Sala d’attesa o girone infernale?

Al liceo una professoressa, supplente di Pedagogia per qualche mese, mi stupì affermando che trovava divertente fare la fila alle poste o dal medico.
Era pacata e sorridente, la professoressa Cucca: bionda con una capigliatura acrobatica, la poesia facile e atteggiamenti ai limiti dello zen.

norman_rockwell_sala_d_attesa Continua a leggere

Sono stata giovane anche io

Voi ridete, ma davvero noi ci divertivamo con poco, quasi con nulla.

person-731423_640

Aspettavamo con emozione le feste: tutte quelle che c’erano sul calendario e anche quelle che non c’erano. Non avevamo bisogno di segnarle, perché ce le ricordavamo e contavamo i giorni perché passassero più in fretta. Perché in quei momenti potevamo stare tutti insieme, in allegria, e mangiare tanto e bene! Continua a leggere

Habib ha una pallottola nel cuore

Questa storia è stata ispirata da un incontro, dagli occhi tristi di un ragazzo, dal suo sorriso e dalle rotaie che gli fanno da letto.

Habib è stato il primo ad entrare in aula, con il suo gilet nero sopra una camicia in jeans ben stirata. Ha occhi neri e lucidi, due buchi d’infinito. Un infinito svuotato di ogni colore in uno squarcio di deserto. Continua a leggere

Una sceneggiatura spezzata per Broken city

Ogni tanto mi diverto, nonostante la mia ignoranza in campo cinematografico, a fare le pulci a qualche film visto per caso o per scelta.
Questo l’ho visto per caso.

Il regista statunitense Allen Hughes, rimasto artisticamente orfano del suo gemello Albert, confeziona per il 2013 un compito per casa che mette sicuramente in luce le sue doti di alunno diligente, meticoloso e dotato di senso della continuità.broken-city-poster Continua a leggere

Il profumo del buio

Non sapevo che il buio avesse un profumo. Sa di vaniglia, e te lo porti dietro finché non esplode la luce.

L’ho scoperto qualche giorno fa, a Barcellona, con tre splendidi compagni di viaggio. Tra paella e passeggiate, tapas e risate, abbiamo ritagliato qualche ora per un’esperienza che ci incuriosiva e un po’ spaventava.
Ormai da qualche anno le associazioni di non vedenti organizzano cene al buio, concerti, incontri sociali che anche solo per qualche ora possano far vivere un’esperienza che per alcuni resta una cosa da raccontare e per altri da vivere ogni giorno. Dans le noir, invece, è un ristorante interamente dedicato a questa esperienza sensoriale e sociale. Sì, anche sociale, perché ci si affida totalmente alla fiducia di un cameriere sconosciuto, oltre che dei propri compagni di viaggio. Continua a leggere

Sogni di madreperla in Palestina

Nella legnaia dei miei luccica ancora un barattolo pieno di pietre colorate e conchiglie.

Le raccoglievo da bambina, nelle stradine bianche di campagna o in riva al mare. Trovai anche qualche fossile di conchiglia e decisi di voler fare l’archeologa. Cambiai subito idea quando mi dissero che c’era molto da studiare. La fantasia e la creatività le cercavo nella vita quotidiana anziché nelle antologie scolastiche. Continua a leggere

Triplete di presentazioni!

La Maestra del mio quor è rientrata all’ovile per una tre giorni di presentazioni – Sassari, Alghero, Siligo – ad alto tasso di emozioni.
Sassari, inutile dirlo, è l’ovile per eccellenza. La città che mi sopporta e che sopporto da 33 anni. Che mi supporta, talvolta.

(è bene ricordare che è anche la città in cui – nemo propheta in patria – si organizzano eventi con editori arrivati dall’altra parte del mondo e ci si “dimentica” di invitare quelli di casa. Ma vabbe’)

ss chiacchiere Continua a leggere

Maestra del mio Quor a Cagliari!

Non so definire la parola felicità. Ovvero: non so che sia la felicità. Credo di avere sperimentato momenti di gioia intensa, da battermi i pugni sul petto, al sole, alla pioggia o al coperto, urlando (a volte vorrei farlo e non si può, sarebbe giudicato segno di disturbo mentale) o da credere di camminare sulle nuvole o da sentire l’anima farsi leggera e volare alta fino a Dio (è capitato di rado). È la felicità? Così breve? Così poca?

Passavamo sulla terra leggeri, Sergio Atzeni

Continua a leggere

Torno a scuola dopo cinque anni

L’ultimo giorno in cui ho avuto una classe – una classe tutta mia – è stato un giorno d’estate di cinque anni fa. Ero nel cortile della scuola con i miei bambini, con le loro maestre, con le mie maestre, a cercare il muro meno rovinato che facesse da sfondo alla nostra foto di gruppo. Continua a leggere

Regala questo libro a un bambino sconosciuto!

Oggi 21 novembre è la Giornata Mondiale dell’infanzia, e noi la festeggiamo così.

“Noi” siamo una quarantina di persone – autori e illustratori – e un editore: Caracò.

[L’editore del mio quor, per intenderci]

Arriva in libreria proprio oggi, “Le favole dell’attesa”, antologia a più mani curata da Cristina Zagaria: un concentrato di adrenalina pura che sta spendendo ogni secondo delle sue giornate per questo bel progetto no profit. Continua a leggere

Un futon gonfio di pioggia

Ho un cielo incolore e gonfio di pioggia, davanti, e una luce fioca che ammorbidisce la stanza. Il camino ancora spento e il profumo della tisana al finocchietto che riposa.
Ho una casa nuova, tutt’intorno a me.
Ho una casa nuova, dentro di me.
Abbiamo pranzato di fronte al mare, 2gustando i frutti freschi offerti da quella distesa di blu infinito.

Nel pomeriggio livido mi sono distesa sul divano sgangherato coperto da un telo africano, un cuscino sotto la testa e gli occhi pesanti.

3

Ho pensato: “Sarebbe bello avere un futon*”.

Ho chiuso gli occhi e quando mi sono ripresa, i miei angeli sospiravano a braccia spalancate sul mio nuovo letto, sul mio morbido futon artigianale.

“Siamo fortunate” dicevo profeticamente oggi mentre mangiavo i frutti di quel mare azzurro 1e grigio che respirava forte a due passi da noi. “Perché alla fine realizziamo sempre i nostri sogni, a partire da quelli piccoli”.
[mi sento fortunata, ad avere sempre qualcuno accanto con cui realizzarli]

*il futon è un letto giapponese senza le reti: in pratica si dorme su un materasso (posato su un altro maerasso più sottile) a contatto diretto con il pavimento. Io tanto la cervicale e tutto il resto le ho già, tanto vale togliermi lo sfizio!

Il bambino aquilone

Ho incontrato un bambino, urlava come un aquilotto.
Sbatteva le ali e la testa contro il muro. Urlava stringendo i pugni, senza aggiungere una parola, un verbo, una parolaccia. Si fermava solo quando lo abbracciavo forte, gli accarezzavo i capelli, gli sussurravo qualcosa nell’orecchio.
Ha urlato per almeno cinque minuti, riuscendo persino a fermare la giostra dei compagni affaccendati dietro un pallone di stoffa, poco dopo la ricreazione, e a far correre in classe la maestra dell’aula accanto. Continua a leggere