L’ago nel pagliaio

L’ago nel pagliaio

[Qualche giorno fa mi hanno chiesto in quale momento esatto della mia vita ho deciso di diventare una maestra di sostegno. Il giorno e l’orario non riesco a definirli, ma i motivi, i motivi quelli sì. Uno si chiama Furby]

Quando il primo giorno entri in aula, mica lo sai qual è il bambino che devi seguire. E non sai neanche quale sia la sua difficoltà. Però può capitare che tu lo capisca al volo. Io per esempio l’ho capito al volo. Non perché sia particolarmente perspicace, ma il suo sguardo – un misto tra volpe e koala – ha catalizzato subito la mia attenzione. Mentre i suoi compagni mi sorridevano e sottoponevano a un esame radiografico ogni centimetro del mio corpo (hanno finito subito, infatti), lui faceva il distrattone. Così indifferente che Moravia gli fa un baffo. Chissà se l’aveva capito, che ero lì per lui. Chissà se l’aveva capito, che avrebbe impiegato meno di dieci minuti per farmi innamorare. In ogni caso, non ho chiesto conferma se fosse lui o meno, volevo capirlo da sola. Volevo riuscire a trovarlo da me, l’ago nel pagliaio.

Il concetto di ago nel pagliaio lo sento molto mio. Potrebbe avere mille altre sfumature come: pecora nera, fiore nel cemento, acqua nel deserto, uno su mille ce la fa. L’ago nel pagliaio, per me, è quell’anima che brilla di più in mezzo a mille altre anime, e capisci subito che è un’anima affine. Quando lo individui tra la folla è bellissimo, perché senti di aver trovato un pezzo importante per costruire il puzzle, e senti fortemente di volerla accanto, quella tesserina dalla forma informe che combacia solo con poche altre persone, che è speciale proprio perché rara, differente, unica. E ha degli angoli acuti, talvolta affilati, che si incastrano perfettamente con i tuoi, se si smussano un po’. Non è per niente facile, trovare quest’ago nel pagliaio in quel grande fienile che è la scuola, che è la vita. Soprattutto se l’ago ha otto anni.

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“Stiamo facendo un lavoro di arte e immagine” mi dice la collega. “Andiamo nel corridoio a finire di dipingere i cartelloni”.

Io in quello stesso corridoio, in quel punto esatto, facevo i cartelloni con i miei compagni e le mie maestre, esattamente trent’anni prima.

Cosa state disegnando?” chiedo.

Mi risponde la moretta con le trecce lunghe fino alle costole.

Disegniamo l’estate”.

Ognuno di noi disegna una cosa che gli ricorda la sua estate”.

Bellissimo quel pesce”, dico.

No mae’, è un pedalò”.

I cartelloni sono quattro, prendono vita tra i colori brillanti delle tempere e il luccichio degli occhi dei bambini, con quei visetti ancora abbrustoliti dal sole.

Il mare – qua calmo e là increspato -, la palla, le pinne, i pesciolini, le conchiglie, l’ombrellone, il nonno che nuota, il gelato, lo scivolo.

E tu non disegni?”

No”.

Se ne sta lì seduto in un angolo a fare da spettatore. Intinge di tanto in tanto le dita nei colori e poi guarda in controluce le punte color arcobaleno.

Come mai?”

Non mi interessa”.

Non ti piace disegnare?”

Odio disegnare”.

Io non so disegnare, però se vuoi possiamo farlo insieme”.

Ho detto che non mi piace disegnare”.

Neanche una cosa piccolissima su un cartellone, così puoi metterci qualcosa di tuo?”.

Si spazientisce.

Va bene. Ma lo disegni tu”.

Non so disegnare, ma posso provarci”.

Si alza e dopo aver guardato i cartelloni dei compagni, ne sceglie uno. Si inchina e mi indica uno spazio bianco. Accovacciata accanto a lui, prendo la matita. I suoi compagni hanno disegnato un’infinita spiaggia color crema che va incontro a un mare azzurrissimo e a un cielo con l’arcobaleno. Sulla battigia ci sono un bambino, una conchiglia, un castello di sabbia, una palla e un secchiello.

Cosa devo disegnare?” gli chiedo, preparandomi ad aggiungere che so, un pesciolino, un’alga, una stella marina.

Voglio un catamarano”.

Cosa?”

Maestra, non dirmi che non sai cos’è un catamarano…”.

Sì sì, lo so, è che…cioè, dunque: come lo vuoi questo catamarano?”

Mi sfila la matita dalle dita e ci infila dentro un cartoncino bianco rigido.

Lo voglio tridimensionale”.

Tridimensionale?”

Sì, non deve essere piatto, deve uscire dal cartellone, come se fosse vero”.

Ecco, mmm, io ci posso provare ma mi dovresti aiutare perché è un po’ difficile”.

Non è difficile! Ce l’hai il cellulare?”

Sì”.

Hai il 3G?”

Cosa?”

Ce l’hai internet? Sei connessa?”

Sì”.

Eh, allora digita: Google, catamarano e guarda com’è”.

Prendo il cartoncino e inizio a ritagliarlo con le forbici. Faccio una base a forma di quadrilatero e la poso sul cartellone, poi taglio una linea sottile e la metto al centro. E’ l’albero maestro. Secondo me.

Cos’è quella cosa?” mi dice, con un po’ di disgusto. “Maestra, guarda che la randa non va al centro, se no si sbilancia”.

Ecco, è esattamente così che ho trovato il mio ago nel pagliaio.

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