Non è un paese per calciatrici

Questo non è un paese per calciatrici.

Sono stanca di parlarne ancora, e ancora. Ma non posso farne a meno.

Belloli, presidente della Lega Nazionale Dilettanti, è solo uno dei tanti.
Uno dei tanti, ma sicuramente uno tra i più sfigati, perché la sua (presunta) frase è stata messa a verbale. Non l’avrebbe infatti pronunciata al tavolino di un bar, con una 0.40 in mano e la mente annebbiata, ma durante una riunione del dipartimento di calcio femminile di cui è presidente.

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Paradossalmente la sua presunta affermazione (“Basta, non si può sempre parlare di dare soldi a queste quattro lesbiche…”) è stata una fortuna, per il calcio femminile.
E ora vi spiego il perché.

Titolo della missione: Cercare un gioiello dentro una montagna di sterco.

Innanzitutto è stata un’occasione per far sapere ai più che in Italia esistono delle ragazze, delle donne, che amano il calcio al punto di praticarlo come se fosse un lavoro.
Guadagnando come se fosse volontariato.
Nessuno stipendio.
Nessuno sponsor importante.
Nessun riconoscimento tra i professionisti.

In Italia le calciatrici (che l’Europa ci invidia e che l’America di tanto in tanto ci porta via), risultano nella categoria “Dilettanti”. Se percepissero lo stipendio dei dilettanti uomini, potrebbero lamentarsi solo per essere escluse dai professionisti, e invece le donne non hanno neanche quella soddisfazione.
Nessuno stipendio, solo un rimborso. Quando e se c’è. Se no, nemmeno quello.

In Italia le donne giocano a calcio per divertirsi, gli uomini per guadagnare, e magari (forse) divertirsi.
In Italia le donne che giocano a calcio si diplomano, si laureano, e contemporaneamente lavorano. Non giocando a calcio, dico: lavorano nei bar, nei musei, nelle scuole, fanno le stagioni estive come cameriere o dove capita.
Non fanno certo allenamenti più blandi dei colleghi uomini, e la loro vita è legata ai ritmi degli allenamenti, delle trasferte e delle partite. Giocano il campionato, le coppe, la Champions League, giocano in Nazionale, agli Europei e ai Mondiali.
Insomma: sono professioniste ma vengono considerate dilettanti. Non chiedetemi né chiedetevi il motivo logico, perché non credo ci sia.

Belloli, dicevo, è uno dei tanti.
Io frasi come le sue le sento ogni giorno, e non perché frequenti brutta gente, ma perché ho la possibilità di incontrare molte persone. Per fortuna e purtroppo. E frasi come la sua le ho sentite spesso dentro e fuori dai campi di calcio.

(da dirigente della Torres femminile, mai, ché le nostre ragazze avrebbero fatto prendere il volo a chi avrebbe osato)

Brescia e Mozzanica

Brescia e Mozzanica (dalla fanpage del Brescia)

Per più di un anno ho girato la Sardegna per presentare “Una bomber”, che come sottotitolo ha “Storie di donne che (s)calciano”.
L’ho dedicato alle ragazze della Torres Femminile e ad Alessandro Del Piero, che da anni viene deriso per quella voce sottile e per lo spot in cui conversa con un uccellino finto. Non viene deriso perché lo spot è assurdo, ma perché ha la voce sottile (quindi è gay) e gioca con un uccellino (quindi è gay).
Niente di metaforico, l’ignoranza e l’omofobia trovano sempre parole scarne e dirette.

Durante le presentazioni di “Una bomber” ho incontrato persone e realtà di ogni tipo, dentro e fuori dai campi di calcio, dentro e fuori dagli spogliatoi. Persone che seguono il calcio, persone che lo odiano.
Non posso generalizzare e nemmeno etichettare, ma per riuscire a riassumere un po’ devo necessariamente dividerle in categorie.

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– Quelli che si stupiscono quanto me, del fatto che nel 2015 ci siano ancora persone che si stupiscono (e indignano!) nel sapere che una donna ama il calcio, e lo pratica.

– Quelli che, senza imbarazzo, mi chiedono se è vero che “le calciatrici sono tutte fidanzate tra loro”.

– Quelli che, senza imbarazzo, mi chiedono se è vero che “le calciatrici sono tutte fidanzate con gli allenatori”.

– Quelle che giocano a calcio, o vorrebbero farlo, e per tutta la presentazione fanno sì con la testa, riconoscendosi nel mio racconto e capendo il lato sarcastico.

– Quelli che, madri e padri, dicono chiaramente che preferirebbero vedere la propria figlia praticare uno sport femminile, perché il calcio fa venire le gambe storte (il pattinaggio no?).

– Quelli che (soprattutto le madri, ahimé) hanno paura che dentro quegli spogliatoi di calcio femminile accada chissà cosa (certo, se vedessero le docce degli spogliatoi dopo gli allenamenti degli uomini, probabilmente avrebbero il timore di un contagio di colera, li capisco)

– Quelle che amano il calcio, amano gli uomini, amano le donne, sono fidanzate alla luce del sole o si nascondono, si sposano, hanno figli.

– Quelle che vorrebbero essere ‘giudicate’ per quello che fanno e non per quello che sono e per chi amano.

– Quelle che si arrabbiano e quelle che hanno smesso, o non hanno mai iniziato.

Il presidente della Figc, Carlo Tavecchio, ha commentato così la polemica sulla presunta frase del suo collega: “Se Belloli avesse detto quelle parole, sarebbe un fatto grave. Quella è una frase odiosa e inaccettabile”.
L’ha detto Tavecchio.
Tavecchio chi?
Quello che disse in un’intervista a corriere.it: “Siamo protesi a dare una dignità anche sotto l’aspetto estetico alle donne”. “In che senso?” gli chiesero. “Si riteneva che la donna fosse un soggetto handicappato rispetto al maschio: sulla resistenza, sul tempo, sull’espressione atletica. Invece abbiamo riscontrato che sono molto simili”.

Capite perché è importante che ogni tanto la mattina un Belolli qualunque si svegli e dica (sempre che l’abbia detta) una stronzata omofoba sul calcio femminile? Perché poi c’è sempre – sempre!- un bue che interviene per dare del cornuto all’asino.
E così, anche se con omertà, lentezza e disinteresse dei media, la squallida italia omofoba e sessista viene allo scoperto.

Per rispondere a quest’ennesima entrata a gamba tesa, oggi le calciatrici impegnate nelle semifinali di Coppa Italia sono scese in campo con 15 minuti di ritardo, per protesta, e armate di striscioni.
E, come sempre, di dignità e passione.

Res Roma e Tavagnacco (dalla fanpage della Res Roma)

Res Roma e Tavagnacco (dalla fanpage della Res Roma)

Nel frattempo, nella città della squadra di calcio femminile più titolata d’Italia (la mia Sassari, la mia Torres), due associazioni – Movimento Omosessuale Sardo e noiDonne 2005- scendono in campo concretamente chiedendo tramite lettera le dimissioni immediate di Belloli.

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da “La Nuova Sardegna”

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