Pranziamo al campo rom?

Tutto è iniziato durante la riunione di redazione di una piccola e brillante rivista: attorno a un tavolo carico di birra artigianale, al momento di proporre i pezzi, uno di noi – lo chef – dice: “Io vado a pranzo al campo rom“, la giornalista rivoluzionaria ribatte “Io scrivo un pezzo sulla storia dei rom!” e io, neanche a dirlo: “Voglio conoscere i bambini!”.

Pochi giorni dopo siamo lì, con il maestrale che dà schiaffoni e il fango fino alle caviglie.

Il primo essere vivente che incontriamo è un gallo arancione e gonfio di piume.
Suo malgrado diventerà il simbolo di quella giornata infinita in cui il tempo sembra non scorrere, con le lancette che si fanno pesanti regalandoci ore su ore di condivisione e risate.
“Hai capito a cosa serve il gallo?” mi dice Piero, lo chef. “Funge da orologio”.

Il campo sembra deserto, ci viene incontro solo un cane famelico, ma poco dopo arrivano i bambini armati di bastone a salvarci. Lo sventolano nell’aria e il cane va via. È arrivato dalla strada da qualche giorno e non riescono a liberarsene. “Stai tranquilla”, mi rassicura Stella, quattro anni, tutta boccoli.
Poi arrivano le donne, coloratissime e timide.
Gli uomini del campo sono fuori a cercare rottami nelle discariche.

Siamo qua per farci raccontare dalla mamma dei bimbi come si preparano due piatti tipici serbi: la piita e l‘abaclama.
Non chiedetemi di spiegarvi cosa siano di preciso, ma fidatevi se vi dico che sono due piatti deliziosi.


Il primo è un serpentone di pasta arrotolato su sé stesso che contiene carne macinata, cipolle e chissà quali spezie; la seconda è una sfoglia di zucchero, miele e mandorle tostate.
C’è anche una sorpresa, una delle ragazze più grandi ha preparato per noi un dolce gustosissimo, che sembra una lasagna con la crema sopra.

Nel frattempo arrivano gli uomini e accendono il fuoco. I bambini tirano fuori la coca-cola che abbiamo portato e il loro papà ci chiede di lasciare il vino in macchina, perché l’alcool ha portato già troppi problemi all’interno del campo.

Le ragazzine più piccole preparano caffè di continuo e ce lo offrono, due di loro mi prendono per mano e mi chiedono di fotografare la loro stanza, una ragazza rimasta nascosta fino a quel momento chiede di fare una foto con me davanti alla vecchia roulotte, i bambini vogliono a tutti i costi regalarci un cucciolo di cane e giocare “a fare la spesa” usando i sassi come monete.

Facciamo infiniti girotondi e ci abbracciamo stretti.

(Dieci piccoli tzigani il racconto dell’incontro con i bambini)


Poi arriva il tramonto che scende morbido sul campo, e anche il fango sembra meno scuro. 
Ringraziando per l’accoglienza annunciamo di dover andare via.
“Dove andate?” ci dice il capo del campo. “Dobbiamo ancora cucinare la carne”.

Dietro di noi due agnelli fanno le capriole nello spiedo.
Arriva altro caffè.
Ci arrendiamo alla loro ospitalità.
Sono proprio terribili, questi zingari.

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