Mastica e sputa: fango e stelle a Olbia.

Qualcuno dice che a volte il dolore si misura in base alla lontananza, o alla vicinanza. “Mastica e sputa”, cantava Fabrizio De André “da una parte il miele, mastica e sputa dall’altra la cera”. La sofferenza lacera, ma è un buon momento per ripartire: si può trattenere quanto c’è di buono, e lavorare su quello.

Quando lo scorso novembre la Sardegna è stata colpita dall’alluvione, le prime telefonate e i messaggi solidali arrivavano da L’Aquila: da amici che hanno perso la casa, il lavoro e le persone che amavano.
Quando un mese dopo sono volata in Palestina, il nostro amico Mohammed ci ha subito chiesto: “Come va in Sardegna, dopo l’alluvione?”. Come se un aquilano che vive in una casetta di legno e un palestinese intrappolato nella sua terra, non avessero altro a cui pensare.

Ho avuto la conferma: il dolore non si misura in base alla lontananza, o alla vicinanza. Il dolore non si può allontanare, si può solo affrontare.

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L’alluvione in Sardegna ha fatto esplodere la mina vagante della solidarietà, e siamo stati “popolo”.  Non c’è stato paese che non abbia raccolto alimenti, inviato aiuti, spalato fango in Gallura come a Bitti, Uras e altre località colpite.

A Sassari uno dei maggiori centri di raccolta aveva sede in un’ex questura occupata da giovani e artisti: per settimane il via vai di cittadini che portavano generi di prima necessità è stato incontrollabile, e i volontari dell’ExQ avevano braccia infaticabili. Mi sono sentita al centro della carreggiata più trafficata di Tokio: senza avere il tempo di realizzare mi sono ritrovata con loro a smistare coperte e riso, pannolini e dentifrici. Quando una macchina si fermava davanti all’ExQ per scaricare cibo o abiti, partiva un applauso spontaneo, e contenere la commozione è stata un’impresa più difficile di scaricare scatoloni da sette chili.

A ridosso dell’alluvione sarebbe dovuto partire il tour della nostra autrice, Angela Gambirasio, e avrebbe dovuto toccare una delle città più colpite dall’alluvione: Olbia. Il centro che ci avrebbe ospitato, era alluvionato: lo avevano appena inaugurato.
Con i miei compagni di viaggio Luana e Mauro siamo arrivati a Olbia con stivali, secchi, scope e attrezzature – che neanche i Ghostbusters – per ripulire lo scantinato di una casa famiglia che ospita ragazze disabili. Ore di lavoro gomito a gomito con le suore che fingevano di non sentire le nostre imprecazioni contro il fango che, maledetto, fuoriusciva da ogni fessura rovinando tutto ciò che era stato conservato nel sottopiano. “Fai le foto, per favore”, mi dicevano “perché così magari qualcuno ci risarcisce”. Ho provato a scrollarmi di dosso le immagini dei volontari che posavano sorridenti tra le macerie dell’Aquila, e ho obbedito. Quelle suorine, d’altronde, non contemplavano il rifiuto. “Mangia almeno la banana!” ripeteva una suora inseguendo un ventenne olbiese che con suo fratello spalava il fango da almeno otto ore, senza sosta. “O bevi almeno un bicchiere d’acqua!”

Dopo quattro ore, non ci sentivamo più le braccia e la schiena ululava. A lavoro finito, un panino divorato appoggiati alla macchina e armati di scope e bastoni siamo andati verso il centro logopedico che la settimana dopo avrebbe ospitato la nostra presentazione. Si chiama “Stelle sulla terra”, un nome quanto mai simbolico.
Sporchi di fango fino ai capelli, abbiamo suonato il campanello convinti di ritrovare anche lì un’ondata di detriti, ma una volta aperta la porta Antonella – la titolare – ha sorriso, commossa, e ci ha chiesto: “Avete mangiato? Venite dentro al caldo, abbiamo i pasti della mensa”. E poi mi prendono in giro perché mi commuovo facilmente: gli alluvionati che vogliono sfamare noi, incredibile. Sporchi di fango come maialetti, dentro un centro alluvionato reso scintillante da mani operose, abbiamo sentito i loro racconti. Nelle tempie mi pulsava il dolore dei ricordi: Villa, la “mia” Villa Sant’Angelo a 20 chilometri da L’Aquila, e gli abitanti che fuori dalla zona rossa mi raccontavano le storie di ogni casa, di chi l’aveva abitata e di chi ci era morto quel maledetto 6 aprile 2009.

Dopo aver riscaldato e riposato le ossa, ci siamo rimessi in macchina verso una delle zone più devastate di Olbia. E’ inutile che ve lo racconti, avrete sicuramente visto le immagini in televisione di macchine sott’acqua, case sommerse dal fango, e lacrime. Da ogni viottolo sbucavano ragazzini sporchi di fango, con stivali, scope, pompe: avranno avuto tredici anni. Le denominazioni giornalistiche di stampo buonistico non mi piacciono, ma il titolo di “Angeli del fango” mi pare che l’abbiano ampiamente meritato. Non si limitavano a pulire le loro case, ma anche quelle dei vicini e degli sconosciuti. Tredici anni appena, alcuni erano anche più piccoli. 

Ci siamo aggiunti a loro, e ai vigili del fuoco, alla protezione civile e tantissime altre persone senza appartenenza. Ogni volta che passavano macchine cariche di volontari targate Cagliari, gli occhi mi si annacquavano: non è scontato che uno faccia tutti quei chilometri per aiutare degli sconosciuti. Due ragazze giravano con la macchina attorno alle case più devastate, abbassavano il finestrino e chiedevano: “Signora, ha bisogno di detersivo? Vuole un tira acqua nuovo?”.
La pioggia incessante teneva viva la paura. “Piove ancora, adesso cosa succederà?” mi ha chiesto una signora che toglieva il fango da casa. “E’ una pioggerellina, stia tranquilla”. Una bugia bianca sporca di fango.

Il continuo monitoraggio delle richieste di aiuto su facebook o twitter, ci porta a cercare una via che neanche molti olbiesi conoscono e dove due anziani sono soli e hanno bisogno di aiuto. Ci ritroviamo a vagare tra le vie del quartiere, fermandoci di tanto in tanto a spazzare fango o aiutare le famiglie a svuotare il garage. Nella nostra ricerca incontriamo altre persone che stanno cercando la stessa via, la stessa casa, i due anziani soli. Che non troveremo mai.
La pioggia aumenta di intensità, camminiamo a testa bassa come se non ci importasse e pensiamo che in una situazione di normalità la gente correrebbe, come impazzita, a cercare riparo, come se la pioggia potesse far male. Ci guardiamo attorno, e capiamo che la pioggia che può far male è un’altra, e non è necessariamente fatta d’acqua ma di cemento. In sottofondo sento lo stesso rumore penetrante che sentivo a L’Aquila: escavatori, pompe, mezzi di soccorso e nient’altro. Un rumore continuo che diventa normalità.

Inizia a fare buio e molte strade sono interrotte, dobbiamo capire come si esce dalla città. Facciamo il percorso a ritroso in silenzio, noi che zitti non stiamo proprio mai. Anche la radio è un suono inopportuno, e viene spenta. “Oggi c’eravamo tutti”, pensiamo, “ma tra un mese saranno soli”.

Non so se sia andata così, a Olbia ci sono tornata una decina di giorni dopo e gli abitanti avevano ancora le scope in mano, anche se il ‘grosso’ era stato fatto. 

Il centro “Stelle sulla terra” ci ha ospitati per la presentazione di “Mi girano le ruote” di Engy Gambirasio (che lo racconta qua): in mezzo al caos dell’alluvione hanno trovato anche il tempo per comprare una pedana per fare accedere la nostra Angela con la sua carrozzina. Hanno preparato un rinfresco per noi, con i dolci comprati in una pasticceria che dal giorno dell’alluvione ogni mattina porta la colazione per i bambini del centro. Ancora una volta non riusciamo a trovare le parole. La presentazione va benissimo, la sala è piena, la gente ha comunque voglia di ricominciare. Nel frattempo, il tempo peggiora ancora: a pochi chilometri sta nevicando e una giovane donna olbiese ci dice di non preoccuparci, che a casa sua c’è posto anche per noi.
Lasciamo Olbia con la sensazione di aver ricevuto il triplo di quanto abbiamo dato. Antonella ci dice: “Tornate quando volete, noi vi aspettiamo”.

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Sono passati quattro mesi, Olbia non si è ancora ripresa del tutto, i finanziamenti sono come l’acqua nelle oasi del deserto. Come sempre accade, e meno male che accade, è la gente a muoversi: le iniziative per raccogliere finanziamenti e aiutare concretamente gli alluvionati – di Olbia e di tutte le altre zone colpite – continuano ancora oggi, si moltiplicano e si rinnovano. Elencarle tutte è impossibile, ma raccontarne qualcuna può avviare un bellissimo contagio solidale.

Da domani sarò a Olbia, vorrei rivedere la città oggi, gli occhi lucenti di Antonella, la speranza nei visi degli olbiesi, la casa famiglia pulita, l’orgoglio di chi ce l’ha fatta, la paura di chi pensa di non farcela.

Questo articolo è dedicato a Bruno, Sebastiana, Maria, Francesco, Patrizia, Maria, Isale, Cleide, Laine, Weriston, Maria, Anna, Vannina, Luca e i piccoli Enrico e Morgana.

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