Il bambino aquilone

Ho incontrato un bambino, urlava come un aquilotto.
Sbatteva le ali e la testa contro il muro. Urlava stringendo i pugni, senza aggiungere una parola, un verbo, una parolaccia. Si fermava solo quando lo abbracciavo forte, gli accarezzavo i capelli, gli sussurravo qualcosa nell’orecchio.
Ha urlato per almeno cinque minuti, riuscendo persino a fermare la giostra dei compagni affaccendati dietro un pallone di stoffa, poco dopo la ricreazione, e a far correre in classe la maestra dell’aula accanto.
Il bambino aquilotto è solitamente pacato e se urla o fa qualcosa di ‘anomalo’, significa che c’è qualcosa che non sta andando per il verso giusto. Così mi hanno detto. Capire quale sia il verso giusto e, quindi, anche quello sbagliato, dovrebbe essere mio dovere.
Io, supplente per un giorno, devo capire subito cosa non va nella vita di questo piccoletto che conosco esattamente da tre ore. Tre ore lunghissime, ma non abbastanza per capire cosa non va in lui. E magari anche negli altri diciannove.image
Mi confessa una paura, e provo a farmene carico: la coccolo, la spettino, ci soffio sopra un po’ di baci su quella paura, e dico che sì, papà e mamma ti vorranno bene esattamente come ora, anche se non vivrete più insieme. E sì, mamma sarà là fuori a prenderti quando uscirai da scuola, se non oggi domani e per il resto della tua vita.
Il mio bambino aquilotto ha smesso di urlare, abbiamo preso un foglio e abbiamo disegnato una dichiarazione d’amore per la mamma, che chissà se oggi sarà fuori dalla scuola come tutti gli altri giorni.
Abbiamo smesso di gridare e sbatterci contro il muro, abbiamo chiesto scusa al compagnetto ancora dolorante per i pugni, e abbiamo iniziato a volare.
Io e il mio bambino aquilone.
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E’ anche per questo che ieri ho cercato un film, e l’ho guardato con attenzione. È un vecchio film di Vittorio De Sica, del 1943: si intitola “I bambini ci guardano” ed è tratto dal libro “Pricò” di Cesare Giulio Viola. Non cercate la trama su Wikipedia, perché svela ciò che è meglio assaporare guardando il film, e racconta addirittura il finale.
Pricò ha sette anni e una famiglia benestante, una balia e due occhi lucidi e neri. Il piccolo attore che interpreta Pricò (Luciano De Ambrosis), ha perso la mamma poco prima delle riprese del film: saperlo dopo aver visto il suo pianto così vero e disperato, aggiunge un tocco di verità a questa pellicola così (neo)realista.
Anche Pricò perde sua madre, ripetutamente, tutte le volte che la donna sceglie di seguire i sentimenti e gli impulsi che la portano altrove. Un altrove distante dal piccolo Pricò e da suo padre. Il bambino assiste alle fughe, agli incontri della donna con Roberto, amante ossessivo. Pricò assorbe i sentimenti di entrambi i genitori, e li mescola con i suoi, uscendone sempre sconfitto, febbricitante, e solo. La madre lo abbandona per uno sconosciuto, la cugina lo abbandona per incontrare il farmacista, il padre lo abbandona per andare a lavorare: la vita del bambino è caratterizzata da una serie di distacchi e assenze che fanno male quanto un litigio in una casa con le pareti sottili.
Fa parecchio male, questo film. Il titolo spiega bene quello che spesso dimentichiamo: i bambini ci guardano. I bambini sentono, e non solo le parole, le grida, e i pianti. Sentono delle sensazioni alle quali non riescono a dare un nome, e che da soli non riescono ad affrontare. Sentono il peso degli errori che gli adulti non riescono ad arginare, affrontare, risolvere.Pricociak1
Una pellicola delicata, viva, vera, in cui De Sica non dà giudizi né colpe. Sono le voci attorno, le prefiche di palazzo pronte a commentare la morte di una famiglia perbene, a puntare il dito, a rivolgere occhi ingordi e parole vuote.
Mi chiedo: la famiglia, per una separazione, deve davvero morire? (sottolineo, deve… e non, può)
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