Mamma, gli zingari

Vedo dentro

la crosta della tua pelle

un Rom, un uomo

il nonno, i nostri morti.

Mio padre (Mur dat)

di Bruno Morelli

Silenziosi. Col vento che taglia la faccia e le scarpe macchiate di fango. Strisce di lana colorata attorno alla bocca, per conservare il tepore che ci fa muovere in modo  isterico.
Arriviamo così, al campo rom: pronti a farci schiaffeggiare dal vento e dallo sgombero forzato delle famiglie che qua, tra il vento e il fumo nero, ci vivono. E’ una giornata in cui anche le emozioni sono ghiacciate: non sappiamo cosa aspettarci.

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 Arrivati all’ingresso scopriamo che ciò che ci aspettavamo – le  forze dell’ordine – non c’è.
“Vi  aspettavate gli  elicotteri?” scherza uno  dei più navigati,  “Non verranno: sanno  che ci siamo noi e  non verranno”.
Noi  siamo un gruppo di  cittadini, niente di  più. Certo, facciamo  parte di  associazioni umanitarie come    Emergency, Amnesty International e  Ponti non muri, che in questo gelido  campo rappresento con fierezza ed  emozione. Noi, in più, siamo un gruppo di cittadini armati fino ai denti: macchine fotografiche, occhi ben spalancati e parole di pace che mastichiamo silenziosamente.

Ai bordi del recinto, tra alberi piegati e motori arrugginiti, ci chiediamo cosa fare: quello spicchio di natura non proprio incontaminata, per qualcuno è casa. E a casa degli altri, si bussa. In questo condominio di fango non ci sono porte o campanelli, ed è il vento a portare Eddi  fuori dalla sua baracca. Scarpe da tennis, sorriso largo e accento sardo, Eddi è un rom sardo quanto noi. E’ nato e cresciuto tra le lamiere di questo campo. La sua famiglia si è aggrovigliata dentro la roulotte per raggiungere il comune, dove qualcuno li aspetta per comunicargli cosa ne sarà di loro. Quel qualcuno che li aspetta, in realtà si fa aspettare almeno 3 ore. Tanto i rom non hanno niente da fare, è risaputo. Eddi su quella roulotte non ci stava, non ci stava fisicamente, e allora e rimasto al campo. Con lui, tra le baracche, alcune donne e qualche bambino. Ci racconta del suo lavoro estivo di cameriere in un locale, e di quel colloquio di lavoro che non ha passato poiché non aveva precedenti. “Hai la fedina penale pulita? mi hanno chiesto. Sì!, ho risposto. Allora ci dispiace, non rientri nelle categorie protette, non possiamo darti questo lavoro”. E degli altri colloqui, che ormai non conta più, ai quali arriva dopo una telefonata  e quando se lo ritrovano davanti, così olivastro, così zingaro, gli dicono “Abbiamo già trovato”, e lo mandano via. Se il suo accento sardo inganna, i tratti parlano rom.

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Mentre il maestrale ci riempie gli occhi di terra si avvicina Sceba, che abbraccia tronchi di legno scuro. “Ho una bambina di quindici giorni”, ci dice, “oggi c’è molto freddo in casa”. Mi guardo attorno, ma non ci sono case. Ha la mia età e quattro figli, uno gravemente ferito in un incidente domestico. Nasconde la bocca con la mano, per quel sorriso un po’ bianco e un po’ nero che la fa vergognare. “Lavoro due volte alla settimana e con quattro bambini così piccoli non riesco a trovare il tempo per me”. Il tempo per me. Mi sbatte in faccia il pregiudizio per cui non tutti gli esseri umani hanno bisogno di trovare il tempo per sé. Il tempo per me lo immagino con tutte le comodità del caso: dal divano a un letto caldo, un caminetto acceso e un libro in una mano e un tè caldo nell’altra. Guardo la baracca: un divano non ci può proprio stare, in quella scatoletta. “Ho chiesto che mi chiudano i tubi”, ci dice, e non si riferisce a questioni idrauliche. “Quattro possono bastare”, le rispondo, “li hai fatti tu anche per noi”. Sorride, e mi dice che ora deve aspettare, non sa quanto, che la chiamino dall’ospedale. Ci tiene a ripetere che per la cultura rom quattro figli sono il giusto, ma che lei a trent’anni è un po’ stanca e poi lavora solo due volte alla settimana e faticherebbe a sfamarli”. Ha occhi chiari, e se non fosse per quei denti caduti per l’ultima gravidanza, sarebbe una Madonna olivastra.

La porta di una casupola di legno che cigola e sbatte, ci fa voltare. Sono due, sotto quei cappucci di lana: lui è alto quanto il triciclo, lei guarda timidamente le punte delle sue pantofole bucate. La pioggia aggiunge fango al fango. “Venite dentro”, ci dicono, “Se no vi bagnate”. La cucina di Eddi è una boccia di vetro con le ruote troppo piccola per tutti. “Rientrate pure in casa” gli diciamo. Ma qual è il padrone di casa che lascia gli ospiti da soli sotto la pioggia? Aspettano con noi, e intanto le ore galleggiano mollemente tra le pozzanghere del campo. Dal comune non ci sono notizie, stanno ancora aspettando qualcuno. Ma qualcuno non arriva.

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Facciamo qualche giro per il campo, lasciamo che ci raccontino qualcosa sulla loro vita. I bambini si rincorrono, abbracciano la nonna, si sporcano la faccia di nutella, si punzecchiano con vecchie canne da pesca arrugginite, mi aiutano a fare dei video a testa in giù e posano per le fotografie di Paola. Il vento e la pioggia non ci danno tregua e la mia fedele compagna emicrania mi mette alla prova. Salutiamo i nostri nuovi amici piccoli e grandi e andiamo al comune per capire se qualcuno è arrivato. Imbottita di Oki, seguo gli altri nella sala consiliare, piena di colori e lingue sconosciute. Appena entriamo, ci dicono che non è una riunione pubblica, ma una volta tanto i nostri tesserini aprono le porte. Emergency, Amnesty, Ponti non muri non sono nomi che richiamano proteste rumorose. Restiamo in piedi, silenziosamente, a sentire le ragioni degli anziani del campo, e poi dei loro figli e nipoti, sardi come noi. Qualcuno è arrivato, dice che sa dov’è il campo, perché ci passa spesso quando va in bicicletta. Qualcuno dice loro che il campo è sporco e che devono fare da bravi. Fa un accenno alle fogne e all’acqua calda. Fogne? Quali fogne? Acqua calda?
Provo a socializzare con Stevan: biondo e bellissimo. In cambio ottengo un pugno sul naso. Ecco, forse lui ancora non associa alla parola maestra nessun sentimento di dolcezza o profumo di gesso. E se pensa al gesso, non è sicuramente quello per scrivere sulla lavagna.
Qualcuno conclude frettolosamente l’incontro con fare paterno, in un ripetere ossessivo di fate da bravi che farebbe venir voglia a chiunque di fare l’esatto contrario.

Prima di lasciare la stanza tutti – tutti – ci stringono la mano. Non ci avevano mai visto prima, e forse neanche durante la riunione. Ma tutti ci tengono a dirci “Grazie per essere venuti”, anche il bellissimo nonno rom con un cappello da cowboy in testa.

Nessuno sgombero, e non sappiamo se esserne felici: la casa di Stevan sarà ancora, e per lungo tempo, una pozza di fango.

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Un pensiero su “Mamma, gli zingari

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