Dimmi che destino avrò.

Io, Pietro Marongiu (operaio) e Angelo Barbagallo (produttore).

Sento, intensamente, il profumo dell’emozione e dell’agitazione.

La mia memoria emotiva si concentra su un particolare: Mostra del Cinema di Venezia, un anno fa.

Sala grande, scalinata holliwoodiana per signore con i tacchi (se non si è tamarre come me, che sono andata sul red carpet con i sandali francescani), buio in sala, lucine microscopiche laterali e occhio di bue che si accende improvviso e violento sulla mia faccia terrorizzata, e su quella dei miei compagni di avventura.

Io che bisbiglio “Mi rifiuto di scendere” e il produttore del nostro film che mi dà uno spintone: “Cammina!”.
Davanti a me, il mio fratellone Andrea che dice: “Aiuto, che imbarazzo”, io che gli rispondo: “Tanto lo sai che sono io che inciampo, davanti a tutte queste persone che ci puntano le palle degli occhi addosso”, lui che ribatte: “Non portarti sfiga da sola: l’hai già detto al Time in jazz e ti stavi scapicollando sui piedi di Paolo Fresu”.

(non so come dirglielo che avevo previsto il mio volo, non avendo una grande fantasia per dichiarare il mio amore a quel gran pezzo di jazzista berchiddese)

La voce che dal megafono scandisce, uno per uno, i nostri nomi, e la gente che applaude. Io che ripeto “Tanto mi ammazzo” e il produttore che continua a dirmi: “Cammina!”.

(forse uno del cast che schiatta cadendo dalle scale della Mostra del Cinema di Venezia, fa audience, penso)

E avanzo, con i miei sandaletti fradici visto che a Sassari c’era un sole che spaccava le pietre, e a Venezia invece pioveva a secchiate.
Insomma: avanzo.
Avanziamo tutti.
Con la tipa che ripete ancora i nostri nomi e dice che siamo i componenti del cast di “Pugni chiusi” di Fiorella Infascelli e che siamo in concorso nella sezione “Controcampo” della Mostra del Cinema di Venezia.

(per la cronaca: abbbiamo vinto)

Avanzo nel vuoto, è buio, ci sono solo le lucine microscopiche laterali e l’occhio di bue mi accieca. E’ buio e me la sto facendo addosso, e non per il buio. Mi sento una barca nel bosco, cosa che mi capita spesso, soprattutto se mi presento alla Mostra del Cinema più importante d’italia in mezzo a gente con l’abito di gala e io con i sandaletti di cuoio comprati in una bancarella di un mercatino di Torino.

(fradici ma più comodi dei tacchi a spillo)

Scendo le scale e dico: “Ma noi, che fino a ieri dormivamo in cella con i topi dell’Asinara, cosa ci facciamo qua?”. E mi manca la mia isola nell’isola (i topi un po’ meno), mi mancano visi amici, a parte quelli che sono con me, mi mancano anche l’accento sardo e le espressioni poetiche come “Ma ta gazzu…” (ci facciamo qua)?

Finché, in mezzo a quella folla innumerabile di sconosciuti, nel buio, una mano afferra la mia, dolcemente. La stringe, e sento una voce che mi dice: “Sono qua”.

(no, non sono morta, e non era neanche Freddy Krueger, come qualcuno di voi sta sperando per godere di una deriva splatter di questo racconto)

E io, quel Sono qua, lo rivivo oggi.

Perché anche se sono lontana almeno 3 ore e 315 chilometri da Cagliari e da quella sala buia e da quella poltroncina e da quella mano amica da afferrare e stringere dolcemente per poter dire Sono qua…io, caro il mio Peter, sono là con te, con voi, davanti allo schermo, per vedere la prima nazionale di “Dimmi che destino avrò”.

(un destino bellissimo, di sicuro)

In bocca al lupo, amico mio.

Immagine

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