Habib ha una pallottola nel cuore

Questa storia è stata ispirata da un incontro, dagli occhi tristi di un ragazzo, dal suo sorriso e dalle rotaie che gli fanno da letto.

Habib è stato il primo ad entrare in aula, con il suo gilet nero sopra una camicia in jeans ben stirata. Ha occhi neri e lucidi, due buchi d’infinito. Un infinito svuotato di ogni colore in uno squarcio di deserto.
Sorride continuamente: quando capisce, quando non capisce, quando non sa se ha capito oppure no.

Mi sorride e tende la mano destra: “Habib”. Poi mi porge un foglio con la sinistra. È un documento del tribunale, che in trenta righe riassume la sua vita. Lo ringrazio e poso il foglio sulla cattedra, senza neanche guardarlo. Va a sedersi dietro un banco che fa di lui un gigante e con gli occhi bassi aspetta che arrivino i suoi compagni.
Arrivano Kamil e Mahdi, con i pantaloni sporchi di calce. “Scusa, maestra” mi dicono creando nuvole di polvere con le mani.
Khalifah e Mahmud vivono insieme, e insieme escono da casa per venire a fare lezione, ma entrano in aula a cinque minuti di distanza. Il primo indossa la giacca e la cravatta, con qualunque tipo di pantaloni. Il suo compagno è stato un atleta olimpionico, e non si separa da una lucida tuta di nylon blu.
Poi è il turno di Anabela, Georgina e Luminita, chiassose nei toni e nella tinta per i capelli. È il loro giorno libero e come ogni giovedì l’hanno trascorso ai giardini pubblici, a cantare O, ce veste minunată!, canto natalizio che le bionde dagli occhi tristi propongono ad ogni stagione. “Proibito cantare”, mi ha detto Anabela dopo averne cantato mezza strofa.  “No no, canta pure” l’ho rassicurata. “No, proibito cantare canzone in România”. Sono loro, le uniche persone che conosco che continuano a parlare del comunismo, che nella loro memoria pare non essere mai morto.
Trafelata, entra in classe Qing. Ciuffo liscio sull’occhio, dinoccolata, magra come un involtino, scia di fritto. “Finito!”, mi dice esultante. Tre ore di pausa dal lavoro, seduta dietro un banco accanto alla cantante rumena.
Presento il nuovo arrivato Habib alla classe, che prorompe in un applauso spontaneo di benvenuto. Lui abbassa gli occhi, uno spicchio di sorriso a fior di labbra. “Amato”, suggerisce Khalifah dall’ultimo banco, quello vicino al termosifone. “Habib vuol dire amato”, aggiunge. Habib lo guarda, sorride con il sorriso di chi non ha capito.
Alla lavagna scrivo “Amato” e ripetiamo ogni lettera che compone questa parola che profuma di dolce. Habib alza gli occhi e mi indica il foglio, sulla cattedra. Mi guarda, con un velo di angoscia sugli occhi. Chiamo Quing alla lavagna e le faccio scrivere una parola per ogni lettera che compone “amato”. Intanto leggo il foglio di Habib occhi tristi.

Ha una pallottola nel cuore. È incastonata come un diamante vicino all’aorta. Suo padre è stato meno fortunato, e i colpi hanno crivellato il suo corpo di quarantenne in difesa della famiglia. Habib ha vent’anni, con quello sguardo da bambino e le mani da vecchio. Vent’anni ed è orfano da dieci. Gli altri dieci li ha passati tra boschi e torrenti, aggrappato alle pance dei camion e a galleggiare sopra barche bucate grondanti umanità. Finché non è arrivato sulle rive del mare sardo, reggendosi in piedi a stento, dentro il suo gilet nero che custodisce sale e un cuore perforato.
Habib mi guarda, mentre leggo la sua storia e i compagni cercano parole. Le mie si perdono, volano come proiettili e si conficcano nella carta. Habib è clandestino, un decreto dice che dovrà lasciare l’Italia e tornare in Nigeria. Dove la sua famiglia non ha avuto una sepoltura, dove la sua storia si è spezzata a dieci anni, dove qualcuno lo sta aspettando per chiudere il cerchio.
“Maestra”, mi dice incrociando i miei occhi lucidi. “Posso restare?”
“Certo Habib, devi restare”.

Ho rivisto Habib seduto sulle rotaie di una vecchia ferrovia, con un panino tra le mani e gli occhi felici. Qualcuno ha trasformato il suo nome in un verbo, e ha deciso di non mandarlo via.

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Un pensiero su “Habib ha una pallottola nel cuore

  1. Che belle queste storie da libro cuore, fanno tanto piangere riflettere. Grazie scrivine ancora fanno tanto riflettere. Quando ce ne saranno tante si potrà anche scrivere un bel libro cuore.

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