Qua non volano aquiloni

Questa è la storia di tre fratelli orfani di padre, di una donna vedova a 55 anni e di un villaggio a pochi chilometri da Ramallah, in Palestina.

Bassem

Bassem

Bassem ha trent’anni, e ama far volare gli aquiloni.
Vive nel villaggio di Bil’in, spaccato in due dal Muro, quel maledetto Muro che viene definito uficialmente “barriera di separazione” ma che concretamente ruba le terre, le case e i sogni dei palestinesi.
Da dieci anni gli abitanti di questo villaggio, ogni venerdì, protestano con canti e bandiere, chiedono di riavere le loro terre rimaste al di là del muro, che vanno a ingrandire i possedimenti dei coloni.

(se non sapete chi sono i coloni, vi manca una parte fondamentale di questa Storia che potete recuperare qua, per esempio)

Da dieci anni bambini, donne e uomini marciano pacificamente lungo il filo spinato attorno al muro e chiedono di riavere le loro terre, e con loro, gli unici mezzi di sussistenza che li aiutano a sopravvivere. Sono tanti, e con loro ci sono le associazioni che li sostengono, comprese molte associazioni israeliane che si oppongono all’occupazione e agli orrori quotidiani perpetrati nei confronti dei palestinesi.
Sono tanti, dicevo, ma diminuiscono di giorno in giorno, come i palestinesi. Diminuiscono perché vengono feriti, incarcerati, uccisi.

Bassem era uno di loro e guidava le proteste. Con la sua maglia gialla fosforescente chiedeva di riavere la sua terra, e la chiedeva anche per i suoi amici e vicini. Una protesta non violenta, assolutamente pacifica, alla quale i soldati israeliani  rispondono con metodi tutt’altro che moderati. Gas lacrimogeni, pallottole e odio.

Bassem, con la maglia gialla

Bassem, con la maglia gialla

Bassem è stato centrato in pieno petto – diversi video (uno è questo) ci dicono “intenzionalmente” – da un soldato. Un collega della stessa unità ha confermato che il militare ha preso la mira e sparato verso Bassem, segnando poi una X sul lancia lacrimogeni, in segno di abbattimento della ‘preda’.
Bassem Abu Rahmeh è morto il 17 Aprile del 2009.

Un anno dopo sua sorella Jawaher, di trantaquattro anni, si unisce alla protesta pacifica con altre donne, tra cui la madre, bambini e uomini. Chiedono ancora, attorno a quel maledetto filo spinato e al di là di quel maledetto muro, di riavere le proprie terre e la libertà. L’esercito risponde ancora una volta con il lancio di lacrimogeni: la ragazza si sente subito male e viene portata all’ospedale di Ramallah.
Jawaher Ibrahim Abu Rahmeh muore il 1° Gennaio del 2010 per aver inalato i gas lacrimogeni sparati dai soldati. La stampa israeliana dirà che era ammalata di leucemia ed è morta per questo motivo.

dal web

Jawaher

C’è un terzo fratello, Ashraf Abu Rahmeh, arrestato nel 2008 dai soldati israeliani, legato e bendato prima di essere colpito a una gamba a distanza ravvicinata con un proiettile di gomma (che racchiude un ‘cuore’ di acciaio). Anche in questo caso c’è un video che testimonia quanto accaduto e il militare che ha commesso il crimine è finito sotto inchiesta, ma due settimane dopo le accuse a suo carico sono state archiviate.
Ashraf zoppica, ma è vivo e ogni venerdì partecipa alla protesta pacifica, finendo spesso in carcere. Lui e la sua famiglia sono diventati uno dei simboli della protesta.

 Ashraf e sua madre

Ashraf e sua madre

Dietro questo dolore c’è Subhaia Musa, una donna che piange la morte di due figli, e che ogni venerdì urla la sua rabbia insieme agli altri abitanti di Bil’in.

dal web

Subhaia, madre dei tre ragazzi

E c’è un villaggio che diventa ogni giorno più piccolo, ma che non si arrende alla devastazione, alla sopraffazione e all’indifferenza dei più. Gli abitanti di Bil’in hanno appeso alle reti di filo spinato i candelotti lacrimogeni sparati dai soldati israeliani, e al loro interno hanno piantato dei fiori.

dal web

In Palestina non volano aquiloni, non volano colombe di pace.

Volano missili, gas lacrimogeni e pallottole.

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