Patto con i lettori.

Finché non mi riprendo dallo choc di questi ultimi due giorni, non riesco a non utilizzare metafore o termini politici. Ma guarirò in fretta, lo prometto.

(ci sono ricascata: “prometto” è la parola chiave di ogni campagna elettorale, lo sappiamo bene)

Questa volta, lo confesso (confesso invece no, non è una parola da politici): non ero psicologicamente pronta. Ho preso sottogamba queste ultime elezioni, non ho partecipato a nessuna tribuna politica neanche su facebook, non ho fatto dichiarazioni di voto se non il giorno prima delle votazioni e sottolineando che avrei votato senza troppo entusiasmo. Per un attimo ho anche pensato di non votare. Poi ho pensato che me ne sarei pentita e che non avrei avuto più diritto di lamentela, neanche nei miei soliloqui. Alla fine sono andata al seggio, ho votato, e sono uscita dalla cabina comunque leggera e speranzosa.
Ho avuto un eccesso di ottimismo: ho sperato in una guarigione miracolosa dei più, ho pensato che gli italiani mica sono così fessi: se li fregano una volta perdonano, alla seconda danno un’altra possibilità, alla terza forse capiscono. Dal 1994 a oggi, è quel forse che ci frega. Non li frega, ma ci frega. Perché nel tuo giardino ben curato puoi pure avere delle rose profumate e rigogliose, ma se c’è della gramigna, ti manda  puttane tutto il praticello.

(ecco, anche puttane è un termine politico che ben riassume il tutto)

E allora rieccoci qua a leccarci le ferite e a fare guerre fratricide e non. Perché sia chiaro: io sono pacifista da sempre e pur non essendo credente ho qualche risvolto francescano, ma certa gente non la considero mio fratello. Meglio figlia unica. Io con certi personaggi che brucerebbero in piazza i neri, i cinesi, i sardi, gli omosessuali, i napoletani e i rom non voglio condividere nulla, non voglio neanche provare ad instaurare un dialogo. E’ una mia debolezza, probabilmente, una mia chiusura mentale. Ammesso che si possa parlare di chiusura mentale nei confronti di chi vorrebbe bruciare in piazza i neri, i cinesi, i sardi, gli omosessuali, i napoletani e i rom.

Comunque: è un momento di confusione totale e anziché partecipare al carosello degli insulti (lo faccio tra me e me, dal 1994), divento un tutt’uno con quella stessa confusione e mi eclisso. Avete presente la tanatosi? E’ un comportamento a dir poco geniale messo in pratica da alcuni animali, dalle bisce in particolare, e da alcuni militari esaltati dei film americani. Si tratta di fingere di essere morti per scoraggiare il nemico che dice: “Toh, è morto: che schifo, sarà già in putrefazione, non lo mangio” e se ne va.
Ecco, io voglio simulare la tanatosi per prendere parte il meno possibile a questo delirio collettivo post elettorale e finora l’ho fatto malissimo. Certo, non ho ancora scritto neanche un vaffanculo sulle bacheche altrui né ho deciso di smettere di dialogare con chicchessia. Con i berlusconiani, lo ammetto, ho sempre avuto, ho e avrò grossi problemi: infatti con loro parlo di tutto, ma non di politica. Cerco di puntare su ciò che li identifica come “esseri umani” e tralascio ciò che li distingue come “berlusconiani”. Ne conosco alcuni simpatici, tra l’altro. Non è vero. Così, a mente, non mi pare di conoscere non solo berlusconiani simpatici, ma proprio berlusconiani. O perlomeno, berlusconiani che si dichiarino – palesemente – tali.

Quindi, ho deciso di fingermi morta. Di prendere atto che il paese in cui vivo è quello che è (ignorante, corrotto, pappone, razzista, omofobo, sessuofobo, bigotto), che le uniche fazioni non troppo lontane dalle mie idee sono incapaci, che la (mia) salvezza (mentale) sarebbe l’indipendenza della mia isola (che è la mia vera nazione, e non sapete che sollievo mi dà questo pensiero, nonostante tutto. Cosa che però non accadrà mai, temo. L’indipendenza, dico) e che nonostante tutto lo schifo che ho visto, sto vedendo e probabilmente vedrò, di cose belle ce ne sono tante, eccome.
Se non nella politica, perlomeno nella vita.

Piccole grandi cose. Per sopravvivere alla violenza psicologica di vivere in una paese di berlusconiani e avversari inetti, sono disposta anche a prendere pieghe new age: sarò felice per un bocciolo di rosa e per la ruvidezza del tronco di un albero, per un’onda che si infrange sulla battigia e per una zecca che vuole congiungersi con il mio amato gatto, per un pomodoro che marcisce nel frigo e una cacca di piccione sul mio davanzale.

Insomma: penserò a quanto potrebbe essere bello l’universo senza troppi uomini e l’italia senza troppi berlusconiani.

Mi chiudo nel mio antro, a Villa Spritz, e inizio a pensare a quanto c’è di bello nella mia vita.
Nonostante berlusconi e i berlusconiani.

Immagine

(questo è il panorama che si vede da Osilo, per esempio, e seguire da lassù gli scrutini, mi è servito a stare meno male)

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