Se in Barbagia scopri una meravigliosa Ovodstock.

A Ovodda non si perde tempo: si ha un’idea – una bella idea – e nel giro di una settimana, si mette in pratica.

Non avevo ancora fatto in tempo a capire di preciso dove fosse collocato geograficamente, che già sentivo il profumo che usciva dai caminetti del paese, in un 30 novembre tipicamente invernale.
Ad accompagnarmi, in un viaggio che finalmente non mi affidava agli inaffidabili pullman, il presidente dell’ Associazione Culturale S’Arzola, Fabio.

(ho avuto modo di scoprire, in questi due giorni, che a Ovodda si chiamano tutti Fabio!)

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Fabio è venuto a prendermi a Sassari per portarmi a Ovodda e poi da Ovodda mi ha riaccompagnato a Sassari.

(se ricevuto da chi, come me, non ha la patente, questo è un gesto degno di un “Nobel per la pace” e un riconoscimento sicuro per una futura santità)

Dai suoi racconti capisco, ancora prima di conoscerli, che gli abitanti di Ovodda hanno menti creative che se non stimolate come meritano, rischiano di rimanere confinate nel loro orticello. Nei miei due giorni ovoddesi, conoscerò gestori di b&b che dipingono, operai che suonano, muratori-chef. Ognuno di loro possiede grande umiltà e (almeno) una dote artistica fuori dal comune. Mi affascina, l’idea di un paese di artisti silenziosi che di tanto in tanto vengono allo scoperto, e per promuovere non le loro opere, ma quelle degli altri.

(mi piace pensare che dopo la serata di venerdì, questi artisti abbiano modo di esibirsi altre volte davanti ai loro compaesani)

Durante il viaggio, spesso mi distraggo correndo con lo sguardo dietro al paesaggio: non riesco ancora ad abituarmi alla bellezza commovente e violenta  dei colori della Barbagia. Una bellezza che è schiaffo e carezza insieme. Il monte Orohole cattura il mio sguardo per parecchio tempo. Nel frattempo, però, stordisco Fabio con la mia fiumana di parole. Dopo lo stordimento iniziale, lui reagisce e insieme mettiamo su una lista di idee capace di ricoprire i prossimi dieci anni di eventi culturali nel territorio.4

(com’è bello sognare, soprattutto se si fa a costo zero, come gli eventi di questa coraggiosa Associazione che mi ospita)

Arrivati a Ovodda, andiamo nella base di Fabio e della sua famiglia: il negozio di parrucchiera di sua moglie Patrizia, che in occasione della presentazione del mio libro, chiuderà prima. La mia ansia da prestazione, a quel punto, sale alle stelle. Mi guardo anche allo specchio e mi dico che ci vuole una faccia come la mia, a presentarmi spettinata in un salone di parrucchiera e alla presentazione del libro.

Fabio mi accompagna nel locale in cui si terrà la presentazione, una trattoria/osteria al centro del paese, “Sa piconia”. Nell’aria aleggia una sorpresa per me, ma si sa che in un paese i segreti sono tutti di Pulcinella. Scendo dalla macchina e sento risuonare le ultime note di Khorakhanè. “Fabio: la musica!”, esclamo. Fabio sbianca: sorpresa sfumata. I musicisti si sono lasciati prendere dall’entusiasmo e hanno prolungato un po’ troppo le prove, anziché lasciare l’osteria prima del mio arrivo.
“Vabbè, dai, la sorpresa la facciamo a chi verrà”, dico, tentando di metterci una pezza.
“Lo sa tutto il paese!”, chiariscono i ragazzi.
“Come, tutto il paese? Doveva essere una sorpresa per tutti”.
“Eh, vabbè, le voci corrono”.

(la sorpresa invece gli ovoddesi l’hanno avuta, perché sapevano sì, della bravura di Pierpaolo e Fabio, ma forse non pensavano che fossero COSI bravi)

Per affrontare al meglio i pochi gradi ovoddesi, ci infiliamo in un bar a bere un the caldo. Lì ci raggiunge Gisella Vacca: attrice di teatro e cinema, cantante, autrice di testi, artista poliedrica insomma, nonché, ovviamente, ovoddese. Quando mi parlava del suo paese, con gli occhi che brillavano, pensavo alla nostalgia tipica di chi pur amando profondamente le sue radici, si allontana di tanto in tanto. E quando torna, rivive un piccolo miracolo. Ora che anche io sono stata a Ovodda e sono andata via, capisco il sapore di quella magia. Sono certa che quando tornerò, e tornerò presto, ritroverò quella stessa magia e volti ormai amici. Com’è bello, in Barbagia, arrivare dal nulla ed essere già una di famiglia.

(non c’è stato un solo attimo, in questi due giorni, in cui mi sia sentita fuori posto)

Quando arriva il momento della presentazione, gli ovoddesi arrivano alla spicciolata e Gisella me li presenta tutti, uno per uno. Se mi impegno, nonostante la mia memoria da criceto, riesco a ricordare tutti i volti, e c’erano più di quaranta persone. Ricordo persino un po’ di nomi e soprannomi, i legami di parentela e i mestieri.

Sono le 19, l’ora prevista per l’inizio della presentazione. “Non possiamo ancora iniziare, manca la bibliotecaria”.
E’ una frase che mi commuove. Ho sentito, spesso, frasi come: “Aspettiamo il sindaco”, “Aspettiamo il parroco”, “Aspettiamo l’assessore”. Ma mai, ho sentito: “Aspettiamo la bibliotecaria”. E’ un’attesa che mi rende felice, perché non sempre la figura di chi lavora, –  spesso silenziosamente – in mezzo ai libri, viene riconosciuta a livello istituzionale e sentimentale. Qua sì, evidentemente. Arriva Tonina la bibliotecaria, mamma di un bravo musicista ovoddese (avevate dubbi?), e possiamo iniziare.3

La presentazione del libro su Fabrizio De André, Gisella lo dichiara subito, è solo uno specchietto per le allodole. In realtà la sua voce intensa mi accompagnerà in una lunga chiacchierata tra le poesie in musica di Faber, le vie chiuse e polverose delle mie amate Villa Sant’Angelo e L’Aquila, gli scorci dell’Asinara, i campetti erbosi di calcio e tanto altro. Ci sarà modo di ridere e commuoversi, riflettere e indignarsi.
C’è un silenzio surreale, nella sala, e non perché stiano dormendo, come temevo. Tutt’altro: ascoltano attentamente, e quando la presentazione finisce, vorrebbero sapere altro (masochisti! Credo di aver parlato per due ore di fila) e si avvicinano per chiedere, per ringraziarmi per la bella presentazione, per un abbraccio.
Vedo sfilarmi davanti signore settantenni con una copia di “Una bomber” da farsi autografare, e vedo la loro immagine color seppia dentro casa, davanti al caminetto acceso, a leggere le avventure di una donna così lontana da ciò che loro sono state (credo). Sorrido e arrossisco. Spero di non traumatizzarle troppo.

E’ ora di cena, qualcuno va via. In tanti rimangono: smontano la scenografia (composta da oggetti tradizionali che arrivano dalla casa della mamma di Patrizia) e allestiscono due allegre tavolate. Inizia così il via vai di antipasti, primi, altri primi, secondi, altri secondi. E a seguire, il dolorosissimo(per me) momento dei digestivi. Al plurale. Mirto e assenzio su tutti. Si chiacchiera tantissimo, da tavolata a tavolata, gli unici non ovoddesi siamo io e un ragazzo di Dorgali capitato lì quasi per caso quella sera e subito adottato.

A servire i tavoli, Tiziano e Pietro, due cugini ventenni: i genitori di Tiziano (Sergio, detto “Pulce”, e  Gonaria) hanno preso la trattoria per dargli un lavoro, 4 mesi fa. Mi fanno tenerezza, questi genitori con il grembiulino da cuochi che lavorano sodo per realizzare il sogno del loro figlio. Smessi i panni di cuochi, Sergio fa il muratore e Gonaria la mamma a tempo pieno di altri tre figli, di cui due piccoli. La stanchezza è visibile nei loro occhi e nelle loro parole quando sgridano, seppur con affetto, quei due ragazzoni che non lavorano abbastanza per far ‘girare’ il locale.
Nel mio piccolo, provo a incoraggiarli: il locale è bellissimo e loro hanno grandi potenzialità. Devono solo crederci di più. Mi riprometto di farmi venire qualche idea per portare un po’ di gente nuova a “Sa piconia”. Penso a un evento come “Adotta un oste” (o un libraio o un contadino o un piccolo e giovane commerciante che da solo forse non ce la fa). D’altronde io stessa sono stata adottata più e più volte: come autrice, come editrice, come nomade delle parole.

Dopo un assaggio intenso e allegro durante la presentazione, Pierpaolo e Fabio imbracciano di nuovo la fisarmonica e la chitarra e animano la serata che va verso l’alba. A un certo punto arriva anche il padre di Fabio, ovoddese emigrato a Torino (anzi, a Chieri) e rientrato in patria: sta sulla porta, quasi intimidito ma orgoglioso di quel figlio ricco di talento. Tempo dieci minuti, e complice un bicchiere di mirto, anche lui inizia a cantare.
A fine serata c’è anche il tempo per una vera chicca musicale: Fabrizio – che con Pierpaolo fa parte dei Mistùra -, ci allieta con il suo rap ovoddese. Rimango incantata: non avevo mai sentito una canzone rap sarda accompagnata da un organetto.
Aveva ragione Fabio, il presidente di S’Arzola: Ovodda è un paese di artisti.

Manca poco all’alba e il giorno dopo mi aspetta il viaggio di ritorno verso Sassari. Devo salutare a malincuore i miei compagni di emozioni ovoddesi che tentano di trattenermi dicendo: “Ti dedichiamo l’ultima canzone e poi ti lasciamo andare”. Il live che mi dedicano sembra infinito, ed è un grosso dispiacere andare via. Ma prometto di tornare presto e li minaccio: “Non vi libererete facilmente di me”.

Mi accompagnano al B&B di Giovanni, che è stato una guardia carceraria dell’Asinara. Anche lui è un artista, ovviamente, e mi torna in mente quel grand’uomo di Enrico Mereu, scultore solitario dell’Asinara e compagno di mille silenzi e sorrisi.
Quella di Giovanni è una casa museo: nelle pareti ci sono i suoi quadri, e sparse per la casa le sue sculture (tra cui un meraviglioso Narciso fatto con le reti metalliche che si usano per delimitare i campi). Tantissimi libri, e un armadio dedicato ai romanzi di formazione da cui di tanto in tanto attingono le sue nipotine. Dormo in una stanza accogliente, tra una rivisitazione della Medusa di Caravaggio, una copia di La velocità massima della Madonna di Raffaello del mio amato Dalì e un bellissimo crocifisso ligneo che ancora una volta mi ricorda i lavori di Enrico.

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(ok, ho ufficialmente nostalgia degli amici dell’Asinara)

Il giorno dopo, prima di rientrare a Sassari, passo qualche ora con Gisella nella sua campagna. Rimango ad ascoltarla, incantata, quando mi parla delle erbe, delle proprietà della frutta e di altri alimenti. Ha una cura particolare per tutto ciò che fa bene al corpo e all’anima. La mia emotività è messa a dura prova quando la vedo, premurosa e severa (“Bisogna essere duri senza mai perdere la tenerezza”, diceva Che Guevara) con i suoi genitori. E’ un quadro bellissimo, quello che mi trovo davanti, e penso che vorrei essere abbastanza forte per occuparmi dei miei, quando avranno bisogno di me.

Arriva il momento della partenza: mi porto via (oltre ai gustosi doni di Gisella e di sua mamma: marmellate, mele al forno e nocciole) strette di mano, abbracci,  nuovi amici e posti che riempiono lo sguardo e l’anima. Lascio a Ovodda la promessa di tornare presto, e con i rinforzi.6

Quindi la butto là: chi di voi ha voglia di fare qualcosa – a titolo gratuito, ma con un grande ritorno in termini di emozioni- a Ovodda, con l’Associazione Culturale S’Arzola e la Trattoria/Osteria Sa piconia…non esiti a proporsi. Lasciate un sedile libero nella vostra macchina, perché ovviamente per me ogni scusa sarà buona per tornare a Ovodda.

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3 pensieri su “Se in Barbagia scopri una meravigliosa Ovodstock.

  1. Questa è Cultura a KM ZERO!!!…Quì riempire la sala vuol dire coinvolgere tutto il paese che non aspetta altro per dimostrare cosa sa fare e vedere cosa può apprendere da gli altri e arricchirsi ,a sua volta, ulteriormente.Questa è la ricchezza che stiamo rischiando di perdere con lo spopolamento dei piccoli paesi dell’interno e SOLO con l’impegno di noi tutti che possiamo evitare di diventare i camerieri o i maggiordomi dello sceicco di turno nella sua villa al mare.Complimenti a Fabio o meglio ai FABIO e a tutto lo Staff . E come dicevano i Latini “AD MAIORA ” con simpatia e ammirazione Angelo

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  2. Grazie Angelo. “Cultura a km zero” è una definizione che mi piace tantissimo e che si sposa perfettamente con ciò che ho visto e vissuto a Ovodda. Ci sono tornata qualche giorno fa e ho scoperto altre arti, altri artisti e ho ritrovato di nuovo ‘casa’.

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