Fill’ e Palestina

Volevo solo farvi conoscere Zeqra, la nanerottola palestinese che mi ha adottato a distanza.

Una sera qualunque dello scorso Dicembre, sono entrata al nido dell’orfanotrofio ‘La Creche’ di Betlemme. Prima di andare a dormire, premurosa come sono – sì, ok, si dice ANSIOSA -, ho fatto il giro delle sette cullette per vedere se tutti i neonati stessero bene.
Uno addirittura russava, l’altra faceva le bolle giganti col naso, l’altro respirava pesantemente perché quando aveva 15 giorni è stato operato al cuore. Gli altri tre dormivano a pancia in giù, con mille apine e farfalle di stoffa a vigilare sul loro sonno.

Poi c’era lei: Zeqra.

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Se avesse saputo parlare mi avrebbe chiamato, ma aveva solo due mesi. Mi sono sentita il suo sguardo addosso nella penombra del nido, con le lucine blu e in sottofondo il muezzin che richiamava alla preghiera. Si è tirata su con le braccine, mi ha guardato e mi ha sorriso. E non ha smesso. Ha continuato a guardare la mia espressione sbalordita e non ha smesso un attimo di sorridere. Le ho fatto una foto, poi due, anche un video e lei non smetteva di sorridermi. Sono uscita di corsa dal nido, ho cercato la prima signora che passava nel corridoio e le ho chiesto di venire dentro con me, perché volevo sapere il nome di quella bambina, era importante, e le chiedevo se fosse normale che a due mesi una bambina riusciva ad alzarsi sulle braccine e sorridermi. “Sa”, le ho detto tutto d’un fiato, “non ci sono molti neonati nella mia famiglia, quindi non è che so esattamente come FUNZIONA un neonato. Può venire con me per favore?” Lei mi ha guardato è non ha detto ‘ba’. Era araba.
Comunque mi ha seguito lo stesso, forse intimorita, e appena arrivate al nido ha acceso tutte le luci. “No”, le detto, “così si svegliano!” Ma gli arabi sono testardi, eh, lo so perché anche mia nonna lo era (araba, non solo testarda) e di conseguenza anche io un po’ lo sono (araba e testarda).
Ha acceso le luci ma quelli hanno continuato a russare e fare bolle giganti col naso. E Zeqra ha continuato a sorridere.
“Come si chiama?” le ho chiesto. Poi gliel’ho richiesto almeno tre volte. Quando sono andata da suor Maria per dirle che mi ero innamorata di una bambina che si chiamava con quel nome impronunciabile, mi ha detto “Mì che qua non ce ne sono, di bambine con quel nome”. Solo che me l’ha detto in campidanese, e anche se mio nonno era campidanese, forse capisco meglio l’arabo.
Comunque per due mesi ho pensato che si chiamasse Dikra e ho cercato su internet tutti i significati possibili di quel nome. Perché all’orfanotrofio ci sono anche Nur grande e Nur piccola (e tra voi ci sono i genitori adottivi di entrambe: e visto che non le avete mai conosciute, ve lo dico io che sono stupende, fidatevi) e Nur vuol dire Luce. Un nome bellissimo, che mette allegria e speranza, anche se Nur grande e Nur piccola hanno delle storie tristissime che non riesco a raccontare neanche a me stessa, figuriamoci a voi.

Dikra, comunque, non vuol dire nulla. Poi ho scoperto, dopo due mesi, quando mi è arrivata la letterina di suor Maria, che si chiamava Zeqra. Ma anche Zeqra non vuol dire nulla.
Quando ti arriva la letterina di suor Maria, è automatico: lacrimi. Lacrimi di nostalgia per suor Maria, per la Palestina che è il luogo più bello e dannato del mondo, per i tuoi amici palestinesi che sono intrappolati a casa loro, per i bambini della Creche.
E poi lacrimi perché ti fa troppo ridere quel modo di scrivere di suor Maria che è un misto di arabo, francese e campidanese. E ti fa ricordare quelle cene con la superiora (“Non chiamatemi superiora, sono suor Elisabeth”) e le altre due suore arabe: suor Maria doveva fare la doppia traduzione e alla fine s’incasinava e chiedeva alla suora araba di passarle su mucaroru. E in arabo non si dice proprio mucaroru ma una parola simile, quindi si capivano lo stesso.

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Zeqra non vuol dire nulla, a livello linguistico. Ma ha un suono duro e dolce allo stesso tempo, ha un suono di zenzero. Come lo zenzero che Lavinia ha dovuto ingurgitare in una drogheria del centro di Betlemme, mentre io credo di averlo ancora appiccicato nella tasca interna dei jeans. Perché a Betlemme se entri in un negozio la prima cosa che fanno è regalarti quello che hanno, e spesso quello che hanno è quello che stanno mangiando. Quindi ci mettono poco a travasare dal palmo della loro mano al tuo qualche cibo non meglio identificato. E se ti va bene sono noccioline. Se ti va meno bene è lo zenzero, ma quello forte, quello che ti fa piangere quasi come le letterine di suor Maria. E se sei Lavinia lo mangi con gli occhi stretti, se sei me lo nascondi in tasca e lo dimentichi lì. Poi ti offrono il tè, anche se hanno capito che non compri nulla. Lo comprano dall’uomo che fa il tè in giro per le sdrade di Betlemme o lo fanno loro in negozio, come il nostro amico Giovanni, che è palestinese ma si chiama Giovanni per attirare i clienti italiani e in italiano non sa dire neanche ciao. Con Giovanni io e Lavinia abbiamo fatto discorsi lunghissimi e complicati, in una lingua che non è l’italiano né l’arabo: abbiamo parlato di tutto e ci siamo capiti lo stesso. Con Giovanni nella piazza della Natività, a Betlemme, abbiamo cantato ‘O surdato ‘nnamurato due giorni prima di Natale. Cioè: noi abbiamo cantato e lui ha fatto finta, e comunque con il napoletano non se la cava male. Parlano della furbizia di alcuni commercianti napoletani, ma solo perché non hanno conosciuto Giovanni, che è capace di venderti la chiesa e la moschea scontate del 70%, altro che Totò al Colosseo. Comunque alla fine non esci mai da un negozio palestinese a mani vuote, soprattutto se è il negozio di Giovanni, infatti io ne sono uscita con un tappeto. Che c’è chi ancora mi prende in giro, perché “ci sei uscita in Palestina a comprarti il tappeto!”. Ma il mio tappeto è bellissimo e fatto rigorosamente a mano, e se mai dovessi trovare l’etichetta cinese farò finta di nulla. Il mio tappeto è palestinese di Betlemme e non ho ancora avuto modo di srotolarlo perché ho i muratori in casa e ho paura che gli si attacchi ai palmi delle mani come lo zenzero di Betlemme. E comunque anche tu, Lavinia, meriti di essere presa in giro: perché a Betlemme hai comprato delle cose che mai e poi indosserai, perché uscire da un negozio in cui ti hanno trattata come una principessa senza comprare nulla, è straziante. Altro che Ztl, amici miei. In Palestina la Ztl sono i soldati ai ceck-point, e la gente ha paura e sta a casa.

Ma questo non c’entra nulla con Zeqra. Il suo nome non vuol dire nulla, se non amore. Amore per me, dico, che sto contando i giorni che mi separano dalla Palestina. E sto contando i soldi, che mi separano dalla Palestina. Se smetto di mandarle 20 euro al mese magari in un anno riesco a pagarmi il viaggio, ma se smetto di mandarle 20 euro al mese magari mi sento in colpa. Quindi le mando i soldi e continuo a cercare un lavoro fisso, che è meglio. Che adesso ho pure la responsabilità di questa bambina di sette mesi che mi ha adottato in una notte di Dicembre, con il coprifuoco nei dintorni.

E penso alle parole di un’amica. Un’amica che vedo poco e sento molto, nell’ombra dei nostri silenzi. Un’amica che meglio di me sa raccontare cosa significa essere fill’ e anima. Un’amica alla quale non c’è mai stato bisogno di spiegare cosa provo per Zeqra, perché condivide il mio stesso infinito amore.

[dedicato a Michi e a Zeqra]

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