“Django Unchained”

Con Tarantino non ci sono vie di mezzo: o si ama o si odia, difficilmente si riesce a raggiungere un accordo tra questi due sentimenti. Della sua ultima fatica cinematografica , “Django Unchained” si è detto tanto, soprattutto sul versante delle polemiche: l’accusa di banalizzare, per fini artistici, un vero e proprio genocidio come quello provocato dalla schiavitù imperante nel 1858 negli Stati Uniti; un merchandising discutibile sui personaggi del film trasformati in bambolotti, tra cui uno che viene denominato “lo schiavo di casa”; un eccessivo citazionismo che oscilla pericolosamente tra un tributo e l’altro: il più evidente è quello al nostrano Django di Sergio Corbucci, uno spaghetti western del 1966 con Franco Nero a cui Tarantino affida un cammeo nella sua rivisitazione.

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Se si lasciano da parte le polemiche e ci si concentra su “Django Unchained” senza nessun preconcetto, si corre il piacevole rischio di trovarsi davanti aun piccolo capolavoro che alle citazioni cinematografiche e ai contributi musicali (Ennio Morricone su tutti), aggiunge una robusta sceneggiatura supportata da dialoghi credibili quanto efficaci, personaggi ben strutturati, scenografia impeccabile e a tratti commovente e scene che difficilmente si cancelleranno dalla memoria degli spettatori più attenti. Come quella iniziale, per esempio, con una marcia silenziosa e cupa di un gruppo di schiavi neri che, incatenati tra loro, trascinano i loro stessi corpi stanchi verso una nuova giornata di lavoro forzato. Irrompe sulla scena buia e dolorosa, quello che è il personaggio più colorato e meglio caratterizzato di “Django Unchained”, che rapisce da subito lo spettatore con il suo linguaggio del tutto fuori tempo e luogo e le sue trovate geniali. Si tratta del dottor King Shultz (alias Christoph Waltz), tedesco, ufficialmente medico dentista ma concretamente cacciatore di taglie che gira gli Stati Uniti del Sud su una carrozza al cui apice sventola un dente. L’uomo è alla ricerca di tre fratelli, i Brittle, per poterli catturare e ricevere una lauta ricompensa che pende sulla loro testa. Tra gli schiavi che marciano silenziosamente, Shultz incontra Django (Jamie Foxx), che conosce bene i fratelli Brittle, i quali hanno comprato e rivenduto a chissà chi, sua moglie Broomhilda (Kerry Whashington). Tra i due uomini nasce così un sodalizio che li vedrà impegnati a scovare uomini ricercati per ucciderli, consegnarli alla giustizia e ritirare la ricompensa: ma la missione finale dei due, che incastra la vicenda western di sangue e pallotole a una bella storia d’amore, sarà quella di trovare e liberare Broomhilda, nel frattempo resa schiava da un forse fin troppo costruito Leonardo di Caprio, nei panni del crudele proprietario terriero schiavista Calvin Candie.

Un film che non può passare inosservato, “Django Unchained” e che delizierà gli spettatori coinvolgendo tutti i loro sensi, grazie a immagini che sembrano dipinte ad olio e ad una colonna sonora originale (nonostante le citazioni) che mescola la classica musica da spaghetti western ad altre sonorità tra cui spicca, su tutte, la musica rap contemporanea.

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