La chiamata (indiretta)

Succede così: un bel giorno apri la posta elettronica e hai trentadue e-mail in arrivo (di cui almeno sette sono di Giulia di Zalando, una di tale Bogdana Ariuvska che ti vuole sposare o vendere Viagra, una di Paolo Fox, tre di Wish, quattro di Groupon, due di eBay, dodici di Amazon e una della tua analista che ti ricorda quel famoso discorso sullo shopping compulsivo).

Ma ecco che nella selva di missive inutili, ti compare anche un’e-mail che termina con istruzione.it. E già questo è motivo di choc perché quel server, quando stai aspettando comunicazioni urgenti, soprattutto se le stai aspettando da almeno sette anni, beh, quel server è sempre impallato.

chiamata.jpegQuell’e-mail vergata istruzione.it che accogli come i fedeli napoletani accolgono il miracolo di San Gennaro, può essere tutto e può essere niente. Di solito, per noi precari, è tutto. È un paesino sperduto in una landa desolata, una cittadina che brulica di smog, una scuolina di estrema periferia che devi cercare tra pascoli e piantagioni di carciofi. O se sei fortunata, proprio fortunatissima, è la scuolina dietro casa tua. Quella che hai frequentato dai 3 ai 10 anni, e che ti ha formato, sformato, insegnato i rudimenti di tante cose, piantato semini di curiosità, cresciuto, spaventato, stupito, deluso.

Vedi quell’aula laggiù?” ho detto a NanaTreccia, 6 anni, nel mio primo giorno da maestra nella scuola della mia infanzia. “Lì c’era la mia classe quando avevo la tua età”.

Ah, maestra, ma tu a scuola venivi con la carrozza?”

Io ero così. Non me lo ricordo esattamente, ma a occhio e croce io ero così come NanaTreccia: stronza.

Comunque l’e-mail proveniente da istruzione.it l’ho letta con il cuore in gola, dandole persino la precedenza rispetto alle imperdibili offerte di Amazon. Da quanto tempo non entravo in un’aula? Troppo. L’ultima volta sette mesi prima, per tre miseri giorni di supplenza in una frazione in cui l’autobus passava ogni quattro ore.

Solitamente mi limito a rispondere così, all’e-mail della scuola: “Buongiorno, accetto la supplenza. Cordiali saluti”. Questa volta – non vorrei risultare ansiosa – ho risposto immediatamente all’e-mail, e dopo cinque minuti ho telefonato in segreteria per chiedere se avessero ricevuto la risposta. E dopo dieci minuti ci sono andata di persona. Sì, ecco, forse devono averlo capito anche solo vagamente, che il mio era un “sì” piuttosto convinto. Il giorno dopo, quindi, alle 8 ero davanti alla segreteria. C’eravamo solo io e il collaboratore signor Franco, nel corridoio. Non ho avuto il coraggio di bussare finché una delle due amministrative non ha spalancato la porta e mi ha fatto entrare prima che mettessi le radici. Come sempre mi tremavano le mani, e la mia firma sul contratto verrà utilizzata dalle colleghe delle quarte, quando spiegheranno i geroglifici. Nel frattempo sono arrivate altre maestre: tutte giovani, tutte precarie, tutte con la tachicardia del primo giorno di lavoro. E come sempre, tutte hanno sfoggiato penne serie, qualcuno addirittura una Mont Blanc. Ma anche io ho fatto la mia porca figura. Ma porca, però. Niente di pornografico. Ho sfoggiato la mia penna portafortuna: una penna nera con presa ergonomica che come tappo ha la testa di una pecora. Non vi lasciate andare a facili battute sulle maestre sarde, perché è una pecora irlandese. Forse da questa storia del CLIL, ci siamo un pochino lasciati prendere la mano. Tutti i contratti migliori li ho firmati con quella. Ed è sempre bello vedere, ogni volta, lo sguardo basito della persona che mi porge un documento importante da firmare quando incrocia la mia testa di pecora.

Sono soddisfazioni.

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