Pagina bianca, ti sfido!

Abbiamo visto che ci sono molti motivi che causano la Sindrome della Pagina bianca: malattia democratica che prima o poi colpisce tutti.
Nel precedente post, però, sono partita dal presupposto che la Sindrome compaia all’improvviso durante la scrittura di un racconto o di un romanzo. Continua a leggere

La Sacra Sindrome della Pagina Bianca

Ne parlano come se fosse un virus intestinale, una cosa che se ti capita scatena la solidarietà altrui. “Mamma mia, mi dispiace”.
Alcuni la temono più di una cartella di Equitalia.
Gli studenti, poi, sono assillati da quel foglio protocollo completamente bianco, quel maledetto foglio che non si autoscrive.

Insomma: la pagina bianca è un dramma.
La chiamano addirittura La Sindrome.

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E per me, durante i Laboratori, diventa La Sacra Sindrome della pagina bianca. Sacra perché si sta lì fermi a venerare il bianco, un bianco su cui si è scritta chissà quale storia. C’è e non c’è, vedo e non vedo. Insomma: dà l’idea di una storia potenziale che è da qualche parte ma si nasconde, e che forse prima o poi farà la sua apparizione.

[lo so che con questi esempi perdo almeno tre lettori cristiani, ma vi prometto che bilancerò anche con le altre religioni, così forse resteranno solo gli atei!]

Sarà che sono logorroica, ma io non mi sono mai trovata senza parole per troppo tempo. No, non sono più brava di altri e non sono una che ha una soluzione per tutto o non ha problemi con niente. Sono una logorroica, ve l’ho già detto, ma soprattutto mi piacciono le storie e sto attenta a catturarne più che posso.
Questo significa che ho quasi sempre qualcosa da raccontare. Non è detto, però – e questo fa la differenza – che abbia sempre qualcosa di interessante da raccontare o che la racconti in modo interessante.

Se però scendiamo un po’ più a fondo e parliamo di dover affrontare un argomento preciso o di dover scrivere qualcosa su un tema che non conosciamo, non amiamo, che in quel momento non ci appassiona più di tanto o ci viene proposto in un momento in cui non siamo mentalmente pronti ad affrontare la pagina bianca, beh… la pagina bianca può restare bianca eccome.

Sapete quanti scrittori anche importanti e apprezzati hanno lasciato libri scritti a metà? Si potrebbe addirittura realizzare la Biblioteca dei mezzi libri, con tutti gli inconclusi che ci sono.

[spero che Franceschini non capiti in questo blog e non prenda spunto da questa folle idea]

E magari quei mezzi libri sono meravigliosi, e scrivere l’altra metà significherebbe rovinarli. Non lo sapremo mai. Non finché la procrastinazione non diventerà – finalmente! – un reato.

Se guardo nella mia cartella denominata “Ms Silvia” (che dal nome sembra l’archivio segreto di una tabagista), trovo cinque o sei racconti brevi scritti a metà e almeno sei – SEI! – romanzi che mi piacerebbe concludere, prima o poi.
È che difficilmente riesco a datare quel prima o poi o a fissarlo su carta. Aspetto che si autoscrivano, come i compiti in classe degli studenti in crisi.

[anche io sono stata una studentessa in crisi, ma pur di non consegnare in bianco mi inventavo qualcosa, fosse anche una fiaba o una barzelletta, anche se si trattava del foglio protocollo del compito di matematica]

Cosa mi ferma, a un certo punto? Eh, se lo sapessi la cartella degli inconclusi sarebbe vuota e i sei romanzi forse in libreria. O forse no. Perché concludere un romanzo non significa necessariamente concludere un buon romanzo.
Comunque, a prescindere dal risultato, vediamo quali potrebbero essere i motivi di questo pit stop narrativo.

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  • È l’entusiasmo che si spegne? Partiamo accelerati dall’entusiasmo per un’idea che ci sembra interessante, un tema che ci è particolarmente caro o un personaggio così originale che non possiamo non infilarlo in una nostra storia. Scriviamo tutto d’un fiato una cartella, poi altre tre, cinque, dieci, magari anche metà libro. E poi cosa ci ferma? Perché l’entusiasmo si spegne?

  • È il poco tempo per scrivere? Magari abbiamo iniziato il racconto o il libro in un momento di tranquillità… una domenica, una festività, una pausa, le vacanze di Natale o l’estate. Poi la quotidianità ci ha risucchiato nella sua frenesia e il tempo per scrivere è venuto a mancare. Ma proprio non riusciamo a ritagliarci mezz’ora al giorno per scrivere, o anche solo il tempo di una frase. Mmm. Ne siamo sicuri?

  • Mi viene in mente un’altra storia? Dopo l’entusiasmo iniziale che ci fa credere che concluderemo quel racconto (o romanzo), subentrano altre idee che riteniamo originali, talvolta anche geniali (non esageriamo) e che prendono il sopravvento su ciò che stiamo scrivendo. Qual è il problema? Le nuove idee non c’entrano un ca…lamaio con il racconto che ci ha tanto entusiasmato fino a questo momento? Stavo scrivendo un romanzo ambientato in un giardino di Parigi e improvvisamente il protagonista innaffia una bouganville. In quel preciso istante: l’illuminazione! Quanto mi piacerebbe scrivere un saggio sulle bouganville! E quel personaggio che si vede sullo sfondo? Quell’uomo con i baffetti seduto sulla panchina, quello che sbriciola la baguette per i piccioni. Con quei baffi a manubrio e il cravattino rosso, chissà che bella storia ha da raccontare! Sì, proprio lui: quello che in tutto il romanzo avrà una sola battuta e poi sparirà… non sarebbe bello scrivere un altro romanzo solo su di lui? E allora piano piano il vostro entusiasmo aumenterà, ma si sposterà da quel libro a un nuovo foglio bianco da riempire, lasciando l’altro a metà.

  • Non crediamo in ciò che scriviamo? Può accadere che a un certo punto ci venga un’illuminazione al contrario. Il buio, quindi. Cioè che improvvisamente pensiamo che quello che stiamo scrivendo non funzionerà, non piacerà, non cambierà una virgola in chi lo legge. In poche parole: smettiamo di credere in ciò che stiamo scrivendo. Ma allora fino a quel momento cosa ci ha spinto a scrivere una cosa in cui (forse) non crediamo?

  • Il nostro racconto è stato criticato? Io ve l’avevo detto che c’è una via di mezzo tra chiudersi a riccio nascondendo i propri scritti e divulgarli all’universo. Certo, chiedere consigli ai lettori – più o meno competenti che siano – secondo me è fondamentale, ma attenti alla tempistica! E attenti ai lettori! Ma soprattutto: attenti a voi stessi e a non scoraggiarvi. Scrivere un libro poco interessante o poco piacevole non è un reato, non c’è nulla di cui vergognarsi. C’è chi fa esibizioni terrificanti al Karaoke ma non andrà mai a Sanremo, c’è chi dipinge sgorbietti ma non parteciperà mai a un concorso di pittura, c’è chi scrive male ma non presenterà mai un romanzo (o quel romanzo) a un editore. Come dire: non lanciamoci completamente nel vuoto senza il paracadute e “come va, va”.

    Riportando il tutto al vostro racconto: prima finitelo, rileggetelo, correggetelo e poi se ritenete che sia gradevole e corretto fatelo leggere a qualcun’altro. Presentategli qualcosa di già finito (magari non ri-finito, ma perlomento finito): assaggereste mai il pollo dopo appena cinque minuti di cottura solo per dare soddisfazione al cuoco?

La Sindrome della pagina bianca è maledettamente democratica: colpisce gli autori affermati e quelli che scrivono per passione. Totò l’avrebbe chiamata ‘a livella, quella sorta di bilancia che mette tutti sullo stesso piano: bravi e meno bravi, famosi e sconosciuti, marchesi e netturbini, ricchi e poveri, Beatles e Rolling Stones.

[‘A livella per Totò era la morte, davanti alla quale tutti sono uguali. Per noi, che siamo più allegroni, è la Pagina Bianca]

Però purtroppo né io né voi siamo Flaubert, Verga, Gadda, Stendhal, Camus e tanti altri autori che hanno scritto romanzi a metà che sono comunque stati divulgati e apprezzati. Abbiamo una gran cosa in comune io, voi e tutti questi autori. Sì, abbiamo una cosa in comune con questi autori: siatene fieri! Cosa? Abbiamo lasciato una cosa a metà. Che loro l’abbiano lasciata a metà perché sono morti o erano troppo impegnati a riscuotere successo, è un fattore decisamente secondario.

Per concludere con ottimismo: la Sacra Sindrome della Pagina Bianca si può superare. Ma vi spiegherò come nei prossimi post.

[va bene che sono logorroica, ma c’è un limite a tutto!]

Ma nel frattempo ditemi: vi siete riconosciuti nelle descrizioni lassù? In quali?
Aprite le vostre cartelle e contate quanti racconti (o romanzi) a metà si nascondono là dentro.

L’ultimo sioux

All’Asinara, l’indigeno è Enrico Mereu. Lineamenti da indiano d’america e sangue sardo. È lui, l’ultimo sioux della riserva. Vive qua da trent’anni e considera quest’isola “la madre che mi ha allevato”. Prima come guardia carceraria e ora come artista.
Enrico ha pellegrinato per quindici carceri, prima di approdare all’Asinara. La prima esperienza di lavoro è stata a Biella: oltre a vegliare sui detenuti, teneva per loro dei corsi di pittura. La scultura era bandita: gli attrezzi per scolpire potenzialmente pericolosi.

Enrico Mereu (foto tratta dalla sua pagina Facebook)

Enrico Mereu (foto tratta dalla sua pagina Facebook)

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Tutti sanno scrivere!

Partiamo da un presupposto consolante e pericoloso allo stesso tempo: tutti sanno scrivere.
O perlomeno, tutti quelli che hanno frequentato la scuola elementare sanno scrivere.
Mettere una lettera dopo l’altra, poi una parola dopo l’altra e infine una frase dopo l’altra: lo sanno fare tutti!

Ma non è detto che tutti lo sappiano fare suscitando l’interesse altrui. E per interesse altrui non intendo quello di mamma, papà, fidanzato o fidanzata. La nonna, poi… lasciatela in pace, povera donna. Continua a leggere

Pranziamo al campo rom?

Tutto è iniziato durante la riunione di redazione di una piccola e brillante rivista: attorno a un tavolo carico di birra artigianale, al momento di proporre i pezzi, uno di noi – lo chef – dice: “Io vado a pranzo al campo rom“, la giornalista rivoluzionaria ribatte “Io scrivo un pezzo sulla storia dei rom!” e io, neanche a dirlo: “Voglio conoscere i bambini!”. Continua a leggere

Wiam del deserto

Questa è la storia di Wiam del deserto.

Quando la vedi per la prima volta, non puoi non chiederti quanto siano grandi e profondi i suoi occhi.
Ha un viso paffuto color oliva, racchiuso da una cornice di capelli lisci e neri. Il naso appena schiacciato e denti bianchi e grandi che si inseguono caoticamente in una simmetria tutta loro.

image frompalestine Continua a leggere

Allora Belloli ha ragione!

bomQuando iniziai a scrivere Una bomber, pensai di calcare un po’ la mano per ridicolizzare gli stereotipi che circolano attorno al calcio femminile.
Ridicolizzare gli stereotipi per ridicolizzare chi se ne nutre.

Quando scrissi Una bomber, avevo già incontrato i miei Belloli, dentro e fuori dal campo. Forse fu proprio per loro, grazie a loro, che tra tutte le storie d’amore che avrei potuto raccontare, scelsi di raccontare quella di Stefania e Morena.

Perché? Perché la loro era la storia d’Amore più normale e potente che avessi mai conosciuto.

Belloli su una cosa aveva ragione: (“Mai detto quella frase ma) se anche fosse non crollerebbe il mondo”.

No che non crollerebbe, Belolli, anzi: darebbe più colore alla tua materia grigia.

A tutte le Morena e Stefania che ogni giorno subiscono le offese di un Belloli qualunque.  Continua a leggere

Non è un paese per calciatrici

Questo non è un paese per calciatrici.

Sono stanca di parlarne ancora, e ancora. Ma non posso farne a meno.

Belloli, presidente della Lega Nazionale Dilettanti, è solo uno dei tanti.
Uno dei tanti, ma sicuramente uno tra i più sfigati, perché la sua (presunta) frase è stata messa a verbale. Non l’avrebbe infatti pronunciata al tavolino di un bar, con una 0.40 in mano e la mente annebbiata, ma durante una riunione del dipartimento di calcio femminile di cui è presidente. Continua a leggere

Jona ha un cuore palestinese

Jona ha un cuore palestinese. Non singhiozza più come quello vecchio, ma scandisce il tempo che finalmente per lui si è fatto infinito.

kaboompics.com_Big red heart on dark background

A sentirlo bene pare che canti, questo nuovo cuore, seguendo un ritmo sconosciuto, come di darabouka e battiti di oud. Gioisce davanti ai fiori di zafferano, al cielo terso, alle gobbe dei cammelli. E quando vede il mare ballare la sua danza, diventa leggero. Come se al suo posto, al posto di quel piccolo cuore, ci fossero sabbia, refoli e sussurri che profumano di sale. Continua a leggere

Dipingerò la pace

Tali Sorek aveva dodici anni quando scrisse la poesia Ho dipinto la pace.
Me ne innamorai immediatamente e scrissi una canzone, o quello che ne è venuto fuori.

Con la speranza che Tali, giovanissima israeliana, creda fortemente nella pace e apra la strada e gli occhi ai suoi connazionali. Continua a leggere

Qua non volano aquiloni

Questa è la storia di tre fratelli orfani di padre, di una donna vedova a 55 anni e di un villaggio a pochi chilometri da Ramallah, in Palestina.

Bassem

Bassem

Bassem ha trent’anni, e ama far volare gli aquiloni.
Vive nel villaggio di Bil’in, spaccato in due dal Muro, quel maledetto Muro che viene definito uficialmente “barriera di separazione” ma che concretamente ruba le terre, le case e i sogni dei palestinesi. Continua a leggere

Padiglione VI donne

Mi manca. L’aria mi manca. Respiro sudore e muffa che si arrampica sulla parete. Bianca. Era pallida come la faccia di Marta che si è appesa ieri a ciondolare sulla porta. Ciondolava scandendo il tempo, come un pendolo stanco. Scandiva il tempo della vita e quello, veloce, della morte che se l’è portata via. Quello che non aveva, era l’aria. Le è mancata l’aria e poi la terra sotto i piedi. La terra che ha nascosto i suoi affanni e l’ha lasciata marcire sotto i cipressi e le panchine. Continua a leggere

Pasquetta in Sardegna

A differenza del Natale, che si festeggia sempre nello stesso giorno, la Pasqua è quella ricorrenza creata appositamente per incasinare e punire quelli che non frequentano le chiese. E qua non ci sono, credo, giochini mnemonici tipo la filastrocca dei mesi: “30 giorni ha novembre, con april, giugno e settembre, di 28 ce n’è uno, tutti gli altri ne han 31”.

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(avete amici trentenni che quando gli chiedete “Quando finisce Febbraio?” si esaltano come se avessero scoperto una nuova formula della fusione fredda? Se sì, scappate: sia per la scoperta che per l’entusiasmo insensato) Continua a leggere