Tutti sanno scrivere!

Partiamo da un presupposto consolante e pericoloso allo stesso tempo: tutti sanno scrivere.
O perlomeno, tutti quelli che hanno frequentato la scuola elementare sanno scrivere.
Mettere una lettera dopo l’altra, poi una parola dopo l’altra e infine una frase dopo l’altra: lo sanno fare tutti!

Ma non è detto che tutti lo sappiano fare suscitando l’interesse altrui. E per interesse altrui non intendo quello di mamma, papà, fidanzato o fidanzata. La nonna, poi… lasciatela in pace, povera donna.

Anche io so nuotare, un po’ per spirito di sopravvivenza e un po’ perché vivo in un’isola. So nuotare ma non sono Federica Pellegrini.

[mi verrebbe da dire “purtroppo”, ma solo perché lei è bona. Ne prendo atto e come si dice ultimamente: sono già simpatica, non posso anche essere bona]

So anche giocare a calcio, ma non sono Patrizia Panico né Alessandro Del Piero.
So cantare in svariate lingue (italiano, sardo, inglese, spagnolo) ma non sono Fiorella Mannoia.
So addirittura preparare un’ottima carbonara, ma non sono Gianfranco Vissani.

[e meno male, dico, meno male soprattutto per il suo cliente più famoso che con me avrebbe avuto grossi – e per nulla casuali – problemi intestinali]

Insomma, per farla breve: essere in grado di fare una cosa non ci rende automaticamente esperti in quel campo né ci dà titoli validi e riconosciuti.

Non si diventa non solo esperti, ma neanche bravi, senza fatica, senza preparazione, delusioni e un’infinità di ore passate tra i libri. Possibilmente non solo a sistemarli sugli scaffali ma anche a leggerli, studiarli e infine magari scriverli. O magari no.

Perché un altro mito da sfatare è che se scrivi, e scrivi bene, devi per forza porti come obbiettivo la pubblicazione. Ci sono bellissimi libri che resteranno per sempre inediti per un’infinità di motivazioni, e libri mediocri che sarebbero stati più apprezzati dal cassetto di un comò.

Dunque: una volta chiarito che essere in grado di fare una cosa non corrisponde a saperla fare bene, passiamo al passo successivo: cosa si può fare per migliorare?
L’ho già detto prima, anche se di sghimbescio: innanzitutto leggere, molto, e studiare. Poi scrivere.
La scrittura è una palestra meravigliosa per conoscere innanzitutto noi stessi ma anche ciò che ci circonda. Conosco tante persone che fanno un uso terapeutico della scrittura, rendendola nota solo a sè stessi o al proprio analista. Conosco altri che la danno in pasto a lettori sconosciuti, sensibili o cinici, tramite l’editoria tradizionale o l’auto-pubblicazione.

[il più delle volte le (auto)biografie, soprattutto se farcite di particolari deprimenti, raccapriccianti o piccanti della propria vita o di quella altrui, vengono pubblicate dagli editori a pagamento. Non dimentichiamo mai che il trash televisivo contagia anche gli altri media. E che la nostra vita privata una volta edita diventa pubblica e soggetta anche a eventuali deformazioni]

Ho citato le (auto)biografie non a caso.

Scrivere di sé è un atto (di coraggio o autolesionismo) che ci smuove delle corde interiori molto delicate.

Nonostante scriva ormai da mezza vita, qualche giorno fa sono rimasta ferma a lungo davanti a un foglio bianco. Mi hanno chiesto di scrivere in poche righe un ricordo d’infanzia. Vi sarete senz’altro accorti che chiedermi di scrivere “poche righe” è come chiedermi di preparare una torta: mission impossible. Ma non è stato quello, a lasciare il mio foglio bianco.
Scrivere di sé richiede una forza emotiva che non sempre abbiamo a disposizione. Io l’altro giorno non ce l’avevo, per esempio. E capita, capita spesso, che ai miei Laboratori di scrittura qualcuno lasci il foglio bianco per un po’, o magari per sempre. Perché se per molti non è facile raccontare, per altrettanti è difficile raccontarsi. E l’infanzia è un bacino di ricordi così ampio che a volte non sai dove andare a pescare. Io alla fine ci sono riuscita, anche se non nel modo in cui avrei voluto, ma molti non ci provano neanche. Si chiudono a riccio e non parlano, non scrivono, magari scappano o dicono di non essere in grado. Oppure si aprono troppo.

Ma c’è qualche trucco che si può utilizzare per tentare di stare nel mezzo, cioè raccontare liberamente ciò che si vuole, ed è quello che io durante i Laboratori chiamo il Trucco del cugino di mio cugino.
Avete presente il classico aneddoto, solitamente assurdo, che viene ingigantito a dismisura e attribuito al cugino di mio cugino per dagli credibilità?
“Te lo giuro, so che può sembrare assurdo ma è successo davvero al cugino di mio cugino”.
Ecco, il trucco è questo: raccontate un episodio della vostra vita dando al protagonista un nome diverso dal vostro (magari proprio quello del cugino di vostro cugino) e apritevi come se nessuno potesse mai lontanamente pensare che siate proprio voi i protagonisti.
Scrivetelo solo per voi stessi, senza freni né censure, e rileggetelo. Poi scrivete una versione per il pubblico e fatela leggere a qualche amico o pubblicatela su Facebook. Notate qualche differenza?

Ovviamente scrivetela anche qua sotto tra i commenti (oppure inviatemela in privato), così possiamo discuterne insieme.

Ecco la mia storiella scritta l’altro giorno in fretta e furia.

Lo faceva tutte le volte, e tutte le volte qualcuno ci credeva.
Entrava in casa con gli stivali ancora grondanti di fango e mia madre non faceva in tempo a urlargli qualcosa, che lui subito metteva le mani avanti. Letteralmente, avanti. Rosse, come insanguinate.
“Mi sono tagliato con il tosaerba”, diceva, e passavano lunghi secondi prima che ci accorgessimo dello scherzo.
Allora usciva e rientrava con il piatto di more. Lo lasciava sul tavolo perché io potessi impiastricciarmi le mani e giocare a far morire di paura parenti e vicini di casa.

Adesso che è vicino ai settanta, non ha smesso di farlo.
E io, che sono oltre i trenta, sul momento ancora mi spavento.

In questi giorni è particolarmente ansioso: le more stanno maturando troppo in fretta e quando arriverà Diego, il piccolo di casa, lui non potrà fargli nessuno scherzo.
“Eh vabbè” dice mia madre pensando al lato nutrizionale della questione, “vuol dire che quest’anno Diego mangerà solo le albicocche”.
Mio padre guarda le more nel piatto, ne prende una in mano e si fa tingere le dita dal loro succo. Poi commenta, con un sospirò di delusione: “Eh, ma non è mica la stessa cosa”.

(come racconto non è nulla di eccezionale, ma è stato un esercizio emotivamente impegnativo)

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2 pensieri su “Tutti sanno scrivere!

  1. Ciao! Sono RIta Mary di Fb.. 🙂 Hai avuto una grande idea, riguardo il corso di scrittura creativa.. Di solito, queste iniziative, hanno un costo esorbitante per i partecipanti… 🙂
    A presto, con qualche episodio che, verrà fuori dalla memoria, quasi sicuramente!

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    • Ciao Rita Mary, grazie mille! Questo è un ‘corso’ un po’ anomalo, che ovviamente non ha la pretesa di essere esaustivo come i corsi completi…però è già qualcosa 🙂
      Benissimo, aspetto anche i tuoi racconti allora, buon divertimento!

      Mi piace

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