La cattedra 

A me la cattedra non è mai piaciuta da alunna e mi piace ancor meno da maestra. La cattedra è come un muretto a secco: segna quel confine invalicabile tra due stazzi, tra due proprietari, tra due entità. Nel caso concreto a cui mi riferisco, la cattedra serve per far sentire i nani ancora più nani e le maestre ancora più maestre. I bambini, infatti, se ne stanno lì, dietro il loro banchino da puffi e noi ce ne stiamo ben protette dietro questi 20 centimetri di legno e acciaio. Anche se siamo puffi come loro.
Vi sarete accorti che ho detto loro e noi. Il ruolo, di per sé, implica una differenza che spesso, purtroppo, si rivela una distanza. Figuriamoci se di mezzo ci si mette pure la cattedra.

Ponti, non muri. Ci vorrebbe un ponte tra la maestra e il bambino, invece la cattedra è un muro. Vi siete mai chiesti perché i bambini chiedono sempre di sedersi vicino alla maestra? Per essere coccolati? Per ovviare alla mancanza della mamma? No, o non solo: per stare dietro la cattedra. Per oltrepassare quella barriera che porta al quartier generale della maestra. 

Immaginate un bambino che piagnucola e chiede alla maestra di poterle stare vicino: se la maestra è seduta dietro la cattedra, il nano le sta appiccicato tipo polipetto, se invece la maestra è in piedi davanti alla cattedra, ci resta da sola, perché il nano si colloca dietro la cattedra. È matematico. È un comportamento studiato scientificamente. Da me, vabbè. 

Per me, quindi, la cattedra non esiste proprio, se non come ripiano su cui appoggiare i libri. 

E non è un caso che i bambini spesso, chiedano di poter mangiare la merendina seduti dietro la cattedra: a quelli che si sono comportati bene, lo concedo e loro sono felici. E io anche. La collega che mi dà il cambio un po’ meno, perché si ritrova la scrivania appiccicosa di marmellata e le briciole di pane nel registro. 

La cattedra rappresenta una specie di salto temporale: ci stai davanti e ti senti un bambino, ci stai dietro e ti senti onnipotente. Gli insegnanti, quindi, dovrebbero stare un po’ in piedi. I piccoli ne restano affascinati come i fedeli davanti al Santo Graal.

Ricordo che alle superiori, il massimo della sfida era quello di sedersi dietro la cattedra quando il professore era assente e fare la sua imitazione. Spesso non riuscivo neanche a concludere le mie interpretazioni che mi ritrovavo una nota sul registro. Perché quando sei dietro la cattedra, sei tu che comandi e quell’uomo barbuto che entra in classe con il registro in mano, spaventa quanto Jack lo Squartatore col tutù rosa.

La mia lezione, perciò, si svolge in itinerae e alla fine della giornata devo fare streetching e ginnastica defaticante, perché passo tutta la mattinata a girare tra i banchi (ho anche il cosiddetto morbo del flipper come molti insegnati e tutti gli spigoli sono i miei). Mentre io spiego loro scrivono, disegnano, si infilano le dita nel naso o nella tasca per nascondere le figurine (o per nascondere ciò che hanno trovato nel naso), fanno soliloqui, fanno le puzzette e poi accusano il compagno di banco che, cianotico, avrebbe bisogno di un polmone d’acciaio.

Ogni tanto, se c’è un bambino assente, occupo io il suo banco e per un po’ faccio lezione da lì, ad altezza di nano. O a bassezza, fate voi. Ogni volta, puntualmente, entra una bidella o una collega e chiede ai bambini che fine abbia fatto la maestra Silvia. A quel punto io mi alzo, ma la situazione, come ben sapete, non cambia più di tanto.

Mi piace, stare in mezzo ai miei bambini: mi sento finalmente docile fibra dell’universo nano.

(da “Maestra del mio quor”, Silvia Sanna, Caracò)

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