Aiutateci per favore, manca poco!

“Io vedo che, quando allargo le braccia, i muri cadono. Accoglienza vuol dire costruire dei ponti e non dei muri”.

(Don Andrea Gallo)

 

Quasi un anno fa ho visto un docufilm di quelli che ti incitano a bucare lo schermo durante la proiezione, per portare via i protagonisti e averli vicini anche fisicamente, visto che emotivamente passeggiano già nei tuoi pensieri.

Accantonate le maniere forti, ho pensato che certi finali si possono sempre riscrivere, anche quando la sceneggiatura originale l’ha pensata qualcun altro.
Anche se questo qualcun altro è armato, e tu no (se non di entusiasmo).

Il titolo del docufilm era Inshallah Beijing, che significa Se Dio vuole, Pechino: e Dio ha voluto, anche se in Palestina si dimostra parecchio distratto. Impegnato a scaldare la gente di altri paraggi, mentre i palestinesi si scaldano con il piombo fuso che gli cola addosso.

(ma adesso ci pensa Papa Francesco: che se è vero che riesce a portare la pace in Palestina, vado a The Voice vestita da suor Cristina, visto che dicono che ci assomigliamo)

Comunque…il film racconta la storia di un gruppo di giovani atleti palestinesi di Gerico, la città più antica del mondo insieme a Damasco, in pieno deserto, a -240 metri sotto il livello del Mar Morto, con una luna che se non la vedi non ci puoi credere che possa esistere davvero. Così…enorme, perfettamente rotonda, gialla, luminosa.

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Insomma: questi quattro ragazzi palestinesi (Ghadir, Nader, Zakieh e Hamza) e il loro allenatore Yussef rappresentano la Palestina alle Olimpiadi del 2008 di Pechino. E’ un piccolo grande miracolo: la Palestina è stata ammessa ai giochi olimpici solo due anni prima e per ovvi motivi legati all’occupazione israeliana non ha molti atleti…al contrario delle altre nazioni che partecipano con smisurate delegazioni.
I ragazzi palestinesi si allenano in un campo di terra battuta, al posto dei pesi usano pneumatici e pietre, non hanno neanche le divise tutte uguali e le scarpe sono scelte in base al prezzo e non all’utilizzo, temono che i missili israeliani possano cadergli addosso durante l’allenamento, chiedono permessi (per uscire dalla loro città!) che non arrivano quasi mai, sono prigionieri in casa loro. Come gli altri palestinesi, del resto.

I nostri, insomma, partono verso la Cina dopo mille peripezie: senza le scarpe adatte, senza soldi, senza un comitato di accoglienza ad aspettarli all’aeroporto, senza speranze. Il resto, se la loro storia – come quella del popolo palestinese – non fosse dolorosamente tragica, sarebbe quasi comico. A Pechino trovano un mondo completamente diverso per cultura, cibo, usanze e sport e sembrano essere finiti in un videogame impazzito. Non sto a raccontarvi come si sono posizionati nelle classifiche delle loro varie attività sportive, perché è facilmente intuibile…

Io, Lavinia e l’Associazione Ponti non muri ci siamo innamorati di loro, delle loro storie, del loro sorriso nonostante tutto e delle loro famiglie inchiodate davanti alla tv (coprifuoco e bombardamenti permettendo) a guardare per la prima volta la bandiera palestinese sfilare nella pista di atletica di un’Olimpiade. Poveri ma belli. Prigionieri in casa, ma liberi nello sport. 
Ecco: è questo il pensiero che ci ha assillato nei giorni successivi alla visione del film: l’unico escamotage perché questi ragazzi possano uscire (vivi) dalla Palestina – grembo materno e prigione – sembra essere lo sport.

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Allora abbiamo cercato un contatto a Gerico, e l’abbiamo trovato. La prima notizia è stata bruttissima: Yussef, allenatore e padre, nonché unico finanziatore della squadra, non è più tra noi. So che chi avrà avuto modo di vedere il docufilm, giunti a questo punto non riuscirà a non lacrimare almeno un po’: in quell’ora di proiezione di Inshallah Beijing non ci si può non affezionare anche a lui. Non ci siamo perse d’animo, anzi: ci siamo chieste come andassero avanti i ragazzi senza Yussef uomo, padre, allenatore e finanziatore.

Allora abbiamo iniziato a coinvolgere nel nostro sogno, che chiamiamo “Sport in Palestina”, quanta più gente possibile (molti sono sicuramente tra voi): abbiamo organizzato eventi, concerti, raccolte, compleanni solidali, qualunque cosa ci passasse per la testa.
Con i soldi raccolti abbiamo comprato divise di atletica e scarpe per i 25 atleti della squadra Nadi Shabab Ariha (“I giovani di Gerico”). Tra loro ci sono anche 7 ragazze di età compresa fra i 14 e i 17 anni, e qualche bambina più piccola: un grandissimo passo avanti, un grande traguardo al femminile.

Con le valigie cariche di sogni e scarpe comode per farli correre, siamo partite e ci siamo presentate a Gerico. Volevamo consegnare loro l’attrezzatura al campo, durante una visita informale, e invece ci hanno accolte al Municipio con grandi feste e mancava (per fortuna!) solo la banda, che comunque abbiamo incrociato il giorno dopo.

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A fine serata e per i giorni successivi hanno fatto a gara per invitarci nelle loro case di Gerico a pranzo, cena, colazione, per la notte: abbiamo conosciuto famiglie pazzesche composte da decine di parenti, amici e vicini, in una convivenza allargata per cui un intero quartiere è una grande famiglia al di là del DNA. Abbiamo gustato pietanze inenarrabili, sentito musiche allegre e struggenti, comunicato senza una lingua comune e riso fino alle lacrime con donne arabe appena conosciute.

Siamo andate via con la consapevolezza di aver lasciato una, cento, mille famiglie in Palestina, e con la certezza di tornare al più presto per riconfermare questo legame d’amore.

 

Ora, però, è arrivato il momento di ricambiare.

Nel 2016 ci saranno le Olimpiadi del Brasile e alcuni ragazzi di Gerico (in particolare la splendida capitana Duha) potrebbero partecipare. Se.
Se avessero un buon allenamento sulle gambe, se avessero un buon posto in cui allenarsi, se avessero l’attrezzatura, se respirassero almeno per due settimane quello che non hanno mai respirato in Palestina: la libertà.

La domanda ve la faccio a bruciapelo: ci aiutate a portarli a Sassari nei primi quindici giorni di Settembre?

Qua potranno fare uno stage con una squadra di atletica, conoscere coetanei sardi e italiani (i palestinesi sono sardi, lo scoprirete conoscendoli!), fare un corso di lingua italiana, visitare la nostra isola e respirare aria pura…aria di libertà.

Aiutateci a organizzare eventi che ci facciano raccogliere un po’ di soldi per pagare le spese grosse. Per il resto, la proverbiale accoglienza sarda farà la sua parte.

Per il momento abbiamo fatto concerti (HumaniorA), presentazioni di libri (il mio su De André), compleanni solidali, proiezioni di foto e video girati da noi a Gerico, racconti di viaggio, danze mediorientali, cene palestinesi, incontri con le scuole, con i gruppi, con chiunque voglia ascoltare questa e altre storie.
Che sono anche le nostre storie. 

Passate parola per mari e monti, in Sardegna e nel resto del globo terracqueo.

Grazie ❤ 

pontinonmuri@yahoo.it

https://www.facebook.com/pages/Ponti-non-Muri/138977412829541?ref_type=bookmark

 

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6 pensieri su “Aiutateci per favore, manca poco!

  1. Un progetto davvero fantastico! La parafrasi concreta della famosa frase di Mandela “Lo sport ha il potere di cambiare il mondo. Ha il potere di suscitare emozioni. Ha il potere di unire le persone come poche altre cose al mondo. Parla ai giovani in un linguaggio che capiscono. Lo sport può creare speranza, dove prima c’era solo disperazione. È più potente di qualunque governo nel rompere le barriere razziali. Lo sport ride in faccia ad ogni tipo di discriminazione”

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  2. Facci capire l’utilità di questa ideona, al di là della pubblicità personale e della buona azione quotidiana. Non potete, ad esempio, farli venire a casa vostra?

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  3. Contemporaneamente, non si potrebbe anche organizzare qualche iniziativa umanitaria per questo/a megliodino? La scolarizzazione è importante. Anche per i piccoli cervelli locali. Poverino/a.

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  4. Megliodino, di sicuro non abbiamo bisogno del tuo supporto. La nostra “ideona” si concretizzerà nonostante la tua ignoranza. E avremo palate di pubblicità personali. E non dimentichiamo che la buona azione è fondamentale nella vita di tutti i giorni. Vedrai, faermo qualcosa anche per te prossimamente…

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