Buttando(ne), liberando(ci)

Da qualche giorno c’è un termine che svolazza tra i miei pensieri. Uso una parola inglese per far rabbrividire gli italofoni: decluttering. Se riuscissi a trovare una traduzione breve ed efficace, accontenterei i puristi della lingua, ma questo non è il blog di un’esperta di storia della lingua italiana. Se fossi invece un’esperta di lingua sarda, probabilmente la tradurrei con la parola buttando. Ma siccome dall’inglese all’italiano non trovo un termine di senso compiuto, accontentatevi.

[mi torna in mente un breve racconto di Michela Murgia sull’uso del gerundio in Sardegna, che diceva più o meno così: Vedo mia cognata e le chiedo “Dov’è mio fratello?” e lei mi risponde: “Fuori in giardino, facendo”. E quel facendo nascondeva un’incredibile lista di azioni tacite: potando, innaffiando, passeggiando, arrostendo, riposando, leggendo. Ecco, il decluttering tradotto a modo mio, si può riassumere proprio così: buttando]

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Buttare, fare spazio, declutterare (brutto quasi come la voce del verbo linkare) è quella cosa che si fa se non si vuole finire in quella trasmissione di gente sepolta viva in casa, sotto una coltre di cose inutili o inutilizzate. Ho scoperto, e ciò mi ha causato atroci spasmi, che esiste anche chi si libera dei libri: fisicamente e definitivamente, intendo. No: non li regala, non li dona alla biblioteca, non li rivende al mercatino, non li abbandona su una panchina, ma li butta proprio.

[ricordo che una decina d’anni fa ero una maniaca del bookcrossing: abbandonavo i libri sulle panchine della mia facoltà e speravo che viaggiassero per mari e monti. All’interno, un’etichetta gialla spiegava chiaramente che chi lo trovava doveva abbandonarlo di nuovo, magari dopo averlo letto. Puntualmente, ogni mattina, il custode dell’edificio mandava una delle sue figliolette nella biblioteca in cui fingevo di studiare: “Babbo mi ha detto che ha trovato questo libro, tò”]

La storiella l’ho raccontata per far riprendere anche voi dagli atroci spasmi in seguito alla frase “Li butta proprio”. Ci sono notizie di cronaca che parlano di cassonetti traboccanti di libri e di gente affamata che rovista alla ricerca di qualcosa di leggibile.

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Questo però non è un post sul decluttering dei libri, ma sulla difficoltà di molti di noi (posso osare un “in particolare le donne”?) di liberarsi di qualcosa, o di qualcuno. Le due cose spesso sono strettamente legate. Quindi: liberarsi di qualcosa di qualcuno. O meglio: liberarsi di qualcosa che ricorda qualcuno.
Insomma: avete presente quel fantastico momento in cui la vostra più cara amica finalmente si libera di quel baobab col quale è stata fidanzata per anni? Ecco: quante cose dannatamente interessanti le avrà regalato lui in tutti quegli anni? Nessuna. Riformulo la domanda: quante cose dannatamente interessanti si sarà democraticamente fatta regalare lei, con tanto di promemoria scritto, in tutti quegli anni? Parecchie. E allora eccole lì, le amiche che offrono la spalla, le prefiche che piangono sulla tragica storia di disamore, le compagne di vita che allungano bustoni di plastica e dicono: “Infilaci dentro tutto quello che non vuoi più vedere perché ti ricorda lui, ci pensiamo noi”. L’indifferenziata delle storie d’amore funziona anche senza le brochure con le istruzioni. Gli anelli li prende Marta, gli orecchini Daniela, i vestiti Chiara e gli oggetti d’arredamento Carla. Il resto si butta. Le foto soprattutto, ma prima si fanno a pezzettini, minuscoli e quasi impercettibili, davanti a un sabba il cui inno è “Questo a te, questo a me e adesso si ricomincia”.

Sì: perché fare spazio, buttare, regalare, riciclare, rivendere, significa anche essere coscienti di ciò che ha avuto una storia che ha fatto il suo corso e che è pronta a camminare anche senza di noi: a rivivere tra le mani di qualcun altro (esattamente come il baobab, e possibilmente tra le mani di una lottatrice di sumo) oppure a finire il suo ciclo vitale.

Ora, da bravi (e soprattutto brave) ripetete insieme: posso vivere bene anche senza queste TRE cose. tre. Non barate. Domani adocchiate tre cose inutili o inutilizzate (oggetti, vestiti o qualunque altra cosa) e liberatevene.

Liberatevi liberando.

(e poi ovviamente scrivetemi perché voglio sapere com’è andata!)

p.s. uno dei miei libri preferiti in assoluto è “Second hand” di Michael Zaadorian edito da Marcos y Marcos, sull’amore e sul riuso (è ancora più bello il successivo, “In viaggio contromano”).

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2 pensieri su “Buttando(ne), liberando(ci)

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