Scrivo e sono felice.

Fuori c’è un caldo furioso.

Con questo esordio brillante e originale, ho già perso due lettori su tre che sono capitati per caso su questo blog: ma era solo un modo per fare rimanere i più coraggiosi.
Non è il solito post sulle condizioni meteo, e soprattutto non è un post di lamentela scaturito dai millemila gradi all’ombra che fuori stanno arrostendo anche le nuvole (in allegato, una foto rubata da meteo.it).

Io questo caldo – cioè, non proprio questo questo, ma uno un po’ più umanamente sopportabile da tutti – l’ho aspettato, l’ho sognato, l’ho voluto, quindi non mi posso lamentare.

Oggi la mia città di nascita, Sassari, è la città più calda d’Italia: abbiamo dei primati meravigliosi da queste parti, prima di questo hanno detto che era la città più triste d’Italia. Nella mia città d’adozione, Sorso, non cambia poi molto tranne per il fatto che fai due passi e c’è il mare, quindi si respira un po’.
Dunque, in ottemperanza con la mia coerenza, io sono rimasta a Sassari, in città, e tutti gli altri al mare. Immagine

Ma sto benissimo, non mi posso affatto lamentare, soprattutto perché ho scelto io la clausura: da tre giorni mi sta succedendo qualcosa di assolutamente inspiegabile e bello. E’ successo verso le undici di notte di tre giorni fa quando, assonnata, ho acceso il computer per rileggere l’ultimo capitolo di una storia nella quale ero immersa da capo a piedi. Contemporaneamente ho aperto un altro documento vuoto e ho scritto una frase. Una frase assurda, slegata da qualunque mio pensiero. Da quella frase, il fiume in piena che mi portavo dentro da chissà quanto tempo ha iniziato a scorrere e non si è ancora fermato: dopo 180 pagine (formato A5, eh) ho ancora molto da dire.

E’ uno stato di grazia che non so spiegare neanche a me stessa, ma che mi rende felice esattamente come quando hai un sorriso da fare e, semplicemente, lo fai. Ma la cosa più strana in assoluto è che questa storia io non l’avevo mai pensata, e ancora adesso non so bene come andrà a finire perché mi pare di non avere nessun potere su di lei. E so che direte che sono tutte cazzate e che a dirle di solito sono gli artisti, quelli bravi, quelli che spesso fumano e bevono l’impossibile e poi dicono: “In realtà io non ho fatto niente, il libro si è scritto da solo”.
Io non fumo e sono astemia (chi ha detto “Dal naso!”? Lo sono diventata davvero, mi dispiace per i miei conterranei, so di essere una sarda atipica ma ora bevo solo birra analcolica) e questo libro si sta davvero scrivendo da solo, maledetto. Mi lascia giusto lo spazio per le correzioni, perché evidentemente il mio ruolo di editor emerge più di quello di autrice.

Mi sono fermata un attimo, adesso. Ho sentito l’esigenza di capire perché questa storia sia uscita fuori così, impetuosa, inarrestabile, urgente.
Ho riletto i capitoli scritti tutto d’un fiato in tre giorni senza fermarmi quasi mai e forse, forse, ho capito. Non è una sola storia, ma sono più storie intrecciate che mi ricordano un nodo da marinaio che forse per troppi anni è rimasto legato senza che io avessi il coraggio di scioglierlo.
Mi è venuto in mente anche Fabrizio De André, sempre presente nella mia vita, e il suo modo di reinventarsi le vite della gente e addolcirne la morte. In una storia fondamentalmente frizzante con qualche picco di malinconia, ho capito che è esattamente quello che sto facendo con questa storia: per troppi anni ho tenuto dentro storie, visi, dolori, gioie che scalciavano. Non riuscivo a leggerle, non riuscivo quindi a scriverle.
Ora che mi sono fermata hanno preso il sopravvento e urlato la loro voglia di uscire allo scoperto, liberandomi da pesi che come fardelli rallentano il mio cammino e curvano la mia schiena.

Scrivo e sono felice.

 

[colonna sonora per la scrittura: Crippled Black  Phoenix ed Eddie Wedder]

(colonna sonora per la pausa: (Rino Gaetano)

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