Scucinando

Gnocchi di patate con pesto fatto in casa

Ho solo due ricordi d’infanzia che mi legano alla cucina: mia nonna che mi mette su una sedia davanti al lavello – avrò avuto sei anni – e mi dice: “Lava i piatti”. Non ho avuto, alla sua morte, neanche una tazzina da caffè in eredità, e questa la dice lunga sulle mie doti di lavapiatti.
In cambio, però, a sei anni mi sedevo accanto a lei, sulla poltrona e leggevo a voce alta tutte le notizie de “La Nuova Sardegna”, prendendo sempre il massimo dei voti nella ‘lettura a voce alta’. Credo che il mio amore per la lettura sia iniziato esattamente lì, e anche la mia pignoleria nello scovare errori di battitura (hanno sempre avuto dei correttori di bozze un po’ presbiti, a “La Nuova Sardegna”).

L’altro ricordo mi vede dodici/tredicenne, da sola nella cucina della campagna, a tentare di preparare una frittata. Prendo due uova, le rompo, cerco il tradizionale pelo ma non lo trovo, e rovescio il tutto in una padella. Accendo il gas e aspetto. Aspetto che venga fuori una frittata gialla e profumata. Ma il miracolo non si compie, la frittata non si autoprepara, e così mi accontento di due uova strapazzate. Passo il resto della serata a chiedermi come mai la frittata non sia venuta fuori, nonostante le mie ottime intenzioni.

Dopo due approcci simili, sento di dover giustificare me stessa (n.d.r. Si accarezza la testa e sussurra: “Poverina io”) circa l’imbranataggine tra i fornelli. Che poi, a dirla tutta: io non ho mai avuto neanche l’occasione di essere imbranata, tra i fornelli, perché me ne sono sempre tenuta ben lontana. A mia ulteriore discolpa, aggiungo che le padrone di casa (leggi: madri), talvolta sono gelose del proprio spazio e creano una sorta di striscia di Gaza tra i fornelli e gli altri umani che circolano per casa. Salvo poi lamentarsi e dire: “Ma se non sai neanche cucinare un uovo” (uno sì, con due mi viene già in salita).

Sono sempre stata ospitale e di buon cuore, e fino a pochi anni fa, per far ambientare subito le amiche che invitavo a pranzo, cedevo loro il posto tra i fornelli. In questo modo, nessuna di loro potrà mai dire di aver mangiato male a casa mia.

Nel periodo trascorso all’Asinara, ricordo di aver cucinato solo una volta (le donne dell’Asinara erano delle ottime cuoche e talvolta anche qualche uomo): ricordo che quell’unica volta, diffidenti com’erano, mi misero come ‘controllore’ uno dei muratori che lavorava a Cala d’Oliva. Era premuroso, pignolo, critico(ne), dava ordini come un vero capomastro e alla fine la mia pasta con la bottarga venne fuori al gusto di Diavolina, perché il soffritto andò a fuoco per la troppa ansia da prestazione.
Da allora, mi limitai a mangiare e i risultati li affrontiamo duramente ora io, la bilancia e la mia nutrizionista.
Non mi facevano preparare neanche il caffè, e la mia fama si spinse talmente oltre il golfo dell’Asinara, che un mattino sbarcò al molo l’imponente imbarcazione di legno di Goletta Verde, a bordo della quale c’erano delle splendide ragazze che giravano per il Mediterraneo per analizzare le acque, studiare, spiegare, ideare (che a DonnAventura gli fanno non uno, ma due baffi). Dopo mesi di navigazione lontane dall’inciviltà terrestre, quale fu la prima informazione che chiesero una volta toccata la terraferma? “Chi è Silvia, quella che fa il caffè schifoso?”. (giuro, potranno testimoniare qua sotto)

Ora che sono andata a vivere per conto mio, con la mia socia e il nostro gatto Spritz – al quale dedicherò una rubrica a parte -, ho deciso di iniziare a sperimentare (su di loro) e scrivere qua il resoconto delle mie disavventure tra i fornelli.
Non per altro, ma perché vorrei sfatare il mito della donna nata con il mestolo in mano (e la Barbie nell’altra, e i trucchi in tasca) e proporre qualcosa di alternativo alle tante suorGermane, BenedetteParode, Masterchef, Provedelcuoco che non sbagliano un colpo, non bruciano un soffritto, non dimenticano un ingrediente, non si affettano mai un dito o ustionano il palmo della mano “a forma di padella”. Nulla di nulla (che vita noiosa).

Ecco, io a queste persone vorrei insegnare un nuovo approccio alla cucina, al cibo, alla (buona) tavola, alla creatività. Vorrei insegnare loro, per esempio, a preparare il mio piatto forte: i fusilli al pesto. Senza fusilli. E anche senza pinoli, perché è vero che passo ore a stilare la lista della spesa, ma è vero anche che puntualmente la dimentico sul tavolo della cucina. Ma se ho deciso di preparare i fusilli al pesto, che fusilli al pesto siano.

Buon appetito.

p.s. il Guttalax è in bagno, nel primo sportello a sinistra.

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