torres). E’ un po’ come Totti. Fa anche la sua stessa vita, in campo: allenamenti su allenamenti, preparazione, ritiro, palestra, privazioni, sforzi. Guadagna quello che Totti, probabilmente, spende per le crocchette del suo cane, se ce l’ha. Eppure lavora come una professionista: ma il calcio femminile, in Italia, è considerato uno sport da dilettanti.
La donna, in Italia, qualunque cosa faccia (tranne i bambini) è considerata una dilettante.

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