Triplete di presentazioni!

La Maestra del mio quor è rientrata all’ovile per una tre giorni di presentazioni – Sassari, Alghero, Siligo – ad alto tasso di emozioni.
Sassari, inutile dirlo, è l’ovile per eccellenza. La città che mi sopporta e che sopporto da 33 anni. Che mi supporta, talvolta.

(è bene ricordare che è anche la città in cui – nemo propheta in patria – si organizzano eventi con editori arrivati dall’altra parte del mondo e ci si “dimentica” di invitare quelli di casa. Ma vabbe’)

ss chiacchiere Continua a leggere

Maestra del mio Quor a Cagliari!

Non so definire la parola felicità. Ovvero: non so che sia la felicità. Credo di avere sperimentato momenti di gioia intensa, da battermi i pugni sul petto, al sole, alla pioggia o al coperto, urlando (a volte vorrei farlo e non si può, sarebbe giudicato segno di disturbo mentale) o da credere di camminare sulle nuvole o da sentire l’anima farsi leggera e volare alta fino a Dio (è capitato di rado). È la felicità? Così breve? Così poca?

Passavamo sulla terra leggeri, Sergio Atzeni

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Regala questo libro a un bambino sconosciuto!

Oggi 21 novembre è la Giornata Mondiale dell’infanzia, e noi la festeggiamo così.

“Noi” siamo una quarantina di persone – autori e illustratori – e un editore: Caracò.

[L’editore del mio quor, per intenderci]

Arriva in libreria proprio oggi, “Le favole dell’attesa”, antologia a più mani curata da Cristina Zagaria: un concentrato di adrenalina pura che sta spendendo ogni secondo delle sue giornate per questo bel progetto no profit. Continua a leggere

“Una bomber” al Salone Internazionale del Libro di Torino

Da anni, da decenni, sognavo di andare al Salone del libro di Torino: la mia seconda città.

Stavo per nascere proprio nella via che porta al Lingotto, dove si svolge la manifestazione. Poi i miei hanno sentito il richiamo della sardità e sono tornati nell’isola: ne è nata una cittadina del mondo che dice di essere di nazionalità sarda e bofonchia Boja fauss mangiando gianduiotti e bagna cauda.

Io però volevo andarci come lettrice, al Salone: con l’entusiasmo e la rilassatezza di chi tra i libri si sente a casa, sempre, ovunque. Li annusa, li sfoglia, li legge, e partecipa alle presentazioni degli altri, probabilmente paralizzati dall’emozione. Continua a leggere

Scrivo e sono felice.

Fuori c’è un caldo furioso.

Con questo esordio brillante e originale, ho già perso due lettori su tre che sono capitati per caso su questo blog: ma era solo un modo per fare rimanere i più coraggiosi.
Non è il solito post sulle condizioni meteo, e soprattutto non è un post di lamentela scaturito dai millemila gradi all’ombra che fuori stanno arrostendo anche le nuvole (in allegato, una foto rubata da meteo.it). Continua a leggere

Stop me now!

Sono a pochissimi passi dal mare, c’è un sole cocente, è Luglio e mi sento in colpa.

Non ho fatto niente per esserlo, ma lo sono comunque. Abituata ai ritmi serrati e a rincorrere pullman che partono o troppo presto o troppo tardi, emotivamente provata da incontri, parole, mani che si sfiorano, abbracci e risate…quando mi fermo – e mi fermo raramente – mi sento in colpa. Continua a leggere

“Una bomber”: la donna, in Italia, qualunque cosa faccia (tranne i bambini) è considerata una dilettante.

Ero un po’ spaventata, per l’uscita di “Una bomber”: pensavo, in particolare, alla reazione delle calciatrici, e poi di altre persone che potessero in qualche modo sentirsi (s)coinvolte per le tematiche del libro.

(temevo soprattutto le domande: “E’ autobiografico?” e “Nicoletta esiste davvero?”, perché non riesco a mentire, e Nicoletta picchia forte) Continua a leggere

Recensioni di Piciocus. Storie di ex bambini dell’Isola che c’è

Autori: Francesco Abate, Gianni Zanata, Paolo Maccioni, Gianluca Floris, Silvia Sanna

(Caracò Editore, 2011)

Sinossi:
Ci sono suggestioni, dettagli, strati di colore e di sapore che appartengono all’infanzia e all’adolescenza di ognuno di noi.
Una vacanza leggendaria, un’amicizia perduta, un segreto inconfessabile, un’indimenticabile giornata di fine estate.
Sull’onda dei ricordi, con un approccio narrativo che spazia dalla gioiosa leggerezza alla tenera malinconia, cinque autori sardi si confrontano con storie di straordinaria gioventù.
Cinque racconti, cinque mondi, cinque avventure nel segno di temi forti e profondi, come la purezza dei sentimenti o l’ineludibile perdita dell’innocenza.
L’appartenenza degli scrittori alla stessa realtà territoriale, la Sardegna, rappresenta una sorta di spartiacque.
Perché se è vero che tutti siamo stati bambini e ragazzi, è altrettanto vero che pochi possono dire di essere stati «piciocus».

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Non lo so se un libro fatto di cinque racconti si possa definire un’antologia, però sono sicura che il testo in questione figurerebbe bene nei programmi delle scuole medie italiane, e che se avessi ancora tredici anni, mi farebbe proprio piacere ritrovarmelo al posto di una delle solite raccolte… ma, nostalgie a parte, si tratta di un libro da leggere e rileggere a qualsiasi età. Il suo titolo è “Piciocus. Storie di ex bambini dell’Isola che c’è” di Caracò Editore. Dentro ci sono delle storie, e fin qui effettivamente non si riesce a cogliere con esattezza la dimensione della cosa. Per di più sono vicende di ragazzi che per età dovremmo collocare al limite tra l’infanzia e l’adolescenza, solo che la situazione che vivono li sposta inevitabilmente verso l’età adulta. Sono piciocus: ex-bambini, ma solo in fondo.

Ce ne sono tanti tra queste pagine, potremmo pensare che si assomiglino in maniera impressionante, ed effettivamente credo non saremmo riusciti a distinguerli vedendoli giocare per strada, attaccati ad un tram o intenti a rubare un nido. Non li avremmo comunque sicuramente chiamati per nome, o almeno non con quello con il quale erano stati, forse, registrati all’anagrafe. I loro sono piuttosto pseudonimi, nomi di battaglia, denominazioni dai tratti arcaici che ne specificano immediatamente le caratteristiche, dividendoli in maniera abissale da quel mondo faccendiere e clientelare degli adulti, al quale appartengono solo in parte.

C’è il piccolo Buddinu uscito dalla penna di Silvia Sanna, che in realtà si chiamerebbe Ramòn, anche se pochi se lo ricordano. Biddìddi e le sue avventure estive d’altri tempi, nel ricordo di Francesco Abate. C’è l’immancabile garzone di bottega che aiuta il barbiere sognando un pallone nelle parole di Paolo Maccioni, uno strano pistolero coraggioso e poi ancora ragazzini, costretti a fare i conti con una realtà tutt’altro che tenera nei brani diGianni Zanata e Gianluca Floris.

[Sara Rania alias Kitsuné, booksblog.it]

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Piciocus, (ex) bambini si nasce

Per uno che racconta storie è vitale lo sguardo dell’infanzia» sostiene lo scrittore Bruno Tognolini, «significa vedere le cose come non sono, confrontarsi con la realtà con un occhio che inventa – condizione statutaria di un’età in cui ancora non sai quindi cerchi di capire facendo congetture: c’è un’immensa elasticità… un’incertezza creativa, qualità fondamentale per un narratore, e dimensione sapienziale se riesci a viverla e non farti vivere, se cioè conservi questa visione ma lei non ti possiede». Se l’autore di “Lunamoonda” e “Rime di rabbia” ha consegnato le memorie dei suoi primi anni a “DoppioBlu” (Topipittori) inizia oggi con gli incontri a Cagliari (ore 19) alla Libreria Murru e domani (alle 11) alla Libreria Piazza Repubblica Libri, con un piccolo tour (de force) nel segno di un’immancabile leggerezza fra brandelli di passato dal retrogusto vagamente cagliaritano (ma con digressioni “nordiche”) l’avventura di “Piciocus”: antologia di racconti, o meglio di “Storie di ex bambini dell’Isola che c’è”.

Fotografie – in un poetico bianco e nero – delle (vicine) giovinezze di scrittori e giornalisti, da Francesco Abate con “Il fantastico Biddìddi” tra le allora candide dune del Poetto a Gianni Zanata con le atmosfere di un tragico ‘78 con sguardo adolescente, per un viaggio “In nessun posto”, alla vita bruciata di “Ramón” nelle parole di Silvia Sanna. Ma ci sta pure “Su Piciocu de Buttega” di un affresco casteddaio nato per un’ipotetica svolta del destino dalla penna di Paolo Maccioni e ancora «un ricordo di quando ero bambino che mi ha accompagnato per tutta la vita: quando io giovincello delle elementari fui trasportato in un mondo di impegno politico e di indignazione civile» che diventa la favola vera di “Un bambino come gli altri” di Gianluca Floris. Sullo sfondo la Sardegna dei ricordi, in una pluralità di voci che si rincorre per le strade, tra giochi scatenati e riti di passaggio, verso l’inevitabile perdita dell’innocenza: allegria infantile e sottile malinconia colorano tranches de vie ricche delle emozioni e dei sogni, delle memorie e dei desideri di un gruppo di ragazzi, i “Piciocus” di ieri.

Sostiene Tognolini: «Guardando indietro all’infanzia sembra di guardare un mondo dorato, il dubbio è se tutta quella felicità che ci immaginiamo ci sia stata davvero: l’intuizione centrale di “Doppio Blu” è proprio che la distanza restuituisce quella tonalità d’azzurro, se guardi al passato attraverso il mare degli anni sembra tutto blu, mentre un bambino vede il blu perché guarda la vita coi suoi occhi puntati al futuro». Cambia l’orizzonte, la direzione, forse l’acutezza ma la magia è «se gli sguardi si incrociano: tu guardi indietro al passato e il bambino che eri davanti a sé, è una prova di fedeltà a se stessi (perché se sei in un altro futuro puoi guardare indietro ma non incontrerai il suo sguardo): per un attimo si crea un effetto doppler fra due specchi paralleli che riflettono all’infinito il tempo».

Il segreto è nel custodire l’infanzia, pur «con il senso di realtà necessario nello stare al mondo»: crescere senza soffocare quella parte bambina, così come all’inverso nel raccontare storie ai bambini, «ci si scopre imprevista una connaturata capacità di commisurare il linguaggio alle orecchie di chi ascolta; e la memoria diventa ancora preziosa, a meno di compiere l’atto vile di immiserire la realtà e il mondo mentre lo si racconta; invece si può non rinunciare alla complessità ma distillarla in gocce» spiega ancora Tognolini. Inventore di storie e filastrocche e rime per l’infanzia, che cita tra i suoi maestri Dante e Ariosto piuttosto che Pavese e appunto le filastrocche sarde: per lui «la vita intera è un romanzo di formazione, più che i riti di passaggio conta la capacità di apprendere e “crescere” a qualsiasi età».

Il progetto di “Piciocus” – «che avrà probabilmente un seguito – ma questo non lo sa ancora nessuno, nasce dal mio incontro con Mario Gelardi (regista teatrale, Premio Olimpici del Teatro per la mise en scène di “Gomorra” di Saviano) in quel di Napoli», spiega Francesco Abate «con l’idea di radunare scrittori che abbiano voglia di rivivere l’adolescenza, che è secondo me il periodo più fecondo, la sfida, la linea d’ombra, in cui lasci la ragione della giovinezza per quella dell’età adulta».

(Anna Brotzu, Sardegna24)

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Silvia SannaHo preso pezzetti di vita vissuta da me e da altre persone e pezzetti di vita immaginata basandomi su un prototipo di sassarese della middle class di Sassari vecciu su cui ovviamente ho calcato la mano (ma neanche troppo). In ogni caso, invito ad andare a Platamona a ferragosto, per confermare la veridicità dei miei racconti sugli epici pranzi di famiglia nella spiaggia dei sassaresi. Tutto basato su pietanze dietetiche come lumaconi al sugo, pasta al forno, polpi ‘soffocati’, frattaglie di ogni animale e cose così. E’ bellissimo, soprattutto, sentire i commenti delle mamme sassaresi davanti alla classica turista bergamasca che pranza con una mela. Se le va bene, passa per appestata. Per quanto riguarda i nomi assurdi che i genitori mettono ai bambini, invece, sono stata una maestra (prima delle falciate della Gelmini) e i registri di classe sono fonti inesauribili di titoli di coda delle peggiori telenovelas argentine. Confesso, però, che anche se non c’entra nulla con le telenovelas (semmai con i film horror) che l’unico bambino del quale mi sono sempre rifiutata di pronunciare il nome si chiamava Silvio (giuro). Piuttosto attraversavo tutta la classe schivando zainetti e banchi e gli toccavo la testolina per richiamare la sua attenzione. Ma non ho mai pronunciato il suo nome in un intero anno scolastico. Per quanto riguarda invece il linguaggio abbastanza “pesante” (grezzo, direi) che utilizza Ramon, ho voluto fare un esperimento pseudosociologico “di genere”. Ho notato spesso, infatti, che un racconto con parolacce scritto da un uomo scatena l’ilarità dei lettori/ascoltatori, se invece è scritto da una donna, provoca imbarazzo, quasi sdegno. Questo è un sondaggio personale fatto da me, è vero, ma non è truccato. Se non altro non l’hanno annunciato al tg1 quindi è credibile. Il risultato è che mio padre ha letto tre righe di “Ramon” e credo che sia uscito per togliermi dallo stato di famiglia o, quel che è peggio, a cambiarmi nome: da Silvia a Silvio.

(Veronica Matta, Mediterraneaonline)

100 giorni sull’isola dei cassintegrati (ed. Il Maestrale)

Recensioni a 100 giorni sull’isola dei cassintegrati (ed. Il Maestrale)

[il ricavato dei diritti d’autore andrà all’Associazione Sardegna AMACI: Associazione Malattie Chirurgiche Infantili, per l’acquisto di un endoscopio pediatrico]

 

Il reality degli operai della Vinyls diventa un libro. “100 giorni sull’Isola dei cassintegrati” , pubblicato lo scorso 15 luglio dalla casa editrice Il Maestrale, racconta i primi tre mesi di autoreclusione degli operai della Vinyls di Porto Torres nell’ex carcere di massima sicurezza dell’Asinara. E’ la seconda opera che viene scritta sulla protesta degli operai portotorresi, dopo quella di Tino Tellini intitolata “L’Isola dei cassintegrati” e uscita nei mesi scorsi. L’autrice di questo singolare libro-testimonianza è Silvia Sanna, una giovane disoccupata sassarese, che non solo ha sposato la causa degli operai , ma ha anche condiviso con loro lunghi periodi di questa prigionia assolutamente sui generis.

– Come è nata l’idea del libro?

«Sono andata nell’isola come semplice cittadina, per dare la mia solidarietà, e come ex maestra precaria, ormai disoccupata fissa. Io e gli operai eravamo e siamo sulla stessa barca che sta affondando, ci sentiamo naufraghi del lavoro. Sono andata lì e ho chiesto: “Ragazzi, cosa posso fare per voi? Non so fare niente, però mi piace scrivere, se volete possiamo raccontare la vostra storia”. Loro si sono dimostrati da subito entusiasti e così è nato il libro. Questo non è il “mio” libro, ma il “nostro” libro, io mi sono posta come tramite degli operai. Buona parte del libro è stato scritto nelle celle del carcere che ci ospita. Lo abbiamo, letto, riletto, corretto fino alle tre del mattino. Scrivendo il libro abbiamo riso e pianto tutti insieme: i cassintegrati, le famiglie ed io. E’stata un’esperienza bellissima, indimenticabile. Il libro è nato proprio così, dall’esigenza di raccontare questo pezzo di storia che loro stanno scrivendo, perché è una protesta operaia pacifica ed unica, che sta avendo molta risonanza. Sarebbe stato più facile andare in piazza e spaccare le vetrine e invece hanno deciso di rivolgere tutti i disagi contro loro stessi».

– In che modo ha voluto raccontare l’“Isola dei Cassintegrati” nel suo libro?

«Ho tentato inizialmente di dare un taglio giornalistico e quindi un po’ distaccato. Ma si è rivelata subito una missione impossibile, praticamente conclusasi già dall’inizio. Ormai mi sento totalmente coinvolta emotivamente e parte integrante della “famiglia cassintegrata”. Ho cercato di raccontare quello che non si è visto in televisione, il dietro le quinte dell’isola. Mi sono soffermata soprattutto sul lato umano, sulle storie degli operai e delle loro famiglie».

– Nel libro si è soffermata su qualche aspetto in particolare della vicenda?

«Spero di aver sottolineato la difficoltà di queste persone di auto recludersi in un ex galera di un’isola, lontano dalle proprie famiglie e dalle proprie case, con disagi di ogni tipo. Il più lieve, probabilmente, è il fatto di avere la cella invasa dagli insetti. Inoltre, un altro aspetto è la difficoltà di condividere i numerosi momenti di tensione, perché spesso le notizie che arrivano dall’esterno non sono piacevoli e fanno molto male».

– Lei non ha solo raccontato l’“Isola dei cassintegrati”, ma l’ha anche vissuta. Cosa significa condividere la lotta degli operai della Vinyls “da dentro”?

«E’ una storia che ho raccontato, ma che ho anche vissuto e il libro è come se fosse il “diario dell’isola”. Una cosa che mi fa molto piacere è quando gli operai mi dicono che sono una cassintegrata come loro e che metto in questa lotta molta più energia di quanta non ne mettano altri che dovrebbero essere più coinvolti di me. Questo fatto mi fa molto piacere, anche perché la mia è una partecipazione disinteressata. Lo stesso ricavato del libro sarà devoluto interamente all’associazione “Sardegna amaci” per l’acquisto di un endoscopio. Né io, né gli operai vogliamo lucrare su questa vicenda».

– Il suo libro è il secondo che racconta della singolare protesta dei cassintegrati della Vinyls. Si è parlato di una polemica con l’autore del primo libro, come è andata la vicenda?

«Le polemiche non fanno bene a questa vicenda. A noi piace solo la chiarezza, se si fa una cosa bisogna farla bene e in modo pulito. L’altro libro è uscito in tutta fretta e la reazione degli operai non è stata delle migliori, perché è scritto da un operaio che, pur avendo partecipato alla lotta, non sta all’Asinara e quindi difficilmente da casa può raccontare cos’è l’isola dei cassintegrati. Inoltre, quell’opera non è stata mai fatta leggere ai cassintegrati, né prima né dopo la pubblicazione. Detto questo, ben vengano i libri su questa vicenda, se scritti in maniera chiara e pulita».

– La prefazione del suo libro è stata scritta da due penne prestigiose del giornalismo italiano: Concita De Gregorio e Giommaria Bellu. Come è riuscita a coinvolgerli?

«Sono venuti entrambi lo scorso due maggio all’Asinara. E’ stata una visita graditissima, che ci ha mostrato il lato umano di questi due grandi giornalisti. Mentre stavamo pranzando nella cella adibita a refettorio, è saltata fuori la storia del libro. Rimasero subito molto incuriositi e così è nata l’idea di scrivere la prefazione. E’ stato tutto molto spontaneo. Successivamente Concita De Gregorio mi ha proposto di scrivere qualche articolo sull’Unità, perché voleva un contatto diretto sull’isola. La reazione tra gli operai è stata stupenda, erano quasi più felici di me. La cosa che più mi gratifica è che mi dicono che si identificano in pieno nelle parole che scrivo».

– A distanza di una settimana dall’uscita del libro, quale impatto pensa possa avere sui lettori?

«Mi aspetto che la gente, dopo essersi affezionata alla vicenda lavorativa ed umana, si affezioni ad ogni singolo operaio di cui parlo. Vorrei che diano un nome a queste persone che per ora sono conosciute soltanto come “gli operai della Vinyls”. Vorrei che i lettori conoscessero le loro storie: come quella di Antonello Pinna, costretto a ritirare suo figlio dall’università o quella di Andrea Spanu che non riesce a pagare il mutuo della casa. Mi piacerebbe che questi operai non venissero considerati e trattati come semplici dati economici, ma che avessero nomi e cognomi, perché in questo modo si può riuscire a colpire i sentimenti della gente. Mi auguro che questo libro venga letto dai vertici dell’Eni e del Governo, in modo tale da farli sentire coinvolti. So che sarà molto difficile, ma questa è una mia speranza».

(Lorenzo Mattana, Stintino Notizie)

 

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La presentazione del libro “100 giorni sull’isola dei cassintegrati” – organizzata dalla casa editrice Il Maestrale e dal collettivo Api Operaie – inizia con un’attesa di 45 minuti, rotta dalle parole imbarazzate della moderatrice: “Susanna Camusso non può più venire, non fa in tempo”. La ragione, si scusa la nuova segretaria della Cgil in un messaggio, sono i preparativi in vista della grande manifestazione del prossimo 27 novembre. Organizzata “per i giovani e per il lavoro”.

Salta anche, all’ultimo momento, il previsto intervento via skype dell’economista Loretta Napoleoni. Restano solo i lavoratori, dunque, a rappresentare se stessi e le proprie istanze, dietro quel tavolo che li separa dal resto della sala, la bella aula magna della Chiesa valdese romana: soli come sempre, almeno in questi mesi di trattative, di lotte per conservare il posto, di vertenze. Ci sono Pietro Marongiu, operaio Vinyls, Alessandra Carnicella, lavoratrice ex Eutelia, Claudia Bernardi, dottoranda precaria de La Sapienza. Ci sono anche Rossella Muroni, direttrice generale Legambiente, insieme, s’intende, all’autrice sassarese Silvia Sanna: ciascuno a raccontare una storia collettiva di cassintegrazione. E di disagio psicologico e materiale: che sceglie nuove forme per comunicarsi.

Come gli operai della Vinyls (ex Enichem, di Porto Torres), che si sono autoreclusi da 268 giorni nell’ex supercarcere dell’Asinara. Lo stesso penitenziario dove è stato detenuto il boss mafioso Totò Riina e dove i giudici Falcone e Borsellino prepararono gli atti del maxi processo a Cosa Nostra. Una sorta di isolamento volontario che nasce (lo scorso 24 febbraio) per fare il verso – contrappunto critico e amaro – al famoso reality televisivo, “L’isola dei famosi”: lavoratori come tutti noi che scelgono di dormire per 268 notti in celle gelate, per sollecitare una risposta dalla politica, per far drizzare le antenne a chi, oramai, conosce solo i linguaggi della così detta pornografia mediatica del dolore, come denuncia Silvia Sanna, “cella numero quattro”. Che ha scritto “un libro collettivo, un diario intimo” dove “l’aspetto umano prevale sulla vertenza in corso”, in cui questa ex maestra (“ex a causa della riforma gemini”) prova a rispondere alla domanda: “Chi è Pietro Marongiu?”, l’”operaiaccio”, come definisce se stesso l’operaio Vinyls quando gli passano il microfono. “Sarebbe dovuto essere un libro dal taglio giornalistico”, spiega Sanna che ha vissuto, per tutto questo tempo, facendo la spola tra la sua casa, a Sassari, e la cella numero 4 all’Asinara, “ma sono troppo coinvolta: vivo sulla mia pelle quello che vivono tutti gli operai Vinyls”. E con loro, sottolinea, “tutti i lavoratori in crisi”. Autorecludersi per scelta, quindi, è per paradosso la “decisione più naturale che potessimo prendere: perché senza lavoro non c’è libertà”.

Ilaria Donatio (tlaxcala-int.org)

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Silvia Sanna, maestra disoccupata grazie alla politica ministeriale, che sull’isola ha trovato la forza di non arrendersi: 100 giorni sull’isola dei cassintegrati, Edizioni Maestrale, è in realtà un racconto corale in cui la voce dell’autrice molto spesso scompare e a parlare sono gli operai. Pochi giorni dopo l’uscita in libreria, Silvia Sanna ha accettato di essere intervistata: una buona occasione per porre all’autrice le domande che lei stessa ha posto agli operai nell’ultima parte del suo libro.

Come hai saputo della crisi della Vinyls?

Indirettamente dai media e direttamente da Andrea Spanu, uno dei cassintegrati che tramite Facebook ci aggiornava in tempo reale sulla lenta agonia della Vinyls. Credo che sia impossibile non aver mai sentito parlare della vicenda, tramite i media regionali e nazionali. Mi stupisce, infatti, che il ministro Tremonti abbia dichiarato, in una puntata di “Annozero”, di non conoscere la “questione Vinyls”. Il ministro dell’economia e delle finanze: incredibile. Tra l’altro, lui non abita molto distante da uno degli stabilimenti Vinyls, quindi se non come politico, almeno come cittadino, la notizia gli sarebbe dovuta arrivare.

Perché hai deciso di partecipare attivamente alla protesta incarcerandoti con gli altri?

L’ho sentito come un dovere morale: da semplice cittadina dotata di senso civico e sensibilità e da ex maestra precaria, ormai disoccupata fissa. Siamo nella stessa barca che sta affondando: questa barca si chiama Italia. Ora vivo nella cella numero 4 e faccio parte della grande famiglia cassintegrata. Lotto pacificamente per l’articolo 1 della costituzione, più volte calpestato, nel loro caso e nel caso dei miei colleghi insegnanti precari. Io ho 29 anni e posso trovare (non senza difficoltà) un’alternativa: ma su quest’isola ci sono operai di 57 anni che hanno lavorato sempre in fabbrica ed è già difficile ricollocare i giovani, figuriamoci i più grandi. Ecco: io, nella sfortuna, mi sento quasi fortunata e non me la sento di lasciarli soli. Per quanto possa servire, hanno il mio completo sostegno. Potrebbero essere e in un certo senso lo sono diventati, i miei padri, i miei fratelli.

In Sardegna ci sono numerose vertenze aperte, esiste una connessione tra le varie lotte?

L’Asinara è, sì, l’isola dei cassintegrati, ma anche di tutti gli altri non-lavoratori: qua sono passati i minatori di Furtei, gli operai dell’Alcoa, i piloti Alitalia, i cassintegrati dei call center, gli insegnanti precari, gli autoferrotranvieri precari, i disoccupati, i “cervelli in fuga” e tanti altri. Molti, moltissimi, erano sardi. Le connessioni tra le varie lotte in Sardegna sono senz’altro l’orgoglio e la caparbietà di questo popolo, che finalmente sta sollevando la testa. Non credo potrebbe fare altrimenti: siamo stati maltrattati per troppo tempo, è ora dei reagire.

Quando hai perso il lavoro, e pensando alla situazione della scuola, come ti senti?

In teoria, in questo momento, sarei la persona meno adatta a incoraggiare questi operai, perché io per prima mi sono arresa: non credo che riprenderò mai più il mio posto dietro la cattedra, non con questo governo, perlomeno. Non è pessimismo, ma realismo. Mi sento come un’imbarcazione allo sbaraglio, in un mare in tempesta. Ho perso la bussola, i punti di riferimento, la bellezza di trasmettere ciò che ho imparato, l’emozione di sentirmi chiamare “maestra”, la gioia che solo il sorriso di un bambino può dare. Mi sento orfana dei miei alunni e allo stesso tempo, so che anche loro si sentono abbandonati. Quando li incontro per strada mi chiedono: “perché te ne sei andata?”, come se la decisione fosse mia e non della politica scellerata del ministro della Pubblica Distruzione. Questo fa ancora più male della disoccupazione, della dipendenza economica, delle giornate passate in attesa di una supplenza che non arriva mai. Una maestra è maestra una volta e per sempre: mi dovrò accontentare di abbracciare i miei bambini durante la ricreazione, davanti alla loro nuova maestra. precaria, ovviamente.

Come ti vedi tra vent’anni?

Forse a occupare pacificamente Saturno con un gruppo di astronauti in cassa integrazione? Spero di no. Ho una risposta che mi fa rabbrividire: non mi vedo, tra vent’anni. Fortunatamente ho varie passioni, vari interessi, varie opportunità potenzialmente appetibili. Ma il mio futuro lo vedevo all’interno di un’aula scolastica, con i miei bambini, solo lì. Era il mio sogno da quando avevo sei anni. E’ spaventoso pensare che studio da ben 23 anni, ho fatto il liceo sociopsicopedagogico, sono laureata in Lettere eppure… sono così. Disoccupata e ora, chiusa in un carcere con l’unica colpa di non aver fatto un’università privata ma un’università pubblica e di non essere figlia di un governatore e quindi, di non avere una laurea immediatamente spendibile.

Quale indicheresti come frase simbolo della protesta?

Ne ho due, la prima è di Che Guevara ed è il motto dell’isola dei cassintegrati: “chi lotta può perdere, chi non lotta ha già perso”. L’altra è un insegnamento di un mio maestro di vita, professore di letteratura italiana dell’università: “fare le cose per e mai contro”. E’ quello che accade qua all’Asinara: si lotta in modo pacifico e costruttivo, mai distruttivo. È questa, la vera forza di questa lotta. Gli operai, almeno in questo, hanno già vinto. Ora aspettiamo di vincere anche la lotta per un diritto sacrosanto, che sarebbe anche banale ricordare, se l’Italia fosse un paese normale: il diritto al lavoro.

[Dedicato a Lorenzo Spanu, che ha compiuto due anni in una cella del carcere dell’Asinara, e alla famiglia che ha trovato sull’isola: zii, fratelli, nonni in lotta anche per lui.]

(di Fabrizio Demontis per Carmilla online)

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Arriva «100 giorni sull’isola dei cassintegrati» scritto dalla cella n. 4 dell’Asinara

(Nicoletta Cottone, Il sole 24 ore)

Cella numero 4 nell’ex carcere dell’Asinara. È lì che è nato il libro di Silvia Sanna, “100 giorni sull’isola dei cassintegrati” che racconta la vicenda del gruppo di operai Vinyls (ex Enichem, Porto Torres) e Eurocoop che sono sbarcati sull’isola dell’Asinara il 24 febbraio 2010 e hanno occupato l’antico carcere, per dare vita, in concomitanza con la partenza in tv dell’Isola dei famosi, a un reality senza vip, soubrette e attori.

Un “reality reale” dove i naufraghi vivono nelle celle abbandonate dell’ex supercarcere prima occupato da terroristi e mafiosi, in compagnia di insetti, topi, gelo e umidità. Non ci sono telecamere o microfoni, non si sogna di vincere un montepremi, ma di riavere un posto di lavoro. «Ho voluto – spiega al Sole 24ore.com Silvia Sanna – che la gente non parlasse degli operai dell’isola dei cassintegrati come se avessero un numero di matricola, ma che all’esterno si conoscessero le loro storie, i loro nomi, il loro coraggio».

La disperazione di chi attende l’esito delle nuove offerte per la Vinyls, di chi lancia la prima protesta operaia in diretta web, di chi raccoglie in un gruppo su Facebook oltre 100mila iscritti. «Mesi terribili – racconta uno dei “naufraghi”, Pietro Marongiu, 56 anni, di cui 38 nel petrolchimico – ma il disagio l’avevamo messo in conto quando abbiamo scelto di fare una protesta che non recasse disagio alla gente, ma sensibilizzasse l’opinione pubblica. Con il risultato che 80mila persone hanno visitato l’Asinara e che sono state inviate alcune offerte per riaprire i battenti alla Vinyls che sono in fase di valutazione».

La Sanna, prima maestra precaria, ora disoccupata a seguito del taglio al precariato nella scuola, ha deciso di condividere la battaglia dei cassintegrati, di viverla con loro e di raccontarla. Nonostante le difficoltà economiche dei protagonisti e delle famiglie dei cassaintegrati dell’isola, gli introiti andranno in beneficienza: ogni libro venduto «sarà un bullone» di un endoscopio pediatrico. Gli introiti del libro saranno infatti devoluti all’associazione Sardegna Amaci, che si occupa di bambini che affrontano operazioni chirurgiche gravi.

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Nuove voci: Silvia Sanna. 100 giorni sull’isola dei cassintegrati

Anna Lonia (http://lnx.whipart.it)

00 giorni sull’isola dei cassintegrati è il libro di Silvia Sanna. E’ il racconto dell’occupazione dell’ex carcere dell’Asinara in Sardegna da parte degli operai della Vinyls dopo la chiusura della loro fabbrica. Una forma di protesta pacifica per sensibilizzare l’opinione pubblica. Una storia con la S maiuscola, il racconto della vita intima degli operai e delle loro famiglie.
“E’ un libro corale, non è il mio libro, ma il nostro libro, è un lavoro collettivo. Io sono la penna che ha fatto da tramite alle emozioni degli operai.”
Queste le parole di un’emozionata Silvia Sanna in occasione della presentazione a Roma di questo suo primo libro edito da Edizioni Il Maestrale 2010.

Laureata in Lettere, nata a Sassari, ex maestra precaria, la Sanna decide di unirsi alla battaglia degli operai della Vinyls del petrolchimico di Porto Torres in Sardegna e occupare l’ex carcere dell’isola dell’Asinara. Lo scorso 24 febbraio gli operai della Vinyls, in cassintegrazione già da quattro mesi, di fronte alle mancate risposte della politica, scelgono l’autoreclusione per dare visibilità alla loro causa.
Vivono la cassintegrazione come un forma di incarcerazione, non sono più uomini liberi perché “senza lavoro non c’è libertà”.
Nella cella numero 4 prende forma il racconto dei primi cento giorni di autoreclusione. Non un libro inchiesta, non un libro tecnico; c’è poco della vertenza nel testo. Una storia per dare spazio ai lavoratori in crisi e alle loro famiglie, per capire cosa c’è dietro un semplice numero di matricola, protagonista è la vita intima di questi uomini e donne, il racconto di una quotidianità surreale.
E’ la Sara D, vecchio battello, che come un moderno Caronte traghetta i naufraghi della Vinyls da Porto Torres all’Asinara, inferno o paradiso.
“Sopravvivere nel paradiso – scrive Sanna- è una contraddizione che ci portiamo dentro da tempi remoti.”
La Sardegna, luogo paradisiaco, è anche inferno di disoccupazione, cassa integrazione, precariato, lavoro zero. Altra contraddizione: cercare di riconquistare la libertà entro celle che furono di mafiosi e terroristi. Sono stanze piccole dalle pareti grigie, ormai sparite le scritte disperate sui muri dei detenuti, i poster delle donne nude, i santini dei devoti. Ora ci sono ritratti di famiglia e i pupazzi regalati dai bambini.
La domenica, giorno di visita, le celle assumono l’aspetto ordinato di una camera d’albergo. Per mogli e figli ci si improvvisa ottimi casalinghi.
Al calar del sole si svolge il rito della suddivisione delle celle. Alcune ospitano i lavoratori che sono sull’isola dal primo giorno di occupazione, le altre vengono assegnate a rotazione.
In quella che fu dell’uxoricida, dallo status di chi l’ha occupata fino alla chiusura del carcere, dorme Pietro che ogni mattina manda un messaggio d’amore alla sua Margherita, lui però questa storia ai suoi familiari non l’ha mai raccontata. E’ il più vecchio del gruppo, 56 anni, di cui 38 nel petrolchimico di Porto Torres, alle 5.30 ogni mattina da la sveglia ai suoi compagni.
Naufraghi come Antonello, il cambusiere, che ha occupato la cucina, ormai luogo interdetto agli altri naufraghi, la frittata con fondi di frigo la sua specialità. Non si lamenta mai nonostante abbia dei chiodi ortopedici conficcati nella schiena. Robocopinna lo chiama qualcuno, quando si dice “un uomo di ferro!”.
Andrea che anche se ha la febbre finge di stare bene, infatti se Stefania vede tramite Skype che gli gocciola il naso va a riprenderselo a nuoto. In carcere non ci sono finestre, il vento circola pericolosamente e sbatte con ferocia sui corpi immersi nei sacchi a pelo.
I materassi sono umidi, quasi bagnati. Roberto che dorme nel corridoio con due poltroncine sgangherate, il suo corpo prende la forma di una V ammosciata. “V come vendetta, come Vinyls e come Vaffanculo a chi c’ha ridotto così!”.

A differenza dei loro “colleghi” vip, i naufraghi dell’Asinara vivono in celle anguste non per raggiungere la fama ma per combattere la fame, per riavere il proprio lavoro.
Sulla maglia di Andrea, classe 1982, che insieme a Marcello e Antonio, i più giovani del gruppo, rischiava di non avere neanche la cassintegrazione e per protesta ha occupato l’antica torre eretta dagli Aragonesi nel quattrocento per difendere Porto Torres dai pirati, c’è scritto: “Chi lotta può perdere, chi non lotta ha già perso!”. Diventerà il motto della loro protesta pacifica che continua da 286 giorni.

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L’isola che c’è

Cosa hanno in comune Silvia Sanna (giovane scrittrice, già ex maestra cassintegrata), Alessandra Carnicella (lavoratrice ex Eutelia), Rossella Muroni (direttrice generale Legambiente), Claudia Bernardi (dottoranda della rete Laboratori Precari delle università di Roma) e Samuela Meci (lavoratrice Omsa)? Almeno tre cose.
La prima: si sono ritrovate l’una accanto all’altra, qualche sera fa a Roma, per animare un dibattito sull’occupazione dell’ex carcere dell’Asinara da parte di un gruppo di cassintegrati, che ha raggiunto la notorietà anche per aver parodiato il noto reality dell’isola dei famosi.
Non lo hanno fatto perché avevano tempo da perdere o perché stanno in vacanza, come hanno vilmente dichiarato alcuni, ma perché sono stati capaci di utilizzare gli stessi mezzi dei nuovi media per ottenere attenzione e gli stessi linguaggi del “padrone”, come piace ancora chiamarlo a Samuela, per contrastare la finzione con la vera realtà. Da 270 giorni hanno scelto di autorecludersi in un luogo simbolico, un ex carcere, per dirci che per loro essere senza lavoro è come stare in galera, privati della libertà di decidere del proprio futuro, quasi che il reato fosse voler mantenere il proprio posto di lavoro.

Il libro scritto da Sanna (100 giorni sull’isola dei cassintegrati – edizioni Il maestrale) racconta il quotidiano di questa esperienza, quel personale che diviene politico quando, giorno dopo giorno, si affrontano disagi e delusioni, o si trova il modo di portare le proprie famiglie sull’isola e nonostante le difficoltà c’è la solidarietà riscossa sotto varie forme, dalle guardie forestali allo scultore Enrico Mereu che abita all’Asinara, dalla solidarietà fra loro – quando i primi cassintegrati chiedono lo stesso trattamento anche per gli operai più giovani in formazione lavoro, che rischiavano il licenziamento in tronco – ai sardi della terraferma che mandano quel che possono.
Al tavolo con Silvia, Claudia, Alessandra e Rossella c’era un unico, coraggioso, uomo: Pietro Marongiu, uno degli operai della Vinyls. Insieme, hanno discusso di cosa significa perdere il lavoro oggi, al tempo di una crisi che nessuno più nega essere strutturale, di come sono cambiate le forme di protesta e qual è l’importanza di fare rete, di non chiudersi nel proprio orto ma connettere le differenti esperienze in una riflessione e molteplici pratiche che riguardano tutte e tutti.
È anche così che si spiega perché un’associazione ambientalista (Legambiente) è interessata alla vertenza di una industria chimica (Vinyls) e perché i Laboratori Precari hanno partecipato alla manifestazione Fiom del 16 ottobre e coordinato un tavolo congiunto il giorno dopo con Fiom e Cgil.
Perché è banale dirlo, ma vale la pena ricordarlo: senza cultura, ricerca e rispetto per l’ambiente non c’è sviluppo economico e industriale che tenga.

In secondo luogo, con parole puntuali seppur diverse nelle sfumature, tutte loro hanno raccontato il disagio maggiore vissuto dalle donne che si ritrovano coinvolte a vario titolo in queste vicende. O perché a perdere il lavoro sono loro, o perché sono accanto a chi lo perde. Madri, sorelle, mogli, fidanzate, figlie: in tutti i casi sostengono il prezzo più alto, considerando che i lavori di cura e quello riproduttivo non sono riconosciuti al pari del lavoro ‘produttivo’. Ma anche perché, come Alessandra ci ha raccontato, ancora oggi in questi luoghi di protesta, di ribellione, di ripensamento del mondo, spesso e volentieri si riproduce la stessa dinamica fra sessi che si cerca da tempo di smantellare.
Ecco allora che anche nell’occupazione, sono le donne a occuparsi delle “faccende” come fossero a casa. Forse anche da qui bisogna ripartire per dare maggiore senso e efficacia a queste lotte, per non disperdere un patrimonio di pratiche e di saperi che ci sono già, senza ricadere in gerarchie, stereotipi, ruoli prestabiliti.
Senza dimenticare poi che nelle tante forme di violenza c’è anche quella che ti costringe a non lavorare più sebbene l’azienda non è in perdita (Omsa) o perché paghi tu la frode di chi la dirige (ex Eutelia) o perché gli interessi del più forte (Eni) vincono su chi è considerato più ricattabile (Vinyls). E finche non verrà preso in considerazione un reddito di cittadinanza, non lavorare non sarà certo una scelta.

Poi c’è un terzo elemento che ha unito queste donne in quelle due ore d’incontro e di scambio. È la passione e la determinazione che hanno regalato a chi le ascoltava, al pubblico attento che era lì e al collettivo ApiOperaie che ha organizzato l’iniziativa.
Un dono prezioso, per niente retorico o scontato, che ha fatto sì che la presentazione del libro di Silvia Sanna si trasformasse in qualcosa di più: è il segno del desiderio – per molte e molti – di continuare a prendere parola pubblica. A non mollare la presa sulla propria libertà e autodeterminazione. La chiave per alimentare questo desiderio è nelle tante altre cose che potrebbero continuare ad avere in comune queste donne, tessendo come hanno fatto in questi mesi reti di relazioni, di affetti, di pensieri e di conflitti, di energie e tempi che sono la base per qualsiasi politica di reale cambiamento.

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di Nando Dalla Chiesa, da Il Fatto Quotidiano del 18 luglio 2010
“Mi sono innamorata del signor Pietro”. Firmato Sandra, giovane signora genovese. L’sms arriva nel pieno del racconto straripante d’ironia che Pietro Marongiu, operaio sardo, sta facendo delle lotte sue e dei suoi compagni in difesa del posto di lavoro. Lotte che lo hanno portato a vivere in una cella del carcere dell’Asinara (“la cella di un uxoricida”) da cinque mesi. È una vicenda finita anche in tivù. Come altre vicende estreme, rappresentate da facce operaie “di una volta” alla Settimana Internazionale dei Diritti a Genova: gente che è andata a vivere sui tetti dei capannoni, sulle gru, o che è ghiacciata nelle notti di neve davanti ai cancelli delle fabbriche.
Pietro e i suoi compagni, per protestare contro la perdita del lavoro, per la propria fabbrica (la Vilnys) che chiude nel disinteresse generale, hanno scelto di fare la loro isola dei famosi. E dal 24 febbraio stanno in quella che fu l’isola penitenziario. Dentro celle in disuso. “Chi perde il lavoro perde la sua libertà, e allora noi ce ne siamo andati simbolicamente in un carcere”. Una storia destinata a bucare il video, ovviamente. Ma da allora, da quando sbarcarono con le masserizie al seguito e il comandante del Corpo forestale chiese loro “chi è il capo?”, da quando i giornalisti sono andati a trovarli e i politici a portare solidarietà, che cos’è successo?
Le celle, quelle, sono uguali: letto armadietto lavandino piccolo bagno. Unica eccezione: con l’estate qualche letto è diventato matrimoniale. Ma gli operai della protesta, senza volerlo, sono diventati un’altra cosa. Si sono trasformati nei menestrelli appassionati della loro lotta. Pietro, due figli e cinquantasei anni, ha molte cose da raccontare . Ora porta la testa rasa. Ma la foto che tiene in tasca di quando arrivò al Petrolchimico di Porto Torres trent’anni fa lo ritrae magro e con la lunga capigliatura, forse la signora genovese ne sarebbe rimasta ancor più incantata. Lui e Andrea Spanu, suo compagno di lotte, di carcere e di tour, un figlio piccolo e che di anni ne ha trentuno, “comunicano” senz’altro più di un conduttore televisivo, e hanno anche più varietà di linguaggio. Immaginifici e carnali insieme, trionfano nelle narrazioni. Però una cosa l’hanno dovuta imparare: sarà pure la società della comunicazione, ma quando arrivano i problemi veri comunicare non basta. “Ora le racconto la vita che facciamo”, dice Pietro. “La nostra giornata all’Asinara si divide in due fasi. La prima va fino alle cinque-sei del pomeriggio e la usiamo parlando con i turisti delle visite guidate. Io vado giù al molo di Cala Reale ogni mattino, con una vecchia Panda bianca che ci è stata data dall’amministrazione. Sempre sia lodata, grande Panda, dovrebbe diventare il monumento ai cassintegrati. Prendo il pane e incontro la gente che viene sull’isola. Ci sono anche gli stranieri, quasi tutti sanno che stiamo facendo questa lotta, abbiamo un sito isola  deicassintegrati.com  , scritto anche in spagnolo e in inglese. E poi su facebook abbiamo più di centomila utenti iscritti. Vengono su, noi spieghiamo e raccontiamo. Contando quelli portati dalle jeep e dai trenini gommati, incontreremo cento persone al giorno, anzi di più. Poi arriva la seconda fase del giorno, dal tardo pomeriggio alla sera. E allora parliamo con quelli che hanno sull’isola la casa, la villa, e di giorno se ne stanno al mare. Curiosi anche loro di sapere. E ogni volta ricominciamo la nostra storia: la Vilnys, l’idea pazzesca che l’Italia debba rinunciare a fare il cloruro di vinile, noi cassintegrati dalmati, nel senso che siamo siamo centouno, oppure che cosa ci promise Scajola prima di mettersi a fare il capo-condominio . Al mare? No, noi non ci possiamo andare, e questa è la vera tortura, ce ne stiamo chiusi lì in quei novecento metri quadri dove solo cinquanta sono all’ombra, e li riserviamo ai visitatori”. E la sera? Almeno la sera guardano le stelle, gli operai visionari? “Macché stelle”, scoppia a ridere Andrea, “facciamo progetti , commentiamo la nostra storia. Spesso ci facciamo dei video e li mettiamo in rete, anche su youtube. Il fatto è che ormai tutti sanno che cosa facciamo. Tutti ne parlano. E in questo abbiamo vinto. Ma quelli che potrebbero fare qualcosa, i nostri interlocutori veri, no. Loro fermi e zitti, in Sardegna come a Roma”.
Strana vittoria davvero, questa degli operai “grandi comunicatori”. Soprattutto se li mettete a far di conto. A chiedersi quanti ce ne siano oggi di quei centouno cassintegrati. Pietro fa una smorfia amara: “Quanti siamo? Siamo rimasti in quattro, più qualcun altro che lo fa a turno. Ma questo non lo scriva, sennò si semina sfiducia. Anzi, lo scriva, perché la verità bisogna dirla sempre. Sì, fissi siamo rimasti in quattro, anche se spero sempre che a qualcuno venga voglia di unirsi a noi. Ma prima o poi dovrà prevalere il buon senso. Sarebbe davvero pazzesco se rinunciassimo, come paese, a produrre il cloruro di vinile, qua c’è il sale migliore per l’elettrolisi. Si tornerà indietro. E allora chi di noi non è venuto all’Asinara ci dirà che la cosa si è risolta e ci chiederà rimproverandoci che bisogno c’era di fare ‘sto casino. Ci scommetto quello che vuole che finirà così. Comunque tenga, questo è il nostro libro, Cento giorni sull’isola dei cassaintegrati. L’ha scritto Silvia Sanna, tutto in beneficenza. Dedicato ‘a Enrico Mereu, che ha scolpito con leggiadria le nostre anime’, era una guardia carceraria dell’Asinara che ora fa lo scultore. Lo legga. E quando può venga a trovarci”.
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“100 giorni sull’isola dei Cassintegrati” di Silvia Sanna
Il libro-testimonianza ufficiale degli operai autoreclusi nell’ex carcere dell’Asinara. Scritto da Silvia insieme a loro
(Giovanni Gelmini, Spazio di Magazine)


“100 giorni sull’isola dei Cassintegrati” cosa è? Un documento? Una testimonianza? Un diario?

Diciamo innanzitutto che è un libro scritto benissimo, che si legge di un fiato e che dà emozioni forti. Il linguaggio usato da Silvia Sanna è semplice, ma efficace al punto che nell’insieme, per la tensione che è capace di creare, mi ha ricordato i romanzi della Alliende.

Allora è un romanzo? Se vogliamo si, anche se purtroppo, a differenza dei romanzi che si rifanno ad avvenimenti storici, in questo tutto è vero. Veri e delineati con amore, ma con precisione, sono i naufraghi del lavoro nell’Isola: Giovanni Betza, Romano Chessa, Michele Cossu, Giovanna Ganadu, Cinzia Leoni, Emanuele Manca, Pietro Marongiu, Stefano Masperi, Peppino Mundula, Antonello Pinna, Antonio Salaris, Gianmario Sanna, Andrea Spanu, Paolo Torru, elencati puntualmente in ordine alfabetico in una sintetica, ma importante, scheda alla fine del libro.

Li abbiamo conosciuti prima, con la loro umanità, con i loro problemi, con le loro famiglie. Con brevi racconti Silvia Sanna ci porta per mano in questa realtà ormai al centro dell’interesse dei mass-media. Piccole tessere che costruiscono il mosaico “dell’Isola”. È un mosaico complesso in cui appaiono uomini che difendono il loro lavoro, un lavoro sottratto senza che se ne capisca chiaramente il motivo. Uomini che hanno avuto promesse da sindacalisti, da politici, promesse che non hanno modificato nulla, visto che da più di un anno gli impianti della Vinyls di Porto Torres sono fermi. Uomini che hanno fatto scelte importanti di campo: nessuna violenza, anzi aiutare chi sta peggio di loro. Uomini che non vogliono la violenza del rumore fatto battendo bidoni, urlando slogan, e che troppo spesso si tramuta in violenza vera. Uomini che vogliono raccontare la loro storia, per far capire le loro ragioni.
Uomini che appaiono così “veri uomini” a confronto con i tanti in doppio petto, che non sanno di cosa parlano, che fanno promesse inutili o che non mantengono. Questo è il mosaico che appare dal libro, quindi il libro è un documento,; infatti contiene documenti e una breve storia del problema. È una testimonianza perché racconta cose vere, spesso vissute direttamente da Silvia Sanna.

Nel libro leggiamo come la loro protesta sia passata dallo stato di “nessuno ne sa nulla” a “fatto al centro dell’attenzione” di giornali e TV nazionali ed esteri.
Leggiamo; come, assurdo nel nostro mondo assurdo, gli operai sono andati all’università a docere. “Andrea… trova la forza per partecipare, con il fratelloneGianmario e il babbo Pietro, a un convegno organizzato dalla professoressa Maria Grazia Giannichedda, ormai “una di noi”, alla facoltà di Scienze Politiche. È la seconda volta che i cassintegrati vengono invitati dall’Università…”. Come è nata e si è sviluppata l’azione di queste persone, lasciate quasi sole, davanti ad un problema enorme, come perdere il proprio lavoro, la propria sicurezza di poter esistere.

Silvia Sanna ci tiene a sottolineare come questo non sia un “suo libro”, ma “il nostro libro”; dice così perché sostiene che questo è il frutto di un lavoro collettivo, a cui lei ha prestato solo la “penna”, ma non è evidentemente così. Certo l’esperienza l’hanno vissuta e la stanno vivendo gli uomini della Vinyls, Silvia ha saputo però comunicare a noi questa esperienza con grande maestria. Piertro, Andrea, Antonello, i forestali, il comandate della Sara D, la Panda prendono vita nella nostra mente attraverso le sue parole scritte. Ha saputo trasformare quello che poteva essere un semplice documento in qualcosa che può interessare tutti, anche quelli che normalmente si disinteressano alle vertenze sindacali, e così possono venire a conoscere realtà che i giornali e la televisione in genere non ci propongono.

Comprare e leggere questo libro è sicuramente un fatto importante per noi per sapere, ma nello stesso tempo fa sentire a queste persone autorecluse la solidarietà e nello stesso tempo serve a fare del bene, perché i proventi del libro andranno a Sardegna AMACI (associazione malattie chirurgiche infantili) per l’acquisto di un endoscopio per il reparto di pediatria .

100 giorni sull’isola dei Cassintegrati
di Silvia Sanna
Prezzo di copertina € 12,00
Pagine 192, brossura
Editore Il Maestrale
Data uscita 14/07/2010
EAN 9788864290263
ISBN 9788864290263

Giugno 2010. Da più di 100 giorni gli operai della Vinyls di Porto Torres, in Sardegna, occupano l’ex carcere sull’isola dell’Asinara. Finiti in cassa integrazione, sotto gli occhi di una classe politica incapace di gestire la vertenza, hanno scelto di protestare in una forma che irride, sebbene con amarezza, al programma televisivo L’isola dei famosi. I veri naufraghi del lavoro contro i naufraghi-VIP; l’emblema di una crisi occupazionale contro l’anestesia spettacolare di un Paese in crisi. Questo libro racconta da vicino i protagonisti, uomini e donne, le paure e le speranze, la quotidianità e l’ufficialità dell’Isola dei cassintegrati. Ripercorre la storia di una protesta pacifica e singolare che i suoi attori non hanno alcuna intenzione di sospendere finché non torneranno a casa sani e salvi con la prospettiva di un lavoro di cui sono stati privati senza troppe spiegazioni.

Questo libro colma la lacuna e rivela che le due storie – quella pubblica e quella intima – hanno avuto in comune lo sviluppo in crescendo. Ma mentre il primo crescendo, quello che tutti abbiamo visto nelle tv e sui giornali, resta sullo sfondo perché l’autrice fa proprio il pudore dei “naufraghi”, il secondo crescendo, quello che matura all’interno del piccolo mondo dell’Asinara, innerva l’intera narrazione.

Dall’Introduzione al libro di Concita De Gregorio e Giovanni Maria Bellu

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Fabrizio De André: storie, memorie ed echi letterari (Effepi editore)

Recensioni di

FABRIZIO DE ANDRE’: STORIE, MEMORIE ED ECHI LETTERARI (Effepi Libri, 2009)

Difficile se non impossibile descrivere, analizzare e commentare l’opera omnia di De Andrè, vero e proprio pilastro della musica e della cultura italiana e non. Ci prova (e ci riesce anche bene) Silvia Sanna con il suo volumetto Fabrizio De Andrè. Storie, memorie ed echi letterarie (Effepi Libri, pp. 110, € 10,00). In effetti la scommessa è ardua, ed è senza dubbio faticosa qualunque operazione di sintesi dell’opera di un cantautore così prolifico e così “letterario”, quale De Andrè è, tanto che i suoi testi possono essere facilmente avulsi da qualunque accompagnamento musicale, e non perdere la loro carica emotiva, arrivando talvolta a svelare aspetti e caratteristiche che non si notavano sentendole semplicemente “cantate”.

La soluzione, il pretesto, il filo conduttore che sbrogli una matassa così ampia l’autrice lo trova proprio negli echi letterari, nell’indagare approfonditamente di verso in verso le sue canzoni più importanti (ma invero anche le più particolari e magari meno conosciute) tracciando una sorta di “mappa dei contatti letterari” che hanno influenzato il cantautore genovese: dalle conoscenze, dagli incontri personali  alle letture, alle traduzioni e agli adattamenti di canzoni francesi o di poesie.

Ne viene fuori un illuminante quadro di rimandi, di assonanze, di rielaborazioni; si potrebbe parlare anzi, in certi casi, di vere e proprie citazioni disseminate qua e là da Faber nelle sue canzoni. C’è dentro davvero di tutto: Baudelaire, lo chansonnier Brassens, il poeta e scrittore del Quattrocento Villon, Cecco Angiolieri e tanti altri. Ma questo sistema di “citazioni” non si risolve certo in un vano sfoggio di una competenza letteraria e culturale invidiabile: De Andrè infatti assorbe come una spugna le tematiche e gli spunti degli autori sopra citati e (come solo i grandi riescono a fare) le fa sue, le metabolizza fino a rielaborarle e riproporle nelle sue canzoni con la più assoluta naturalezza e disinvoltura, proprio perché appartengono ormai al suo essere e al suo sentire.

L’impianto portante di questo volume deriva dalla tesi di laurea della Sanna (che ormai possiamo definire fan ed estimatrice estrema di Faber) che l’ha poi ampliata, spaziando su più fronti ed alleggerendo per certi versi l’impostazione di indagine scientifica tipica di una tesi, che senza dubbio rappresentava il nucleo principale della prima stesura; la arricchisce con molti aneddoti, diverse curiosità, tantissimi riferimenti alla vita privata e pubblica di De Andrè, gli incontri con personaggi che gli hanno cambiato la vita (pensiamo per esempio alla profonda amicizia con Paolo Villaggio, o alla fruttuosa collaborazione con Fernanda Pivano, ma anche alle frequentazioni nei bassifondi e nei carruggi della sua amata Genova, tra papponi, reietti e prostitute).

Da qui deriva anche l’analisi dei rapporti parentali e interpersonali vissuti da Fabrizio durante la sua vita (e più precisamente nel passaggio dall’infanzia all’adolescenza e quindi all’età adulta), i contrasti con il padre, con la famiglia in genere, con quella società borghese e talvolta bigotta di cui egli stesso era figlio… tutto questo si riversa inevitabilmente nei suoi testi e la Sanna coglie a pieno ogni riferimento, come quando analizza la figura femminile nella poetica di Faber, dando scorci interessanti attraverso l’analisi testuale di molte canzoni che trattano l’argomento.

«Se qualcuno comincerà ad amare De Andrè dopo aver letto questo libro, non sarà stato scritto invano» scrive nelle note di copertina l’autrice, e questo suo proposito viene ampiamente sostenuto dal suo operato. L’impegno con cui sviscera verso per verso, strato per strato i brani più significativi di Fabrizio, apre un squarcio sull’universo poetico di quest’uomo che a ragione è ritenuto un caposaldo della cultura del nostro Paese.

Ottima prova dunque per Silvia Sanna, che col suo modo di indagare sul processo creativo, sulla genesi, sulla gestazione che stanno dietro a ogni grande canzone del suo “Maestro” De Andrè, complice anche una comodissima discografia posta nelle ultime pagine del libro, fa venir voglia di prendersi un momento di tregua dalla vita di tutti i giorni e fermarsi ad ascoltare (o a riascoltare) un buon disco (anche più di uno) dell’indimenticato e indimenticabile cantautore genovese.

Roberto La Fauci

(www.excursus.org, anno II, n. 16, novembre 2010)

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 OSILO. Un viaggio nella straordinaria poetica di Fabrizio De André, fatto di suggestioni, emozioni, scoperte. Questo è stata la presentazione de libro «Fabrizio De André. Storie, memorie ed echi letterari», di Silvia Sanna. Un viaggio che l’autrice ha accompagnato con garbo, con umiltà, con la sua personale simpatia, che si riverberava sui personaggi del cantautore genovese, i quali riemergevano in tutta la loro intensità nei brani eseguiti dai bravissimi Siloè Pala, Mary D’Alessandro (chitarra e voce) e Caterina Solinas (flauto). «Volta la carta – volta la pagina, per me, guarda al futuro», ha chiosato Silvia Sanna, insegnante precaria, protagonista anche lei della lotta dei cassintegrati dell’Asinara, su cui ha scritto il libro «100 giorni all’Asinara».  Poi, dopo la presentazione di Caterina Solinas – che oltre a essere flautista è bibliotecaria alla biblioteca comunale di Osilo e ne organizza, insieme a Laura Ruiu, gli eventi – e del vicesindaco Antonello Pintus, la serata si è dipanata sui racconti, gli aneddoti, le curiosità di Silvia Sanna, che anticipava i brani eseguiti dai musicisti. «Fiume Sand Creek», che narra attraverso gli occhi di un bambino dello sterminio degli indiani Cheyenne; «Geordie», che le suppliche dell’amata non riusciranno a salvare, ma che avrà il privilegio di essere impiccato «con una corda d’oro»; «Don Raffaè», ispirata dalla storia di don Vito Cacace narrata da Giuseppe Marotta, che Silvia Sanna ha dedicato ai suoi compagni «reclusi» nelle celle dell’Asinara. E ancora, «Il sogno di Maria», da «La buona novella», eseguita con straordinaria intensità da Mary D’Alessandro». «A dumenega», che dice della passeggiata domenicale delle prostitute di Genova; «Il suonatore Jones», che Silvia Sanna ha voluto dedicare ai terremotati dell’Abruzzo, dove l’autrice ha trascorso 23 giorni come volontaria a Villa Sant’Angelo, e dove c’è la «Piazza Fabrizio De André», con, in mezzo alle macerie, una rosa che tutti i giorni viene innaffiata dagli abitanti. «Andrea», che narra dell’amore degli omosessuali e della morte; «Hotel Supramonte», una ennesima dichiarazione d’amore per la Sardegna, nonostante la terribile esperienza del sequestro.  Una serata struggente, che ha lasciato in biblioteca una forte emozione.

di Mario Bonu, La Nuova Sardegna

 

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Fabrizio De André, un mito contemporaneo destinato a durare, perché è un poeta che ha saputo cogliere la realtà della nostra vita con le sue contraddizioni. Slivia Sanna è una giovane studiosa innamorata di questo mito, lo si sente nelle righe che scrive. Lo si sente quando ci parla della vita del cantautore in un’interessante biografia all’inizio di questo piccolo libro; piccolo di dimensioni, ma non certo di contenuti.

Dopo averne descritto in modo incisivo e vivo la biografia di “Faber”, la Sanna affronta il tema della poetica e delle ispirazioni che hanno suggerito le canzoni di De Andrè. Le tematiche affrontate sono: i volti della morte nell’opera di De André, i volti dell’amore: prostituta, madre e amata, echi musicali e letterari, la lingua cantata e infine non poteva mancare da parte di una ragazza sarda innamorata anche della sua terra “L’omaggio alla Sardegna”, che il cantate genovese ha eletto a sua seconda patria.

In questo escursus la Sanna confronta i testi delle canzoni, che hanno costituito l’opera del cantautore, per individuare il pensiero di Faber, ma non confronta solo i testi fra loro, ma li confronta anche con gli echi letterari che possono averlo ispirato, sia quelli moderni, sia quelli classici.

La lettura di questo testo scorre piacevole e impone riflessioni sul valore di un’opera, quella di Fabrizio De André, che per prima cosa è poesia profonda, ma alla portata di tutti. La voglia dell’autrice di “scoprire ciò che ha vissuto, amato e letto” il poeta-cantautore, ci permette così di conoscere meglio questo personaggio che è stato live motive per mezzo secolo della nostra vita.

Un libro da non perdere per chi vuole conoscere De Andrè o solo capire meglio le sue canzoni.

 

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(Gianni Gelmini, Spazio di Magazine)

Parliamo con Silvia Sanna

Perché Fabrizio De Andrè?

La giovane sassarese ha pubblicato un interessante studio sulla figura di Fabrizio De André e ne approfittiamo

Ci sono molti cantautori, che non scrivono solo “canzonette”; allora la prima domanda non può che essere: perché De André?

Non ho una risposta tecnica, ma una strettamente personale: la mia professoressa di latino del liceo ci regalava più citazioni di De André che di Cicerone e io, per quel particolare rapporto di amore/odio che si instaura a quindici anni con qualche professore, mi chiedevo cos’avesse mai di eccezionale questo De André. E continuavo a non ascoltarlo, pur essendo curiosa. Poi, una domenica, mi sono imbattuta per caso in una radio che trasmetteva “La guerra di Piero” e sono rimasta folgorata: era forse la prima volta che mi fermavo ad ascoltare una canzone non per la melodia, ma per quello che comunicava a livello testuale ed emozionale. Non sapevo ancora che una canzone potesse essere poesia e l’ho scoperto emozionandomi per la storia di Piero. Ho ascoltato anche altri cantautori, ovviamente, ma Faber è davvero l’unico, per me, che riesce a non dire mai una parola in più o una in meno: è un funambolo dei sentimenti che non inciampa mai..

Cosa dice questo libro su De André, che non è stato già detto?

Sono consapevole del fatto che su De André sia già stato scritto tanto, forse troppo. Il mio libro nasce per una curiosità personale: volevo conoscere il Fabrizio De André lettore, oltre che poeta, interprete e non da ultimo, uomo. Volevo scoprire ciò che ha vissuto, amato e letto. Tessere la trama della sua vita è stato come scrutare all’interno di un’imponente matrioska: ogni sua canzone rimandava ad una poesia o ad un racconto di vita. Per leggere tutto quello che ha letto De André probabilmente mi ci vorrebbero due o tre vite, ma ho provato a scovare, dietro le sue canzoni, gli echi letterari che possono averlo in qualche modo ispirato. E così mi sono accostata ai testi di Edgar Lee Masters, Jorge Amado, Riccardo Mannerini e altri ancora, riconoscendomi in una frase di Dori Ghezzi: “La letteratura, per Fabrizio, è stata come il nonno che non ha mai avuto”. Oltre agli echi letterari, nel libro ho voluto dare spazio alle donne protagoniste del canzoniere di “Faber” in tutte le loro sfaccettature (madri, amanti e prostitute), alla visione della morte (quella morale, quella fisica: la guerra, l’omicidio, il suicidio), l’utilizzo della lingua e del dialetto e infine il rapporto con la Sardegna, sua terra d’adozione, che gli ha fatto conoscere quella lingua pura che rende limpide anche le bestemmie.

Quindi Fabrizio De André, che è considerato un maestro per molti, si è a sua volta ispirato a storie già raccontate da altri?

Senz’altro si è ispirato a storie vissute, lette o immaginate. Dietro ogni personaggio raccontato da De André, c’è una storia che assume un determinato valore in base al modo in cui viene raccontata, in base al bagaglio umano di chi la racconta e, soprattutto, in base alla sua sensibilità. Dalle sue storie trapela una profonda conoscenza dell’animo umano: che i personaggi siano realmente esistiti o siano proiezioni letterarie sue o altrui, De André li rende vivi anche da morti, restituisce dignità a chi non ha mai avuto voce o a chi l’ha persa. De André non conosce gerarchie e anzi, le sovverte, mettendo sullo stesso piano derelitti e vincenti, vivi e morti, accarezzandoli con uno sguardo fraterno e riconoscente: sono proprio le anime salve care a Faber, i suoi veri maestri di vita. Senza De André, Marinella sarebbe stata una delle tante ragazze uccise da una mano impietosa: lui invece, con il suo tocco delicato, è riuscito a “reinventarle la vita e addolcirle la morte”.

Quale è il rapporto tra la poetica di Fabrizio De Andrè e la vita del mondo in cui ha vissuto?

De André ha vissuto -e per vissuto intendo analizzato, sviscerato, descritto- anche la storia che convenzionalmente ha la S maiuscola. Le assurde rivendicazioni del re medievale Carlo Martello che voleva approfittare di una donna esibendo i suoi titoli nobiliari, la pena di morte per bracconaggio inflitta ai tanti Geordie inglesi che rubavano per fame nel 1500, il massacro degli indiani ai piedi del Fiume Sand Creek da parte dei colonialisti, la vita di Maria madre di Gesù.

A Faber interessavano le storie e gli uomini, indipendentemente dal periodo storico in cui erano vissuti. Certo è che non ha mai perso il contatto con la realtà storica che l’ha visto crescere come uomo e come artista (un vero e proprio cantastorie), affrontando tematiche attuali come la guerra che cambia la vita dello zio paterno Francesco, le rivoluzioni sessantottine, l’alluvione a Genova nel ‘72, i paradossi carcerari in don Raffaè e quelli politici in La domenica delle salme. De André ha passeggiato nella Storia accanto ai deboli e sempre a testa alta davanti ai potenti.

Cosa avrebbe detto Faber della nostra attuale società?

De André stesso, in un’intervista, dichiarò di non voler produrre dischi al ritmo di una gallina ovaiola, ma di certo non sarebbe rimasto indifferente alla piega che ha preso la società negli ultimi dieci anni. Restando nell’ambito italiano, per esempio, sono certa che la sua geniale ironia ci avrebbe aiutato ad affrontare l’attuale situazione politica con lucidità e, allo stesso tempo, determinazione e un solo concept album non sarebbe bastato per delineare il picco verso il basso che l’Italia sta conoscendo, sotto diversi punti di vista, compreso quello culturale e musicale. De André ci manca, ribadirlo sembra quasi una banalità, ma l’unico modo per farlo rivivere, come ha fatto lui con tanti ‘amici fragili’, è quello di non chiudere gli occhi davanti ad ogni tipo di ingiustizia e “saper leggere il libro del mondo” in ogni sua forma e colore.

(Cricio, Spazio di Magazine)

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Dalle scorribande del piccolo Fabrizio De André alle prime lezioni di chitarra, dal suo primo gruppo country all’amicizia con Luigi Tenco, Paolo Villaggio e Riccardo Mannerini, dall’LP d’esordio al tour con la Premiata Forneria Marconi (PFM), attraverso gli amori e le storie, ma anche i lutti e le disgrazie che hanno colpito la vita del “cantore degli ultimi”, fino al suo funerale, a cui hanno partecipato migliaia di persone, ma anche oltre, attraverso le parole di chi l’ha amato, di chi ha studiato la sua opera e di chi ha lavorato con lui, nei libri che lo raccontano, nelle interviste, nei tanti eventi, convegni, inaugurazioni e rappresentazioni che lo hanno visto protagonista anche dopo la morte. Ci si accosta alle canzoni di Fabrizio De André scoprendone il significato recondito, grazie all’analisi letteraria dei testi, dei temi della sua opera: la morte, nelle sue diverse sfaccettature, e la donna, come prostituta, madre e amante.  Si rintracciano i numerosi echi letterari e musicali che hanno influenzato e inspirato il canzoniere di De André – da Edgar Lee Masters a Jorge Amado, da Aristofane a Cecco Angiolieri, da Pavese ad Àlvaro Mutis, il suo scrittore preferito. Si racconta il lavoro di ricerca compiuto dal De André-poeta neodialettale sul plurilinguismo, l’uso fatto nei suoi testi delle lingue e dei dialetti, primo fra tutti quello della sua lingua di acquisizione, il gallurese…

“Avvicinare anche le persone meno esperte di letteratura” all’opera di De André, “nella speranza di riuscire a far apprezzare a più persone un grande poeta”, questa la finalità preannunciata da Silvia Sanna nell’introduzione. Ed è questa la possibilità che offre al lettore: quella di conoscere meglio il poeta, comprendendo il valore universale delle sue canzoni, delle storie che racconta e dei personaggi che rappresenta, al di là del periodo storico in cui vivono, ma senza perdere il contatto e la capacità di analisi della realtà e delle tematiche dell’attualità. In questo sta il grande vuoto lasciato dalla sua scomparsa e per questo è inevitabile chiedersi, come in un’intervista all’autrice, cosa avrebbe detto Faber della nostra società: “sono certa che la sua geniale ironia ci avrebbe aiutato ad affrontare l’attuale situazione politica con lucidità e, allo stesso tempo, determinazione e un solo concept album non sarebbe bastato per delineare il picco verso il basso che l’Italia sta conoscendo, sotto diversi punti di vista, compreso quello culturale e musicale” – risponde Silvia Sanna. Questo libro consente anche di stimare la grande sensibilità dell’uomo, capace di osservare con sguardo benigno, dando dignità a chi vive ai margini, a quelle “anime salve” e “amici fragili” a cui ha dato voce in modo sublime. Per questo, per concludere con le parole dell’autrice, “De André ci manca, ribadirlo sembra quasi una banalità, ma l’unico modo per farlo rivivere, come ha fatto lui con tanti ‘amici fragili’, è quello di non chiudere gli occhi davanti ad ogni tipo di ingiustizia e “saper leggere il libro del mondo” in ogni sua forma e colore”.

(Silvia Coppola, Mangialibri)