L’ultimo sioux

All’Asinara, l’indigeno è Enrico Mereu. Lineamenti da indiano d’america e sangue sardo. È lui, l’ultimo sioux della riserva. Vive qua da trent’anni e considera quest’isola “la madre che mi ha allevato”. Prima come guardia carceraria e ora come artista.
Enrico ha pellegrinato per quindici carceri, prima di approdare all’Asinara. La prima esperienza di lavoro è stata a Biella: oltre a vegliare sui detenuti, teneva per loro dei corsi di pittura. La scultura era bandita: gli attrezzi per scolpire potenzialmente pericolosi.

Enrico Mereu (foto tratta dalla sua pagina Facebook)

Enrico Mereu (foto tratta dalla sua pagina Facebook)

Alcuni allievi, grazie a lui, una volta liberi hanno una nuova vita a colori, dopo il grigio delle celle. Nella provicina piemontese, molte gallerie d’arte sono di proprietà di ex detenuti che da Enrico hanno imparato ad accarezzare la tela. Dopo violenza e ferocia, la dolcezza del dipingere le proprie emozioni.
Nel frattempo, all’Asinara scoppia la rivolta dei brigatisti. Nel gennaio del 1980 Enrico chiede e ottiene il trasferimento nel carcere dell’isola. Lì scopre che tra i reclusi ci sono anche le guardie: i turni sono massacranti, la tensione costante. La terraferma è lontana. Enrico soffre il disagio di un’isola nell’isola: vorrebbe avere le stesse opportunità dei suoi coetanei rimasti sulla terraferma. Piange e non si vergogna di farlo. Asciugate le lacrime, scolpisce. La rabbia si trasforma in creatività. I pugni furenti si ammansiscono in rintocchi su legno e pietra. L’Asinara restituisce il doppio di quanto toglie e la sua vena artistica, col passare dei giorni, aumenta di portata. Il materiale per le sculture glielo regala il mare. All’alba va sul bagnasciuga a raccogliere i tronchi restituiti dalle mareggiate. Gli basta uno sguardo per conoscere il viaggio che hanno fatto. Un’occhiata per capire quello che è intrappolato dentro un pezzo di legno. Così, lo sceglie. Ma forse è il pezzo di legno che sceglie lui. Non ha mai tagliato un albero, Enrico. Ritrovare un albero su cui si giocava da bambini “è come riabbracciare un vecchio amico”.

Asinara (Foto Silvia Sanna)

Asinara (Foto Silvia Sanna)

Da piccolo Enrico giocava con pietre e scalpelli. Con i suoi dieci fratelli viveva a Turri, un paesino del Medio Campidano. La famiglia Mereu viveva in un convento1 ed Enrico aveva scelto da subito il suo gioco d’infanzia. Le volte2 in trachite rispondevano all’innato bisogno di scolpire. Gli sculaccioni di suo padre non riuscivano a distoglierlo e la roccia prendeva forme sempre diverse. Maschere di Mamuthones, figure intrecciate in vortici di ballo tondo. A otto anni Enrico scolpì un’aquila di un metro e mezzo; un professore la vide per caso e la volle acquistare. Pagò subito in contanti: venticinquemila lire. Un capitale, per l’epoca, per un bambino di terza elementare. Il padre di Enrico cambiò idea sull’inclinazione del figlio, lui che guadagnava trentamila lire, al mese. Il bambino venticinquemila, per un’aquila. I conti non tornavano, ed era bene che fosse così. Ogni giorno, da quel giorno, Mereu senior tornava a casa con la bisaccia piena di pietre che rovesciava sul pavimento. – Cosa vedi in queste pietre, figlio mì? Guarda bene! – Enrico pensava di essere malato: mentre i fratelli vedevano una semplice pietra, lui vedeva un mondo che pullulava di uomini e animali.
A scuola, gli insegnanti erano diffidenti. Pensavano che le sculture portate in classe da Enrico, come doni per i compagni, fossero opera di suo padre o dei fratelli maggiori. Lui protestava per i dubbi di attribuzione, ma nessuno gli credeva. Ci pensò un insegnante, durante una gita in campagna, a metterlo alla prova. Prese un grosso sasso, si era premunito di scalpello e invitò il ragazzo a creare qualcosa. Enrico dopo due ore di combattimento con la pietra, tirò fuori l’anima di due ballerini. Un ballu tundu di pietra. I docenti restarono allibiti. Non soddisfatto, il piccolo Mereu, portò la scultura a scuola e, nel laboratorio improvvisato dietro la lavagna, continuò ad apportare migliorie. I compagnetti, si affacciarono meravigliati e incuriositi alle sue spalle. Enrico, accortosi degli spettatori, si fece prendere dall’imbarazzo e con una scalpellata distratta dall’emozione decapitò uno dei ballerini. La scultura era ormai monca, ma il piccolo artista aveva finalmente ottenuto il riconoscimento della sua bravura.

 (foto tratta dalla sua pagina Facebook)

(foto tratta dalla sua pagina Facebook)

Dopo la chiusura del carcere, Enrico, ormai pensionato, fu invitato a rimanere sull’isola. Era in corso un progetto che prevedeva il ripopolamento dell’abitato di Cala d’Oliva e tra i residenti era prevista la presenza di un artista. «Il Michelangelo dell’Asinara» lo chiamavano i ministri di Grazia e Giustizia. Gli fu promessa la possibilità di far frequentare le scuole ai suoi cinque figli, gli fu affidata una casa per la quale pagava un affitto. Enrico faceva la spola dal bagnasciuga al suo laboratorio, trascinando tronchi naufragati. Lo scultore, rispettando il suo ruolo, scolpiva. I politici e le istituzioni, per non essere da meno, costruivano nuvole di parole. Anche in diretta tv, ripeterono che l’isola apriva le sue braccia per accogliere Mereu. Alle parole non seguirono i fatti: Enrico ricevette quasi trenta multe per aver ospitato, a casa sua, la propria famiglia, residente sulla terraferma. Come dire: circòndati di uomini di legno, ma allontana gli affetti in carne ed ossa. Lui, in segno di protesta, s’incatenò per ventitrè giorni al molo dietro casa. Lo ignorarono, lo osteggiarono, lo fecero sentire ospite indesiderato. Nonostante continuasse a pagare l’affitto, prima al Demanio poi alla Regione. Da anni, Enrico chiede che gli sia concessa la residenza sull’isola. Per un motivo o per l’altro, la pratica viene rimandata, accantonata, dimenticata.
Il critico d’arte Vittorio Sgarbi, che doveva battezzare l’ultimogenita dell’artista, dice, di lui: «Mereu è come la natura, mutando non cambia, è la luce del mare che inonda l’anima».
Ed è proprio così: Enrico Mereu è l’anima dell’Asinara.

 (foto tratta dalla sua pagina Facebook)

(foto tratta dalla sua pagina Facebook)

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