Purè con latte di soia

La vita in Sardegna è forse la migliore che un uomo possa augurarsi: ventiquattro mila chilometri di foreste, di campagne, di coste immerse in un mare miracoloso dovrebbero coincidere con quello che io consiglierei al buon Dio di regalarci come Paradiso.

Fabrizio De André

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Certe volte la vita in Sardegna è proprio difficile.

Oggi, per esempio, è 14 Febbraio e fuori c’è un sole che spacca le pietre. A due passi, c’è il mare. Sotto casa, un giardino rachitico che aspetta due braccia sottratte all’agricoltura, le mie.
Il gatto dorme un po’ qua e un po’ là, inseguendo il sole nel suo percorso circolare.

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Hai almeno quattro libri da studiare, mi dico. E uno da correggere. E uno da scrivere. La coscienza non conosce temperature e i sensi di colpa non si sciolgono al sole. Quindi, prendo una decisione seria: infilo il maglione, le scarpe da running e scendo giù a piantare i tulipani. E’ da ieri che passeggia dentro la mia testa la frase di Pessoa: “Siediti al sole. Abdica e sii re di te stesso”. I sensi di colpa, almeno per oggi, saranno i miei sudditi.

Dopo aver piantato i tulipani con meticolosa professionalità (buche veloci con zappetta sgarruppata, che alla prima pioggia riporteranno tutto fuori), non potevo sottrarmi dalla passeggiata al mare. Su tutto il litorale, fino a dove la mia vista così-così è riuscita ad arrivare, c’ero solo io. Con due maglioni in pile e il sole che mi schiaffeggiava.

Tornata a casa, ho notato con rammarico che anche oggi il pranzo non si è autopreparato. Ieri, però, presagendo che il lavoro (di giardiniera? di runner da spiaggia?) non mi avrebbe lasciato molto tempo per i miei esperimenti culinari, ho comprato quattro cose e ho deciso che sarebbero andate bene. In particolare, cosa che non faccio mai, ho preso una busta di verdure surgelate: peperoni, zucchine, melanzane, patate e qualcosa di non identificabile. Ecco, forse è meglio così: non voglio sapere di che morte devo morire per quella sbobba plastificata che ho condiviso con Spritz (ma il gatto non è scemo: ha lasciato tutto).

Il secondo piatto (o primo, o contorno o quello che è) era il purè di patate con latte di soia. Potrei stare qua a tirarla alle lunghe sulla soia e sulle patate, ma vado al sodo: era la prima volta che facevo il purè di soia. Va bene, confesso: era la prima volta che facevo il purè (e ve l’ho detto, che non ho mai cucinato in vita mia).
Ho una memoria scarsissima e anche per le ricette più semplici, ho bisogno di input scritti, perciò se un giorno mai leggerete le classifiche del web sulle ricerche culinarie più stupide, sappiate che ho contribuito ampiamente a sollevare la percentuale.

Questa volta, nonostante non abbia pianificato nulla, soprattutto al momento della spesa (ci vorrà un capitolo a parte, per quell’impresa fantozziana) avevo tutti gli ingredienti per fare il purè. Tranne la noce moscata, che in realtà c’è, ma è da grattugiare e ciò richiede energie che ho perso con il giardinaggio.
E’ nell’attrezzatura, che sono scivolata. Quell’aggeggio che sicuramente ha un nome tecnico che ignoro, quella specie di macina di acciaio per schiacciare le patate (non lo schiacciapatate): ecco, quel coso lì l’ho trovato nella dispensa, smontato. C’ho impiegato 10 minuti a trovare tutti i pezzi, 10 minuti a piazzarlo, 10 minuti a tentare di farlo funzionare e mezzo secondo per lanciarlo nel lavello. Nulla, sembrava che stessi schiacciando ghiaia, non patate: non girava.

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Allora ho pensato di usare quell’altro attrezzo che solo da poco è entrato a far parte della mia vita: il frullatore. Non quello a immersione (faccio la saccente, ma anche quello l’ho scoperto da poco), ma l’altro. Quello che ha una sorta di campana trasparente sopra. Sì, dai, un banalissimo frullatore. A casa mia sono tutti tradizionalisti, queste cose elettroniche ci sono ma giacciono, nascoste, dentro gli armadi. Si fa tutto a mano, in questa famiglia di stakanovisti.
Comunque: arriva il momento di scegliere le patate. Quante? Due. Belle grosse, che quella sbobba verde surgelata l’ho lasciata quasi tutta. Questo è perché la fretta fa fare i gattini ciechi. Spritz,smettila di cercarti le palline, sei femmina. Una volta scelte le patate e lavate accuratamente, le ho messe a bollire. Il tutto, verso l’una e mezzo, con una fame che ha spinto Spritz a cambiare stanza per non rischiare la pellaccia. Ora, non so se le patate che ho comprato io siano particolarmente sfigate o prendano la vita con filosofia e lentezza: ma sta di fatto che dopo un quarto d’ora erano ancora dure come il granito gallurese. Allora ancora una volta, ho fatto una rapida ricerca (rapida si fa per dire, qua la connessione viaggia sul monopattino) certa che le brave casalinghe avessero affrontato il tema in tutte le salse. Infatti. Una tra le più tecnologiche e indaffarate consiglia alle altre di non perdere 30 minuti di tempo per lessare le patate nella pentola (lessare, non bollire, che fa figo), ma di infilarle nella pellicola trasparente e arrotolarle a mo’ di caramella, lasciando uno ‘sfiato’ laterale perché non esplodano nel microonde. Ora, io il microonde lo uso solo da pochi mesi, e sento pareri contrastanti tanto da non essere ancora riuscita a farmi un’idea sulla presunta o reale pericolosità. In ogni  caso, questa cosa delle patate che esplodono, non mi rassicura. Prendo Spritz e lo allontano dal campo minato, tolgo la patata più grande dalla pentola, la incellophano (è un neologismo?) e la metto nel microonde. Metto 2 minuti. Dopo mezzo, sento già che fa rumori strani e seguo il tutto con il naso appiccicato al vetro, immaginando scene disgustose come la pellicola trasparente che si è sciolta sulla patata penetrando tossicamente nel suo cuore.  Dopo due minuti la tiro fuori dal fornetto ed è pronta: non è esplosa, non è diventata un tutt’uno con la plastica, sembra commestibile. Prendo anche l’altra, che nel frattempo avevo lasciato nella pentola a bollire, per capire quanto tempo ci avrebbe messo: ovviamente è un passaggio inutile, perché mi sono dimenticata di prendere il tempo.

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Taglio a pezzetti le due patate, provo a utilizzare quel ‘coso’ per renderle cremose, mi arrendo e prendo il frullatore. Ci metto le patate e frullo. O meglio, ci tento. Nulla si muove. Ci metto un po’ di latte, e qualcosa si muove, ma per poco. Aggiungo latte e si muove ancora, ma sento puzza di bruciato. Rovescio tutto il cartone del latte fregandomene delle dosi, che tanto non avevo neanche letto (parola d’ordine: “Ad occhio!”), e tutto si amalgama meravigliosamente.
Dopodiché rovescio il contenuto in una pentola, accendo il fornello, aggiungo altro latte, tre pezzetti di burro e giro, giro continuamente, finché mi stanco di girare e decido che il purè è  pronto.

Nonostante le peripezie (ma io neanche un thé semplice, preparo con nonchalance), il purè è davvero buono. Un po’ liquido, un po’ molto liquido, ma buono.Immagine

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