Orgoglio rossoblu, il giorno dopo.

Della partita di ieri mi rimangono impresse le emozioni più forti. Eh sì, perché ce ne sono state molte, e di diverse sfumature e intensità. Da quelle piccole, come un pallone che arriva esattamente sui piedi di un’attaccante rossoblu, a quelle più grandi: gli spalti del nostro stadio, solitamente semideserto, ieri gremiti di gente.

Come al solito, per iniziare bene la partita, sbaglio settore e finisco in mezzo alla tifoseria avversaria: i sassaresi li ricordavo meno biondi e un po’ più bassi. E’ un errore che mi piace, se proprio vogliamo chiamarlo errore. Ci sono una ventina di tifosi inglesi, palliducci, occhi azzurri e sventolanti vessilli di ogni genere, proverbialmente composti nel loro tifo. Ridono quando lo speaker dello stadio pronuncia i nomi delle loro beniamine. Ridiamo anche noi, quando per l’ennesima volta Patrizia Panìco diventa Pànico. Pensiamo che sia un espediente linguistico per incutere timore alle avversarie. Sorridiamo e ci inorgogliamo quando siamo davanti a un doppio cambio per entrambe le squadre: per loro entra Carter da Londra e per noi Pinna da Oschiri. Alto tasso di sardità in campo, anche oggi.

Per un paio di notti che precedevano la partita, ho faticato a prendere sonno: di giorno ero troppo impegnata con la correzione del prossimo libro per pensarci seriamente. Mi sentivo uno dei protagonisti dei libri di Nick Hornby, ma molto più agitata. Paradossalmente era il capitano della mia Torres, che tranquillizzava me.
Le emozioni pre-partita si basano non tanto su quello che proverò io, tifosa del bel calcio (indipendentemente dal colore della maglia),ma su quello che proveranno le ragazze in campo e a bordocampo. E’ per questo che la sconfitta di ieri, empaticamente, fa meno male: perché ho visto le ragazze uscire dal campo a testa alta, le ho viste ricambiare l’applauso a quel pubblico delle grandi occasioni che neanche per un minuto ha smesso di incitarle e di complimentarsi. Tutto questo, per me, è il nocciolo importante di ogni partita: spesso lo spettacolo più bello si vede in tribuna, a bordocampo, nel tunnel che porta verso gli spogliatoi.

Ieri ho assistito a diverse partite emozionanti, a tratti commoventi.
Una si è giocata in campo, con due squadre che si bilanciavano benissimo, nonostante una sia indcata da tutti quasi come “imbattibile” e l’altra spesso lo è, di fatto, e a dirlo è il palmares, mica una tifosa ‘partigiana’ come me. Solo che si pensa ad esaltare sempre gli altri, o affondarli. Mai una via di mezzo equilibrata: se l’erbetta dello stadio avversario è più bella o si strappa quella o si strappa la nostra. Accarezzarle entrambe no, richiede un’intelligenza che non tutti possiedono.

Un’altra partita si è giocata in tribuna: dal sindaco di Sassari alla zia di ottavo grado del custode del campo, dal dodicenne con mamma e papà ai giocatori di basket che tanto fanno esaltare questa mia città: c’erano tutti. E poi loro, le ex torresine: Martina e Alessia su tutte. Vederle tra noi, tra noi tifosi, con qualcosa di rossoblu addosso, mi ha fatto perdere la vista per qualche secondo. E non era catarrata, ma emozione.
Ho visto amici insospettabili, tra le 1200 (e più) persone che erano al Vanni Sanna ieri: amici che durante la settimana borbottano che il calcio femminile non è calcio, e poi eccoli lì a sgolarsi e dire che Patrizia Panico è un’aliena e se fosse nata maschio sarebbe capitano della Nazionale. Ma Patrizia è nata donna, bellissima nel suo essere donna e nel suo essere capitano della Nazionale Femminile, punto di forza umano e calcistico per tantissime ragazze.

L’altro spettacolo è la nonnina inglese che incita l’Arsenal per tutti e 90 i minuti, cantando canzoni patiottiche e da stadio, tra qualche fischio poco sportivo della tifoseria avversaria: una settantenne intonata che da sola vale più di un gruppo di tenores. Peccato per il reprtorio un po’ ripetitivo. Alla fine della partita, comunque, carezze sulla testa ai bambini sassaresi e noccioline in regalo per tutti. Una nonna è sempre una nonna, anche quando smette i panni da ultrà.

Lo spettacolo vero e proprio, quello che associerò sempre a questa partita così importante per il calcio femminile italiano, è arrivato un’ora dopo il match. Tutti insieme, calciatrici e famiglie, dirigenti e tifosi, a festeggiare la bella prova di forza di una squadra che non ha mai smesso di crederci per tutti i 90 minuti, neanche dopo il banale gol subìto, neanche dopo una telecronaca che strizza l’occhio ai tanti detrattori della Torres (gli eterni secondi, gli eterni terzi, gli eterni ultimi: tutti gli antisportivi, insomma), neanche dopo i messaggi dei pochi cretini che gioiscono quando una squadra avversaria perde. Perché per i cretini, tifare contro gli avversari è più facile che tifare per la propria squadra.
Sono una delle persone meno patriottiche che esistano (riconosco solo la Sardegna come mia terra di appartenenza), ma durante le partite di Champions League mi sono sempre sgolata, e sempre continuerò a farlo, per tifare per le ragazze che calcano il tappeto verde del Vanni Sanna, a prescindere dalla squadra in cui giocano. Il calcio è prima di tutto sportività, e la sportività è tifare per, non contro. La sportività è una stretta di mano tra allenatori prima e dopo la partita. La sportività è Manuela Tesse che dichiara da subito di essere orgogliosa delle sue ragazze. La sportività è l’allenatrice dell’Arsenal che fa i complimenti a una grandissima Torres.

La sportività è saper incassare una sconfitta. Anche quando non sei abituata a perdere.

(agli altri viene molto più facile, è ovvio)

E ora, il campionato: e lo spettacolo sarà vedere 22 ragazze correre dietro un pallone e divertirsi. Si continua sabato, a Sassari, contro il Firenze: una delle squadre con il più bell’accento del campionato.

Orgogliosi di voi, ragazze, sempre, e a prescindere dal risultato.

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