Jona ha un cuore palestinese

Jona ha un cuore palestinese. Non singhiozza più come quello vecchio, ma scandisce il tempo che finalmente per lui si è fatto infinito.

kaboompics.com_Big red heart on dark background

A sentirlo bene pare che canti, questo nuovo cuore, seguendo un ritmo sconosciuto, come di darabouka e battiti di oud. Gioisce davanti ai fiori di zafferano, al cielo terso, alle gobbe dei cammelli. E quando vede il mare ballare la sua danza, diventa leggero. Come se al suo posto, al posto di quel piccolo cuore, ci fossero sabbia, refoli e sussurri che profumano di sale.

Solo davanti ai muri, il cuore nuovo di Jona sussulta. I medici non si danno pace: non c’è cura che possa placare questo piccolo cuore resistente che ha superato silenzi e filo spinato, portoni d’acciaio e uomini di pietra. Eppure, ogni tanto si arrende, questo piccolo cuore, si arrende davanti ai muri. A quello intonso della sinagoga o del museo di città, a quello di una stanza tiepida in una casa sicura o di un’aula colorata. Il cuore di Jona sussulta davanti ai muri, e nessuno sa perché.

Quando all’ospedale di Tel Aviv è arrivata la chiamata, quel piccolo cuore cantava parole di libertà, dentro una trappola d’acciaio e ghiaccio. Faceva cling, faceva clong. Suonava la musica del carro armato e del filo spinato, dei fucili brillanti tra le mani dei soldati e della serratura del ceck-point. Come quello chiuso davanti a un piccolo cuore che suonava un’armonia di metallo e paura. Quando finalmente si è aperto il portone, il cuore ha continuato a battere il tempo, ma un tempo ormai finito, che sembrava non potesse servire più a nessuno. Non a chi lo aveva custodito per cinque anni, non alla donna che lo aveva addolcito, non all’uomo che l’aveva cullato né ai fratelli che lo facevano battere di gioia correndo tra gli ulivi.

Amir piangeva lacrime rosse tra le braccia del suo papà: voleva una caramella dal soldato e in cambio ha ricevuto palline d’acciaio. Ma il suo cuore ha continuato a suonare, cling, clong, una sinfonia di ruggine. Quando il portone si è aperto creando un varco oltre il muro, Amir correva con le gambe di suo padre, le gambe della paura. Fagotto di lacrime e sangue, con gli occhi spenti e il cuore ancora in musica, attraversava una città deserta anche senza coprifuoco. All’ospedale di Betlemme, poco dopo, il cuore di Amir era l’unico ad essere ancora in vita. Erano morti i giorni a venire, quelli passati, quelli colorati sui fogli di carta.

A Tel Aviv, un’ora dopo, il cuore di Amir ha iniziato a battere una sinfonia diversa, lenta, sottile. Si è insinuata nei corridoi bianchi dell’ospedale, come un uccello straziato che piange senza essere ascoltato, e muore lì, abbandonato, dimenticato, nascosto agli occhi dei più.

Il cuore di Jona è un cuore palestinese: batte lento, pacato, orgoglioso. Canta suoni di pace dentro le case apparecchiate per il Yom Kippur, nella sinagoga il sabato, a scuola di ebraico tutti i giorni.

È leggero, ma canta una nenia dolce e disperata.

Fa cling, fa clong, e sussulta davanti ai muri.

(Ho scritto questo racconto per il Concorso “Pagine dal Cuore d’Ulivo“, La Resistenza alle Radici della Vita, all’interno del Festival Palestinese di Milano)

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