Torno a scuola dopo cinque anni

L’ultimo giorno in cui ho avuto una classe – una classe tutta mia – è stato un giorno d’estate di cinque anni fa. Ero nel cortile della scuola con i miei bambini, con le loro maestre, con le mie maestre, a cercare il muro meno rovinato che facesse da sfondo alla nostra foto di gruppo.
Le mie maestre, le nostre maestre, hanno voluto che nella foto di gruppo con i miei bambini, i nostri bambini, ci fossi solo io. “Una foto da soli, tu e loro”.
Quella foto non la guardo da cinque anni, perché se lo faccio mi si apre il rubinetto oculare e addio. Chiamatemi pure Abbanoa.

cover maestra alta risoluzione

“Maestra del mio quor” sarebbe dovuto uscire ufficialmente il 22 ottobre, e il destino che con me è sempre un simpatico umorista, ha deciso che proprio il 22 ottobre io rimettessi piede in una classe dopo cinque anni.
Ne sono uscita distrutta, è giusto dirlo, e anche un po’ sconfortata, ma terribilmente emozionata.

Ho riprovato le stesse emozioni, buone e meno buone, provate cinque anni fa: la telefonata dalla scuola, la firma tremante sul contratto, il profumo dei corridoi, le pareti colorate, le colleghe che ti guardano mentre passi, i grembiulini, le puzzette, le figurine, le matite colorate, i fermaciuffi, le dita nel naso, maestra posso darti un bacino, le urla, i regoli, i pianti, la pasta scotta della mensa, il mal di testa, la campanella, l’uscita.

Ho avuto mille dubbi, mille paure. Non per me, quello mai. Giusto un attimo la paura di non uscirne viva, ma quella passa.
Ho avuto paura per loro, e per le loro maestre. Anche un pochino per i loro genitori. Paura per una scuola che non può permettersi più nulla, se non di sognare e fare con poco. Paura per chi non sa gestire le urla disperate di un bambino che si sbatte contro il muro, per un altro che lancia le sedie dal secondo piano, per quello che picchia come un wrestler, per la piccolina che passa ore a mettere le sue matitine in fila e c’è sempre qualcuno che gliele butta in terra e lei deve ricominciare da capo.
Paura per le maestre che affrontano tutto questo senza alcun sostegno: loro che dovrebbero insegnare, trasmettere, e non fare le babysitter e gli arbitri sul ring.
Paura per quella scritta sul muro di fronte all’entrata di scuola “Romania merda” e paura perché in ogni classe ci sono almeno tre o quattro bimbi che si sentono chiamati in causa da quella scritta orribile.
Paura perché le mamme indigene del luogo portano via i propri figli perché non si integrino con i bambini figli di extracomunitari (non sia mai che gli italiani possano migliorare).
Paura perché l’insegnante di sostegno non ha ancora il dono dell’ubiquità, ma serve ormai ovunque.

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Ma oltre la paura, le risate. E gli abbracci, i bacini, i disegni, il fratellino appena nato, le paillettes strappate dal vestitino per regalarle all’amichetta del cuore, le maestre giovani, i progetti, il pane fatto con i nonni, il ballo sardo con i bambini cinesi e rumeni, un libro letto a voce alta e il silenzio, finalmente, per cinque lunghissimi minuti.

Sono rientrata in classe, anche se per poco, e la prima cosa che ho pensato è stata: “Dov’è l’uscita d’emergenza?”

[“E smettila che appena sei entrata in classe ti sei sciolta come un gelato alla vaniglia”]

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